Mt 2,1-12 “Videro il bambino con la madre e, prostatisi, lo adorarono”.

Questo testo mi sembra così bello, ma allo stesso tempo così dissonante con ciò che viviamo nei nostri mondi culturali, religiosi, sociali, postmoderni che, nonostante tutto, sono ancora pieni di paura di fronte alla diversità, ai linguaggi differenti.
Mondi in cui i modelli, i brevetti e le marche appaiono sempre tutti uguali dal nord al sud, così come i linguaggi, le filosofie e i progetti. Mi sembra quindi, particolarmente difficile sminuzzare questo testo almeno che non si lasci così come è, semplice, in tutta la sua nudità e, allo stesso tempo, luminosità.
La non tranquillità di Erode e dei suoi teologi (2,3) è ancora vera: l’irruzione della diversità, che per Matteo è l’oriente (2,1) e che rappresenta idee, linguaggi, teologie, scienze differenti, non ci rende sempre tranquilli.
Se avevamo inaugurato l’Avvento in un atteggiamento di stupore, oggi, la solennità si chiude con il riconoscimento. Il gesto di questo riconoscimento è l’adorazione, un vero atteggiamento etico per imparare a stare nel mondo, tra di noi, con i popoli, le culture e con il mistero.
In questa etica, circolano i doni, simboli e linguaggi preziosi degli altri, stranieri, differenti, amici di altri dei, o sapienti di altre umanità, filosofie, scienze. In effetti, questa è la narrazione di una comunità che già porta dentro l’esperienza e l’economia della resurrezione, che l’avrebbe potuta rendere sicura e arrogante e che, invece, si educa allo stupore, al riconoscimento. Sembrerebbe che la comunità di Matteo, ci volesse trasmettere l’intuizione della resurrezione, mistero in cui le dimensioni cambiano, i confini si allargano, i discepoli e le discepole si disperdono, per continuare a cercare il Signore. I maghi dunque, per la comunità di Matteo, sono una teologia, un modo di pensare, un simbo del mistero. La loro logica, la loro simbologia, ispira la comunità di Matteo; la introduce in un’altra economia e l’accompagna ad una sensibilità nuova.
Forse, per la nostra teologia, basterebbe che questi personaggi ci portassero verso la comprensione del centro del mistero: la nascita del bambino, per dirci chi è veramente questo bambino. Invece la teologia di questo testo apre lo sguardo, il centro si sposta, il loro riconoscimento riguarda non solo il bambino, ma anche sua madre (2,10). Ai re e ai dogmatici teologi “interessa” solo il bambino (2,6-8), ma questi nuovi personaggi riconoscono anche la madre.
In effetti, come riconoscere un piccolo bambino senza sua madre?
Un’altra teologia, incontaminata dalle vicende umane, ci ha portato lontano dal Dio della storia, figlio di donne e uomini. Una teologia trascendentale, ci ha portato lontano da questa sobria adorazione, dall’offerta dei doni dei doni quotidiani, dei doni della terra, dei doni familiari alle differenti culture. Per questa teologia, il bambino aveva bisogno di un trono, e i suoi adoratori dovevano essere per forza dei re e non semplici maghi, misteriosi personaggi delle culture nelle quali sopravvive ancora il linguaggio della vita, delle cose, degli elementi naturali.
L’atto di adorazione è un atto etico, diventa un’offerta, lo scambio dei doni, delle sapienze, delle intuizioni, delle esperienze. È l’atto etico del riconoscimento, tanto necessario nella nostra storia postmoderna.
Questo è il genere epifanico: il riconoscimento degli altri. Questi strani personggi sono maghi, non sono re e i doni che offrono sono i doni della loro tradizione, dei loro rituali, della loro economia. L’altro giorno, un bambino mi diceva che a Gesù, piccolino, avevano offerto galline, oche, maialini, mucche, pecore, tutto ciò che lui stesso vede e conosce. Mi diceva anche che certamente tutti questi animali avranno fatto la cacca, lì, dove stava Gesù, ma che sua madre ha pulito tutto e li ha spinti fuori. Credo che questa sia l’Epifania: che gli altri continuino a narrarci Dio, il Dio della vita, dei ritmi naturali. Il Dio che riceve i doni dei popoli.
L’Epifania allarga gli orizzonti; sempre abbiamo parlato e spiegato questa festa come la manifestazione di Dio ai popoli, alle culture, ma questa sembra essere più una preoccupazione nostra, che di Dio. Oggi, infatti, potremmo raccogliere un altro aspetto di questa antica festa. Epifania, è ciò che dicono le culture di Dio. Questa è la rivelazione più bella nella postmodernità di un mondo e, a volte, delle Chiese, sicuri sulle date e sui luoghi (2,4-5), ma nello stesso tempo non molto tranquilli, di fronte alla diversità che prende l’iniziativa senza chiedere permesso. Epifania, è ciò che dicono gli altri e le altre di Dio e della vita; si avvera, infatti, il sogno che Dio condivideva con il profeta: verranno molti popoli e diranno venite, saliamo al monte del Signore (Is 2,3). L’invito ci viene da altri: altri linguaggi, altri simboli, altre letture della realtà.

Antonietta Potente – suora – teologa

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