La coerenza non serve a niente.

cassSenza il vento della storia. La sinistra nell’era del cambiamento del sociologo (e da poco deputato PD) Franco Cassano è un libricino sintetico, ma che ha il merito di trattare le questioni di sfondo essenziali su cui la sinistra deve confrontarsi oggi in Italia. Le questioni di sfondo sarebbero quelle che stanno dietro alle scelte politiche concrete e che, a queste ultime, danno coerenza. Ora, si può essere o meno d’accordo con taluni passaggi teorici dell’Autore (ad esempio sul conflitto), ma a chi scrive sembra che le risposte qui avanzate a tali questioni siano corrette. Soprattutto, convince l’approccio complessivo che Cassano adotta nel suo ragionamento.
Questo consiste nell’immaginare il tragitto che deve compiere la sinistra in una congiuntura, che ormai sta diventando un’epoca, in cui il vento non spira più a favore dei valori tradizionali della sinistra. Il vento sociologico, culturale, economico; cioè le condizioni sociali, culturali ed economiche che avevano consentito alla sinistra – nei decenni tra la fine della seconda guerra mondiale e gli anni settanta – di radicarsi nei territori e nei luoghi di lavoro in Italia, e in generale in Europa occidentale di conquistare avanzate condizioni di welfare e di democrazia industriale. Ciò di cui Cassano parla nel primo capitolo. Ma il paradosso è che, pure in una situazione molto meno favorevole, di sinistra ce n’è tanto bisogno, soprattutto nel nostro paese; si impone allora lo sforzo di capire queste nuove condizioni senza pigrizie intellettuali e resistendo alla tentazione di ritornare ai fondamenti, di chiudersi nelle certezze identitarie. Vorrei soffermarmi su due delle questioni di sfondo affrontate nel libro.
La prima è l’interpretazione che, nel secondo capitolo, Cassano offre della globalizzazione economica. La globalizzazione ovviamente indebolisce, nella nostra parte di mondo, le capacità di regolazione della politica e delle rappresentanze del lavoro. Globalizzazione che, come ogni fenomeno capitalista, agisce senza tenere conto, quasi mai, di considerazioni sociali o morali. Globalizzazione che però negli ultimi dieci anni – qui il contributo di Cassano prende distanza dall’opinione media dell’intellettuale di sinistra – ha aperto le possibilità affinché un numero crescente di paesi accedesse al mondo (diventato appunto globale) della produzione e quindi anche del consumo. Si è prodotta cioè, come conseguenza non intenzionale dell’agire delle reti mondiali della produzione, della logistica e del commercio, ed anche dell’innescarsi di dinamiche imprenditoriali autonome, una democratizzazione della produzione e del consumo. Grazie anche all’azione della politica in stati come il Brasile, la Corea del Sud, la Turchia, ecc.. Non a caso – ricorda Cassano – i vertici mondiali, che una volta si chiamavano G7 e poi furono G8, ora sono diventati G20.
Sulla seconda questione, che riguarda i diritti sociali, Cassano evidenzia il fatto che essi hanno una natura diversa dagli altri diritti: quelli civili, politici e culturali. Una diversità che deriva dal fatto che benefici come il diritto, ad esempio, alle prestazioni sanitarie e ad altre prestazioni di welfare dipendono dalla disponibilità delle risorse.
Ora, sia questo tema della globalizzazione economica che quello dei diritti sociali precipitano poi su un nodo cruciale per il nostro paese e, in verità, per qualsiasi altro paese di questo quadrante di pianeta che ha dominato, economicamente e non solo, negli ultimi secoli. (Noi come Italia stavamo alla periferia, però poi bene o male, parti del paese sì e parti no, abbiamo raggiunto i paesi avanzati in coincidenza del miracolo economico dei primi anni sessanta2.) Il nodo consiste nella posizione che l’Italia e questi altri paesi occupano e occuperanno in prospettiva nella nuova divisione internazionale del lavoro. Questa non è una classica questione di sinistra ma, sentendo i discorsi che solitamente si fanno a destra, soltanto la sinistra ed in particolare il suo maggiore partito se la può porre.
Non affrontare questo nodo, non impiegare tutte le energie intellettuali e politiche per metterlo al centro del proprio sforzo, significa rassegnarsi al declino dell’ultimo ventennio. Autorevoli studiosi interpretano i fenomeni di esclusione sociale, precarizzazione, impoverimento e riduzione del welfare come un ribaltamento della lotta di classe a vantaggio dei ricchi contro i poveri, iniziata con l’ondata neo-liberista a partire dagli anni a cavallo del 1980. E’ ovviamente vero. Ma il fatto che quei fenomeni colpiscano in misura sproporzionata le generazioni più giovani è anche indice del fenomeno del declino, che coincide con i decenni in cui queste generazioni si sono affacciate nel mercato del lavoro.
Porre al centro del dibattito la questione della posizione italiana nella sempre mutevole divisione internazionale del lavoro implica anche, secondo Cassano, una riconsiderazione del blocco sociale a cui fa riferimento la sinistra di governo. Nel libro si richiamano le ricerche sui bacini elettorali della sinistra alle ultime due elezioni politiche del 2008 e del 2013, dalle quali quali risulta una sovra-rappresentazione di pensionati e dipendenti pubblici, cui corrisponde una presenza relativamente ridotta di giovani, dipendenti privati, lavoratori autonomi e delle piccole imprese.
Due sembrano essere i nodi, in estrema sintesi, del rapporto tra partito della sinistra e suo blocco sociale potenziale e auspicato. Il primo consiste nello squilibrio delle garanzie tra differenti generazioni e tra settori produttivi esposti o meno alla concorrenza internazionale. Il secondo riguarda il rapporto tra valori e obiettivi sacrosanti della sinistra come la riduzione della diseguaglianza e il diritto all’accoglienza e, dall’altro lato, il senso comune espresso dai gruppi sociali che si intende rappresentare. Ad esempio, il senso di espropriazione che gli abitanti dei quartieri delle periferie metropolitane vivono rispetto all’insediamento massiccio e rapido di persone provenienti da culture diverse. A fronte di questo sentimento di estraniazione non si può rispondere con il “narcisismo etico” – di cui Cassano si è occupato in un libro precedente: “quell’atteggiamento che, affetto da un sentimento di superiorità morale, finisce per lasciare la debolezza degli uomini nelle mani” dell’avversario politico. Perché Cassano ci ricorda che la radice del termine ‘politica’ è nella parola greca che significa ‘città’, ma anche in quella che significa ‘i molti’.

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