Che ora è

Giorgio La pira

ART. 91 della Costituzione

“Il Presidente della Repubblica, prima di assumere le sue funzioni, presta giuramento di fedeltà alla Repubblica e di osservanza della Costituzione dinanzi al Parlamento in seduta comune”.

 

Il Cappello

Come il coniglio dal cappello, dovrebbe materializzarsi prossimamente a noi Cittadini, più o meno ipnotizzati, il prossimo Presidente della Repubblica, “custode della Costituzione”. Ora, se non fossero diventate polvere la memoria e la semantica, la frase appena scritta e la realtà corrispondente, dovrebbero smaterializzarsi per interno corto circuito, quindi alternativa cancellazione: la Costituzione – che in larga misura ignorano ma, comunque, temono – la stanno accartocciando e prima eccelsa qualità del “prefigurato/a” Custode è che non si opponga, anzi dal Colle, estasiato, ammiri grossolanità, parossistica fretta, fini e mezzi della necessaria, improcrastinabile, risolutiva, mirabile “riforma”.   L’orchestra che suona in sottofondo è variegata, in parte visibile, in parte no, ma gli artefici primi e indubitabili del processo in atto sono noti: la fisiognomica li inchioda. Due gocce d’acqua, con il tempo cinico e baro che c’è passato dentro. Uno sta lì per una serie di fortunate e opportunistiche carambole – sulle quali, in quel di Firenze e altrove, pochi malfidati ancora, increduli, si interrogano – l’altro, per la terza volta amorevolmente resuscitato, dovrebbe semplicemente non starci. Per elementare, basica decenza. Non è chiarissimo, tra i due, chi comanda chi, ma si intendono a meraviglia. Basta guardarli insieme, loro, i fedelissimi e le fedelissime, abbracciati, ammiccanti… stessa biblioteca, stessa profondità, stessa prospettiva. E come si chiama l’oscuro patto che tutto lega, l’intera giostra e anche lo stravolgimento della Costituzione medesima? Del “Nazareno”!  Nessun imbarazzo individuale e collettivo, d’istinto, psicologico, linguistico, comportamentale: frotte di “giornalisti”, pappagallescamente, ripetono. Noi ci abituiamo. E come è denominata la novella legge elettorale dei “nominati”, ancora, che si stanno industriando di far precipitare, in contemporanea, sulle nostre disorientate teste: “Italicum”. In un momento discontinuo di lucidità intellettuale, qualcuno notò che era cosa ignobile usare immotivatamente, per fondamentale legge dello Stato, parola simile a “Italicus”, strage sanguinosa e, ovviamente, buco nero della nostra Storia. La riflessione, elementare, onesta, sensata, rispettosa, quindi “eccentrica”, inopportuna, si è persa nel frullatore mediatico. L’autore era Bersani, non un passante.

Nel cappello prodigioso dove, insieme ad altri detriti, galleggia anche la “rosa” dei più o meno “utili”, dei più o meno impresentabili, dei custodi cancellatori, dove anche squittisce un astuto topo e scivola, ben oliato, un carrello della spesa, il brodo di coltura è proprio la pianificata malattia delle parole.  Gusci vuoti e indifferenziati. Matrici di pupazzi e del nulla.

E’ quello il motore primo della devastazione.

 

Nel frattempo, il Fatto Quotidiano organizza un sondaggio/votazione: “Magalli” dicono i più. Quella che si è smaterializzata è la partecipazione. Reale e costruttiva.

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