Il muro? le parole? Что делать?

All’avvicinarsi del 4 dicembre mi resi conto che il referendum, che per me era il minimo da cui ripartire, da molti era considerata come la più grande sciagura.

Le contestazioni-motivazioni erano spesso opposte, talvolta false o forzate e strumentali, ma ognuno degli oppositori si sentiva come il salvatore della patria.

L’opposizione era netta le motivazioni diverse e contraddittorie.

Precedentemente nel mese di luglio (siamo nel 2016) avevo preparato un programma di incontri, di attività, di laboratori da proporre alla città, anzi alle città, riattivando il “lato” pubblico, dal vivo, di rete3. Le ultime iniziative pubbliche erano state quelle sui 50 anni dal concilio.

Recuperato lo statuto, cercavo gli appunti dei verbali, non per burocrazia, ma per recuperare la memoria come buona base per proseguire.

Consultata l’agenda del circolo della stampa, verificata la disponibilità dei saloni di alcune scuole, cominciai ad entrare nelle discussioni o a proporre, senza dire perché, diversi argomenti agli amici, ai fratelli, ai compagni, ma all’avvicinarsi del 4 dicembre…

…risuonano  con sempre maggior “volume” le parole chiave della protesta:

  • i poteri forti…
  • il sistema..
  • le banche…
  • le multinazionali…
  • la democrazia diretta…
  • il popolo…
  • la buona scuola…
  • il lavoro…

Ogniuno dà a queste parole un significato diverso, spesso opposto, si trovano insieme vecchi avversari per 

vincere la battaglia…

la battaglia per…

Dopo pochi mesi pochissimi ricordavano i quesiti referendari, molti, probabilmente non li avevano mai capiti.

E si continuano ad usare quelle parole, a caso.

Ora, dopo due anni qualcuno si infastidisce quando si parla ancora di referendum.

In verità si trattava, anzi, si tratta di questioni attualissime e fondamentali che si tentava di cominciare a riformare, ma nel (e del) merito si è discusso poco e fintamente.

E usando quelle parole, le stesse parole, ma con significati opposti, hanno vinto le elezioni (??).

Che fare? Что делать?

Non usare mai quelle parole se non è chiaro il contesto, gli attori, i destinatari.

Non usarle senza specificare le persone o le organizzazioni coinvolte, non in modo generico o seguendo informazioni non provate, non scientifiche o false.

Non usarle senza conoscerne le dinamiche, le storie, i dati economici e sociali, le possibilità e i limiti tecnologici.

Incazzarsi con chi continua ad usarle a caso, 

ancora di più con chi lo fa apposta,

e poi?

Un’altra parola è stata usata molto nell’ultima primavera “la spallata”.

   Anni fa riuscimmo ad avere l’autorizzazione ad utilizzare un spazio abbandonato, un minuscolo ex-giardino, incolto, circondato da un vecchio muro di tufo lesionato e fradicio; con qualche spallata entrammo e ripulimmo tutto.

Sapevamo già cosa c’era aldilà del muro ed avevamo una squadra pronta, compatta e consapevole del lavoro da fare. L’evento riuscì benissimo, la squadra era forte e motivata. L’impresa era piccola e semplice.

Nel comune di Avellino (solo come esempio), dopo un ambiguo primo turno, moltissimi hanno invocato “la spallata”. Il muro era lesionato e fragile e si sapeva benissimo cosa c’era dall’altra parte, la squadra era improvvisata, fragile ed inconsapevole; il muro è stato abbattuto,…, l’evento non è riuscito,

no.

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