Dialogando ancora, in silenzio. Anche con Pasquale.

baglioneIn quello stesso luogo, lo avevo visto piangere e dire, a voce bassa. “Si resta sempre più soli . . .”.
Quella volta, ci eravamo incontrati, sulla stretta porta che consentiva, a chi era andato e rendere omaggio alla salma di don Renzo Rossi, di risalire all’esterno, scambiandosi magari solo un cenno silenzioso di saluto.
Un mese fa, è toccato a lui, alle sue spoglie, essere oggetto di omaggio.
Certo, che in questa occasione (apparentemente almeno) molto appariva diverso, più ufficiale.
Non solo c’era stato il tempo per annunciare l’allestimento della camera ardente, ma le Istituzioni avevano un posto per essergli accanto. Così, lateralmente al feretro, c’erano due Vigili urbani (in rappresentanza della Città, la sua Città, quella Firenze in cui aveva assolto, fino al non riecheggiato ai più, silenzioso, commiato dall’Ufficio, la funzione di Procuratore Generale) e due Magistrati, in toga.
Questi ultimi erano un uomo, che mi stava davanti (rispetto alle panche laterali dove ero andato a sedermi), ed una giovane donna la cui figura vedevo pensosa e con lo sguardo quasi sempre rivolto verso la direzione dell’omaggio.
Sono certo che la riconoscerei. La leggera abbronzatura me la faceva immaginare come appena rientrata (forse, addirittura, anzi tempo per l’occasione) da un periodo di riposo. Ad un certo punto, non so se approfittando di un momento in cui nella Cripta eravamo in pochi, o solo obbedendo a un suo desiderio, si è avvicinata alla bara ed è stata a lungo immobile fissando quel volto il cui profilo appena intravedevo, da dove ero seduto.
Mi sembrava proprio che stesse cercando di riprendere, ancora una volta, un discorso che si era interrotto prima del previsto. E, forse, ci stava riuscendo. Credo vi siano, fra persone chiamate a ricostruire fatti e accadimenti cui non hanno assistito e, poi, a giudicare, momenti di confidenze, di ricerca di conforto, di condivisione di dubbi che sono destinati, per forza di cose, a rimanere del tutto segreti, al pari di una confessione.
L’intensità di quello che mi è parso più della ricerca di un improbabile, altro, momento di ascolto, mi fa pensare che davvero la persona che vestiva quella toga abbia potuto trovare (forse ancor prima di compiere quei due passi irrituali) la giusta e “protetta” frequenza per dialogare, e per trovare (magari in se stessa) il consiglio cercato.
Pochi minuti prima, altre due donne (che sembravano sostenersi a vicenda) si erano avvicinate alla bara. Ho visto spuntare, fra loro, un bastone bianco; il segno che una fra di loro vedeva solo col cuore. Magari, ho pensato che potesse essere una Centralinista del Palazzo di Giustizia, che aveva conosciuto il Procuratore per la sua voce e per quanto si diceva di lui. Ora è come se avesse voluto cercare una conferma a come se lo era raffigurato, dal timbro della voce, dal tono, dall’accento. Ed il suo cuore, pieno di tristezza, le rimandava i tratti che aveva sempre immaginato, quasi depotenziando il desiderio che le mani esprimevano di poter osare sfiorare la fronte del Procuratore con una carezza, come altri (che lei non aveva visto) avevano fatto.
Nessuno sa se esiste quel luogo inconoscibile dove si è chiamati a vivere fuori dal tempo, quando quell’unica vita che conosciamo (a chi rimane qui) sembra esser finita. Se esiste, il “nostro” Pasquale avrà già riconosciuto quel Tindari Baglione di cui avevamo parlato, a telefono, dopo la morte di don Renzo Rossi.
E a noi, qui, non resta che ricevere il testimone e pronunciare quella frase che (senza niente togliere agli affetti che ci sostengono) ci tratteggia come “sempre più soli”.

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