Pietà per gli arroganti. Che ne dici, Pasquale?

Sono passati quasi sette anni e mezzo, da quando in una delle tante telefonate con Pasquale (dopo che mi era parso naturale postare “sul suo Blog” l’eco delle emozioni e delle rabbie, provate all’indomani della strage alla Stazione di Viareggio), l’amico di sempre mi disse una cosa che poi ebbe a scrivere in un suo commento: una cosa che “intrecciava” le nostre emozioni.
Nei giorni successivi alla strage, non riuscivo (e non volevo farlo) a spegnere quei sentimenti di pietà, misti ad incredulità, che continuai ad esprimere per come mi era possibile fare: mandando a Pasquale altri scritti, sempre “centrati” su quella cosa terribile che era accaduta.
Al telefono, mi disse che, dalle finestre di casa, vedeva quelle montagne dove dei bambini, assurdamente ricompresi fra le vittime di quella assurda strage, era previsto che avrebbero (nel luglio del 2009) passato un periodo di vacanza dai Nonni materni, a Bagnoli Irpino.
Rileggendo ora il commento che Pasquale fece seguire alla telefonata, risento la sua voce mentre me ne anticipava il contenuto e rivivo uno dei momenti speciali (troppo pochi) che ci siamo potuti offrire da quando ci siamo visti per la prima volta (alla fine di maggio del 2008, in Toscana).
Ma ora, dopo la Sentenza di primo grado, pronunciata “In nome del popolo italiano” dal Tribunale di Lucca, mi piace, idealmente almeno, parlare ancora con Pasquale.
E’ stato acclarato, al di sopra di ogni ragionevole dubbio, che anche quell’uomo il cui nome (con disprezzo) ho visto tracciato su muri e su striscioni portati da migliaia di persone in silenzio per le strade e sul lungomare di Viareggio ad ogni anniversario della strage, anche quel Mauro Moretti è, dunque, tra i colpevoli e merita 7 anni di galera.
Ma, qui, rivendico il diritto di astrarmi dalle asciutte formule giuridiche e di non voler attendere nemmeno (come si usa fare) di leggere le motivazioni dei Giudici, che si sono pronunciati dopo ben 140 Udienze.
Sono, purtroppo certo (come credo lo siano i parenti delle vittime) che la finalità rieducativa della pena (secondo l’articolo 27 della nostra Costituzione), visti i trascorsi del signor Mauro Moretti, difficilmente sarebbe raggiunta in sette anni (se mai, un giorno, egli dovesse davvero presentarsi, o esser condotto in un Carcere).
E non mi riferisco alla incombente prescrizione, quanto –come si usa dire- alla “personalità del condannato” e all’arroganza e disumanità che, reiteratamente, è trasudata da ciò che lui ha detto a proposito della strage o che ha fatto dire “a caldo”, dopo la lettura del solo dispositivo della Sentenza che l’ha condannato, a colui cui aveva conferito il mandato per esser difeso in un Processo nel quale non si è degnato di presenziare nemmeno ad una sola Udienza.
Credo di poter ricambiare la loro arroganza e disumanità con la sola moneta che mi è permesso usare: non ripetere né quelle parole insipide che l’ex A.D. delle Ferrovie ebbe a pronunciare durante una audizione in Parlamento, né quelle sprezzanti del suo Avvocato.
E’ il minimo rispetto che si deve alle vittime, a chi ancora le piange e (ma sì!) anche a queste stesse due persone che mostrano di non sapere nemmeno cosa sia la pietà e pensano di non dover rendere conto a nessuno né del loro operato, né del sale che hanno versato con le loro parole, sulle ferite che altri Uomini e Donne sono condannati a portare per il resto della loro vita, mutilata negli affetti più cari, quella notte di fine giugno del 2009.
Macché 7 anni di carcere; non resta che dolersi del fatto che il rispetto della procedura non abbia consentito di richiedere per l’ex Amministratore delle Ferrovie una MAP: una “messa a prova”.
Ma non già in un Istituto di riposo a deliziare sé stesso con le proprie barzellette raccontate ad incolpevoli coetanei, come è capitato già a qualcuno abituato da sempre alle telecamere, ma (che so io: anche per una sola settimana!) per assicurare la costante pulizia dell’atrio della biglietteria della Stazione di Viareggio, o anche quello dell’accesso dell’Ospedale della Versilia, o del Centro grandi ustionati di Pisa.
Se poi ci fosse stata la possibilità, avrebbe potuto (sempre in quella settimana, e non oltre) anche fare qualche lavoretto al Cimitero di Viareggio.
E chi sa che, se (nel fare qualche lavoro socialmente utile nell’atrio della biglietteria della Stazione), fosse riuscito a sopportare lo sguardo di qualcuno fra i tanti che lo avrebbero riconosciuto, non si sarebbe potuto davvero contribuire alla sua pur improbabile rieducazione.
Magari, si sarebbero senz’altro trovate 32 persone che, ogni giorno, avrebbero potuto passargli accanto in silenzio indossando quelle magliette con le foto delle vittime che occupavano legittimamente le prime file dell’Aula di Giustizia in cui è stata pronunciata la Sentenza, nel nome del Popolo italiano.
Che ne dici, Pasquale?
Credo che, oramai, siamo (e non certamente solo io e te) abituati a farci una ragione anche di cose assurde, a non esserne schiacciati ed a sperimentare, talvolta con profitto, anche modalità che ci consentono di . . . sopravvivere e di non interrompere un dialogo, un “intrecciarsi di emozioni”.

Un pensiero riguardo “Pietà per gli arroganti. Che ne dici, Pasquale?

  • 25 Febbraio 2017 in 14:37
    Permalink

    Laura Montanari è una brava Giornalista di “la Repubblica”.
    Nello scorso novembre, ha pubblicato sul suo Blog questo pezzo, dedicato a Mario, che ci ha lasciato senza sapere niente della Sentenza.
    Ma (e questa almeno gli è stata risparmiata) senza che gli arrivasse quell’ultimo arrogante schiaffo di cui si parla.
    Sara davvero l’ultimo?

    “L’ho conosciuto in un bar di Viareggio, un anno dopo la strage del 2009 in cui aveva perso la moglie Roberta e la figlia Sara (24 anni). Era sulla sedia a rotelle, aveva una maglietta azzurra, gli occhiali e un borsello di pelle. Una delle prime cose che mi disse Mario Orsi è che in via Ponchielli (la strada della strage) non sarebbe più tornato, “i muri non mi interessano e poi da lì è passata troppa morte”. Aveva ragione. Lo incrociai altre volte al processo di Lucca, in qualche udienza. Era malato e stanco, sfinito dai dolori (non quelli della malattia, ma quelli del 29 giugno 2009): viveva per conoscere la verità sulla strage e aveva paura che quella verità si allontanasse un giorno dopo l’altro diluita dal tempo che rende al mondo i ricordi meno nitidi, le testimonianze meno circostanziate. Chiedeva giustizia per quelle 32 vite e non capiva che senso avesse il destino: “Perché io, perché salvare me che sto così” diceva davanti a un caffè. Non sapevo rispondere, infatti ho lasciato cadere a una a una le sue parole nel vuoto che avevamo intorno. Ma oggi che Mario Orsi ci ha lasciato, una cosa la voglio dire: che abbiamo una responsabilità in più, ciascuno nel proprio campo e ciascuno nel proprio piccolo o grande ruolo che ricopre. Consegnare presto una verità e una giustizia sulla strage di Viareggio ricordando una frase di Mario a quel tavolo del bar: “Avevamo chiesto un muro che ci dividesse dalla ferrovia, ma non ce l’hanno costruito mai”.
    (Laura Montanari)

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