I GIORNI SENZA PANE

L e mani svelte delle donne della mia memoria, in cucina, seguono la velocità dell’occhio esperto a mondare verdure, separano le foglie dai loro gambi, se necessario, scartano le parti marce, e lavano una volta e di nuovo scartano, e rilavano e sciacquano e risciacquano, e ancora e ancora, finchè solo il meglio resta mentre le mani sono livide e rosse insieme, rugose sotto lo scorrere d’acqua fredda.

La pentola che deve accogliere tutta quella verdura sobbolle con acqua e sale.
Cose antiche che son divenute desuete, ma non nei giorni senza pane qui in Sicilia citra.
La mia casa odora di campo e d’orto. Le scarole fanno compagnia al cerfoglio, la borraggine ai cardi di campo e alle cicorie.
Tutto il mio paese lo immagino, in diversa alchimia di ricette familiari, a far scorte più o meno delle medesime cose, e di grano ricotta, uova, farina, altre spezie per la pastiera, e formaggi, salumi, altre uova per la pizza piena.

Quand’ero bimbo mia nonna mi preparava la signora che era un canestrello intrecciato di pasta attorno ad un uovo, leccornia che avrei dovuto mangiare a Pasqua, e che, altrove, nella Sicilia Ultra e Citra verrà chiamata in altri modi e che cristianamente riporta a miti matriarcali e di prima che il Cristo fosse uomo.
Ma niente pane nuovo, non si fa pane nuovo, in questi giorni, cioè non si faceva.


E qualcuno, anche la mia povera mamma, mi diceva che le verdure che ho preparato non andavano in origine cotte in pasta cresciuta, ma azzima, ed era l’unico pasto ammesso, per meno i pii e più affamati, dal giovedì sera al sabato mattina, quando allo sciogliere delle campane finiva il digiuno.

 

Infatti le porte della credenza erano chiuse, le chiavi di queste nascoste. Proibite carni nate e non nate. Se proprio dovevi mangiare, avevi la pizza con l’erba in cucina.

E mio fratello più grande, badando che mamma o le nonne non lo sentissero e lo processassero per innocente blasfemia, a tale ipotesi di cibo riprendeva e rimodulava il preconio pasquale allora di recente reso in italiano:

“Beato sacrificio che meritò sì grande ricompensa…”
Perchè di tale pizza ci andiamo tutti pazzi e fino a sabato ne saremo diventati felicemente satolli, fino alle campane di mezzogiorno. Perché Pasqua in fondo non viene di sabato, ma un poco sì.
Le pulizie ossessive, persino delle briciole nelle credenza, il vestirsi puliti e possibilmente con nuovi abiti, ci portano al popolo di cui Gesù era figlio.
Si dice, in una storia, che una bimba ebrea, chiedesse al profeta Elia, per Pasqua, il dono di vestiti nuovi che la famiglia non poteva permettersi; come avrebbe potuto festeggiare suo padre il Seder Pesah, così povero?
Il fogliettino su cui la bimba scriveva minuziosamente la propria miseria e la propria speranza, fu messo in una crepa del muro della sinagoga.
Un ebreo ricco lo notò, lo estrasse incuriosito, lo lesse e se ne commosse. E provvide a quanto la bimba desiderava per festeggiare degnamente la Pasqua, accompagnando il tutto con un bigliettino:
Buona Pasqua dal profeta Elia.

E quella pizza d’erbe amare, racchiusa in un pane una volta azzimo ci riporta ai padri persi d’Israele, al Seder Pesah che non festeggiamo più da quella sera, in cui fu davvero per noi l’ultima cena ebraica di Pasqua, l’ultimo Seder Pesah e una nuova Eucarestia,
Come la bimba ebrea, s’usava che noi andassimo lindi e pinti, nuovi nuovi,in giro il giorno di Pasqua.
Il ricco ebreo che aveva rivestito la povera bimba con un vestito nuovo a nome di Elia, è anche citazione di quando il profeta gettò il suo mantello sul suo successore Eliseo. Con quel gesto questi capì di essere stato eletto, ma anche acquistato da Dio, quindi lasciò ogni cosa e con i suoi averi cibò il popolo.

Così, dopo che le donne eroiche di fatiche immani avevano preparato decine di pizze d’erba, pastiere, pizze piene, e altro, s’andava in giro a distribuirle agli, amici ai parenti, ai compari. In tal modo succedeva che i giorni senza pane si trasformassero nei giorni in cui tutti avevano pane.
E chi è lontano da qui riproduce come può ogni cosa, cerca grano e cerfoglio in terra diversa, chiede e ricorda ricette… e, come dice la canzone che gli ebrei cantano a pasqua, si dice:
“quest’anno siamo qui, ma il prossimo…”

2 pensieri riguardo “I GIORNI SENZA PANE

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