Nel Paese delle tricoteuses. Ovvero Giannino e la crociata contro gli “infedeli”…!

Dopo aver letto il commento di Oscar Giannino pubblicato su Il Mattino del 17/03/16 (“I furbi del badge di gruppo che sfidano la telecamera“) a riguardo di quanto recentemente accaduto (anche) nella ASL di AvelSandali copialino e, soprattutto, delle “soluzioni finali” proposte dall’articolista mi sono ulteriormente convinto di vivere in un Paese – l’Italia – di tricoteuses.

Oscar Giannino, ricordateci le norme disciplinari già esistenti (anche) nella PA, si chiede “come mai […] si preferisca al licenziamento la mano leggera della sospensione” e trova la risposta “nella distanza tra la norma e quel che continua ad avvenire” – ovvero la prassi che spesso diventa sistema (cito il Procuratore Cantelmo) – perché “è sempre mancato un intervento e deliberato ad alto impatto simbolico, nel quale la politica nazionale e locale sia intervenuta tempestivamente per affermare e pretendere che ora basta, su questo scandalo si volta pagina, e si procede in tempi rapidissimi a licenziamenti senza buonismi di sorta“.

Per bacco! Alzi la mano chi non ha mai sentito, ogni giorno, il giustizialista di turno augurarsi la “punizione definitiva”!

Cosa faremmo – in Campania ed al Sud – senza le “dritte” di Giannino?

Non contento, il neo-vate ci indica la necessità di una “rivoluzione antropologica e culturale” che veda “i dirigenti amministrativi a dover maniacalmente controllare e denunciare le mancanze deontologiche dei sottoposti” e quindi termina il suo articolo indicandoci le “due strade: quella delle regole e quella degli esempi“. L’uomo della neo-Provvidenza, a questo punto, valutata come impercorribile la prima strada – troppe regole! – ci rassicura sulla “seconda, quella degli esempi, breve ed efficace“. Tutto ciò, sia ben chiaro, “senza giustizia sommaria” alcuna, come disse il boia – al cospetto delle tricoteuses – al decapitando: “Mi spiace, ma devo tagliarti la testa”!

A questo punto mi chiedo: ma ciò che siamo – in questo Paese – non è esattamente il frutto di quella “cultura” che il neo-vate, adesso, invoca come soluzione e che anch’egli ha allegramente praticato nella sua vita professionale?

Mi sbaglio o la nostra cultura è quella della norma & della deroga (per noi stessi o per l’amico …); quella – terroristica – del “punirne uno per educarne cento” (tranne quando “l’uno” riguarda noi direttamente …); quella della “legge uguale per tutti” (salvo per il potente di turno …); quella della “delegittimazione” di ogni voce civile e, per finire – come invocato dal vate -, quella della “delazione”? E dove ci ha portato questa “cultura”?

Ma una cosa mi lascia molto perplesso nel ragionamento di Giannino ed è la seguente: ammesso e non concesso che possa essere proprio la strada dell’”ESEMPIO PUNITIVO” quella “giusta”, perchè l’articolista nulla ci dice sui (poco) fulgidi ed (indegni) “esempi” di cui il nostro Parlamento pullula e che ostentano – ad ogni piè sospinto – sicumera, incompetenza ed IMPUNITA’?

Perchè cita le pellicole di Totò e Peppino e dimentica di citare il vecchio adagio che recita “il pesce puzza dalla testa”?

Dimentica, Giannino, che forse è da questi (poco) esemplari RAPPRESENTANTI – di cui lui è parte – che origina e si perpetua la cultura del Paese e della nostra società? Per quanti di loro ha proposto la stessa “esemplare” sorte?

A Giannino risulta di qualche “licenziamento” – ma anche di semplici scuse o allontanamenti …! – di qualche politico dal dopoguerra ad oggi?

Rimango convinto di vivere in un Paese di tricoteuses.

Come Giannino.

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