IL PASCOLO VERDE… Lettere tra una pecora cattolica e un pastore valdese. CIBO E LIBERAZIONE

La Legge e il cibo

BUONA PASQUA!

Di nuovo approfitto dell’assenza del Pastore Antonio Squitieri, più che impegnato negli Uffici Pasquali,  per farvi, a nome mio e suo,  l’augurio di una Santa Pasqua.

Le festività pasquali, si sa, sono anche un’occasione di banchetto, e di cibi dolci e salati intimamente connessi alla festa e alla cultura di un territorio.

Credo che a Gesù i banchetti piacessero. I Vangeli non osano dircelo, ma devono ammettere che ci andava spesso, tra mille critiche, dovendosi lui stesso difendersi con una frase del genere: «Possono forse digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare». (Marco Cap. 2 versetto 19)

Cena a casa di Levi. Di Paolo Veronese, Gallerie dell’Accademia, Venezia.

E di questi tempi ricolmi in libreria e in tv, di raffinati monzù neoseicenteschi, di chef stellati e stellari, di crapule trimalcionesche, di ricette luculliane, si divertirebbe anche un mondo al Vinitaly con la sua acqua tramutata nel migliore dei vini alla faccia della premiatissima selezione del supercritico eno-gastronomico di turno.

Moltiplicazione dei pani e dei pesci. Mosaico del XIV secolo. Istanbul

Ma, in realtà, il mondo di Gesù era un mondo di fame nera e vera e di difficile coniugazione del pranzo con la cena, se pure v’era la possibilità dell’uno o dell’altra. Il cibo nei vangeli è spesso l’affermazione che se la gente non viene sfamata, non puoi proporgli alcuna salvezza.

È il significato profondo della moltiplicazione dei pani e dei pesci in Matteo, al capitolo 15 versetti 32 – 39.

La gente ha fame e bisogna sfamarla, egli ne sente compassione.

E qui dovremo riflettere, perché egli sceglie proprio un banchetto per il segno più importante della religione che su lui si fonda. Egli sceglie un atto materiale per una realtà non materiale, ma non ci chiede che non vi sia pane per la gente, ci ordina piuttosto che il pane ci sia davvero.

Transustanziazione? Consustanziazione? Ricordo? Memoriale? Vero sangue e vero corpo? Pane e vino realtà simbolica?

Credo ci sfiderebbe tra l’ironico e il preoccupato chiedendoci: “ Quanti pani avete?

Cena in Emmaus. Di Michelangelo Merisi, il Caravaggio, National Gallery, Londra.

E noi stessi, Antonio, quando ci sediamo insieme per gustarci una cena con le nostre famiglie, ci poniamo davvero un’altra domanda? Basterà quel che abbiamo per la nostra cena, e, mangiando insieme, ci ricordiamo che siamo l’uno cattolico e l’altro metodista? O semplicemente ridiamo e ci scambiamo anche scioccamente le nostre opinioni, ci confidiamo sogni e paure? E quando è l’ora di lasciarci, senza nemmeno pensarci, vorremmo che l’ora non passasse, non ci accorgiamo che siamo inconsapevolmente ad Emmaus. E ognuno direbbe all’altro, trasfigurato nell’affetto: “resta Signore perché ormai è sera”.

Gesù, nel mondo affamato che ancora era comune ai nostri padri appena ieri, cosi alieno per noi occidentali ricolmi d’ogni bene anche esotico, deve persino fare i conti con ciò che è puro o impuro da mangiare, con il divieto alimentare mosaico, ancora vigente per ebrei e musulmani: da questo forte e fondante divieto per l’identità religiosa ne trae una massima davvero eterna. Riunita un giorno la folla, infatti, disse: «Ascoltate e intendete!  Non quello che entra nella bocca rende impuro l’uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l’uomo!».

Antonio, qualche amico musulmano, spesso mi fa notare che il divieto di mangiare carne di porco sta anche nella Bibbia. Certo, Gesù e Pietro, come vedremo nel brano poi riportato, non hanno intenzione di parlare solo di cibo, ma pure ne parlano, lo usano per darci l’idea di un mondo libero in cui il Sabato è stato istituito per l’uomo e giammai il contrario.

… Pietro salì verso mezzogiorno sulla terrazza a pregare. Gli venne fame e voleva prendere cibo. Ma mentre glielo preparavano, fu rapito in estasi. Vide il cielo aperto e un oggetto che discendeva come una tovaglia grande, calata a terra per i quattro capi. In essa c’era ogni sorta di quadrupedi e rettili della terra e uccelli del cielo. Allora risuonò una voce che gli diceva: «Alzati, Pietro, uccidi e mangia!». Ma Pietro rispose: «No davvero, Signore, poiché io non ho mai mangiato nulla di profano e di immondo». E la voce di nuovo a lui: «Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo più profano». Questo accadde per tre volte; poi d’un tratto quell’oggetto fu risollevato al cielo”.

Pietro e il centurione di cesarea. Icona di Suor Marie-Paul, monaca benedettina al Monastero del Monte degli Ulivi di Gerusalemme

Pietro, perplesso, si chiede quale sia il significato del sogno, non sa che il suo sognare era stato preceduto dall’invito di un angelo ad un centurione romano di invitarlo a casa. Quando l’invito gli giunge e gli spiegano il motivo, comprende che il sogno non trattava solo di cibo e arrivato in quella casa così disse al centurione e ai presenti:

«Voi sapete che non è lecito per un Giudeo unirsi o incontrarsi con persone di altra razza; ma Dio mi ha mostrato che non si deve dire profano o immondo nessun uomo. Per questo sono venuto senza esitare quando mi avete mandato a chiamare…In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto. Questa è la parola che egli ha inviato ai figli d’Israele, recando la buona novella della pace, per mezzo di Gesù Cristo, che è il Signore di tutti (Il brano nella sua interezza è possibile leggerlo in atti degli Apostoli al capitolo 10, versetti 1-40). »

E quindi, porco o insetti, se piacciono, siamo liberi, con gran vantaggio dei monzù neoseicenteschi televisivi e pluridecorati. Siamo liberi, anche a tavola.

E noi stessi ripercorriamo il mistero dell’incarnazione divina nel reciproco, umanissimo, incontro dell’amico… in fondo, poi, qualcun altro, in una cena famosa, ci ha chiamato “amici” e non schiavi di una legge.

Χριστός ἀνέστη! Ἀληθῶς ἀνέστη!

Da Antonio e Fabio.

L’ultima cena. Di Jacopo Tintoretto, nella basilica di San Giorgio Maggiore, V enezia.

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