Cosa resta del padre?

convergenze parallele 300x226Questo è il titolo in forma di domanda di un libro di Massimo Recalcati, esposto sullo scaffale di una libreria, che sembrava rivolgersi a me.

Ho immediatamente pensato a tre distinti episodi delle ultime due settimane: 1 – i passi del Vangelo delle ultime due domeniche (Lc 15,1-32, ovvero la parabola del figliol prodigo o del padre misericordioso e quella (Lc 16,1-13) che ci ricorda che non si può servire Dio e Mammona) meditati nella mia Comunità; 2 – la lettera di un genitore che spiega agli insegnanti – e alla Scuola tutta – il “perché” non abbia fatto fare i compiti estivi a suo figlio (http://www.corriere.it/scuola/medie/16_settembre_14/lettera-un-papa-niente-compiti-mattia-quest-estate-ha-imparato-vivere-b474475a-7a50-11e6-a4f4-4d2467f05bee.shtml); 3 –  il suicidio di Tiziana Cantone.

Mi sono sembrati, tutti, accomunati dalla parola «padre».

E, dunque, mi sono chiesto anch’io: Cosa ci resta, oggi, del padre? E – soprattutto – «chi o cosa» è padre per me?

Da cristiano, mi piace associare la parola padre alla metà esatta dell’animo di ogni Essere Umano. L’altra metà è madre, naturalmente, ed in questo mio sentire sono confortato sia dalla «dualità di Dio» – che penso sia propria anche delle sue creature preferite -, sia dalla stessa radice ebraica con cui viene indicato tanto l’Uomo/Ysh che la Donna/ishà.

Non credo sia presuntuoso affermare che ogni Essere Umano avverta questa duplicità – magari inconsciamente – perché essa si manifesta, poi, nei sentimenti che ci caratterizzano in quanto umani e che non obbediscono alla sessualità cromosomicamente determinata. Più difficile è portarli ad un livello di coscienza sempre più razionale e, quindi, coltivarli nel corso della vita per arrivare ad essere sempre più «persone» e, di conseguenza, riconoscere questa qualità primaria negli altri, rispettandoli!

Spero che i tre episodi sopra riportati (passi evangelici, lettera del genitore e suicidio) mi aiutino a spiegarmi meglio.

Nel primo passo di Luca (Lc 15,1-32), ci viene mostrato un padre che non giudica – nè prima, nè dopo – i comportamenti del figlio e, semplicemente (si fa per dire), lo ama dello stesso identico amore – prima e dopo -, dimostrando così come l’assenza di una madre fisica sia ininfluente per quello scopo: chi «ama» non può che essere padre/madre.

Dunque l’Amore è il cardine della parabola. Attenzione però, perché l’Amore (quello con la ‘A‘ maiuscola), per essere tale, deve essere incondizionato. Non può obbedire ad alcun calcolo.

Il padre della lettera, al contrario, mi sembra possa ben rappresentare un valido esempio di quanto possa essere deleterio condizionare qualsiasi affetto, magari anche in virtù di un ruolo (spesso sesso-dipendente) affibbiatoci dalla società. Per di più quel padre, rivestitosi del ruolo di maschio-genitore-padrone (discorso valido in maniera uguale e contraria anche per chi si comporta analogamente indossando solo il ruolo di madre) prova a legittimare il suo operato criticando anche un sistema – la Scuola – che di certo non compete a lui modificare, quantomeno nei termini e modi da lui arbitrariamente scelti.

Questo tipo di padre, che ha anteposto il «ruolo» all’Amore, rispecchia bene la mancata presa di coscienza della dualità padre/madre (e dell’Amore incondizionato) a vantaggio del solo ruolo mediato in virtù del sesso, della cultura e della convenienza.

E veniamo al suicidio di Tiziana ed al secondo passo del vangelo di Luca (16,1-13).

Alla storia di Tiziana manca un padre – sessuato – che l’ha abbandonata una settimana dopo la nascita, lasciandola sola con la madre. Giocoforza è toccato a quest’ultima, Teresa – madre biologica – scoprire il suo poter essere madre/padre per Tiziana.

Non credo che Teresa non abbia amato sua figlia, anzi. Non credo che Tiziana sia cresciuta con carenze affettive. Credo invece, per quanto detto prima sull’Amore, che Teresa – madre/padre – non possa aver fatto altro che amare sua figlia, incondizionatamente. E Tiziana – emulando il figlio della parabola – ha fatto le sue scelte, ha preso altre strade e non ha saputo o potuto avere il tempo per «tornare in sé», probabilmente anche perché circondata da compagni/e anch’essi ancora molto lontani dal poter essere definiti «persone».

Questo mancato «tornare in sé» di Tiziana, mi porta al vangelo di Luca che ci ricorda l’impossibilità di servire Dio e Mammona (16,1-13). E nonostante un amico sacerdote abbia ribadito che mammona è il termine usato tre volte da Gesù per indicare la ricchezza (o eccessiva o usata male), io estendo questo significato ad ogni cosa/persona ci dia «certezze» di cui non solo non siamo in grado di privarci (Mt 19,29), ma che abbiamo fatto assurgere al ruolo di «dio», come Tiziana.

Quando permettiamo al nostro «Io» di prendere il sopravvento, risulta difficile – e a volte tragi-camente impossibile – «tornare in sé» indenni.

Questo mi resta, dunque, del Padre: chiederGli la forza di non permettere al mio «Io» di pren-dere il sopravvento sul mio essere padre/madre e, sempre, di darmi la fede di non anteporlo a «Dio».

Massimo de Vinco

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.