IL PASCOLO VERDE… Lettere tra una pecora cattolica e un pastore valdese. LA LEGGE E LE DONNE (parte seconda)

Caro Pastore Antonio Squitieri, avendo noi deciso di scrivere della nostra fede, comunicando a chi legge questo blog le nostre riflessioni, dobbiamo per prima cosa dire agli incauti lettori che siamo nessuno, non siamo teologi, non siamo esegeti, non siamo altro che “speranti” come altrove e altri in questo stesso blog brillantemente spiegano.

La Legge e le Donne

seconda puntata

Caro Fabio,

questa volta vorrei prendere io l’iniziativa per parlare del famoso episodio di Marta e Maria, episodio che per essere ben compreso, deve essere inserito nel contesto dell’epoca. Già nelle precedenti riflessioni abbiamo messo in evidenza l’ambiente culturale nel quale Gesù ha svolto la sua missione; un ambiente maschilista pensato e creduto come volontà divina.

gli stereotipi e i ruoli femminili

La donna in quell’ambito era considerata una creatura inferiore all’uomo. Ma abbiamo visto come Gesù, rifiutando radicalmente quella mentalità, accoglie nel suo gruppo di discepoli delle donne.

Gesù non teme di sfidare il “potere”, le autorità religiose, per aiutare tutte quelle persone che erano ritenute marginali. Gesù non pone la donna sullo stesso livello dell’uomo, addirittura osa porla su un livello superiore. Le donne nella visione di Gesù, infatti, svolgono la stessa missione che era ritenuta propria degli angeli, creature celesti che servivano Dio portando i suoi messaggi. Nei Vangeli le donne “servono” Gesù non in senso “servile”, bensì come collaboratrici nel suo “piano di salvezza”.

Stranamente, nei Vangeli gli uomini sono presentati quasi sempre in maniera negativa, perché essi rappresentano la “tradizione”, il potere che si oppone alla liberante volontà di Dio. Le donne, salvo rare eccezioni, vengono descritte in maniera positiva. Quando vengono presentate in chiave negativa è perché si tratta di donne legate al potere o che aspirano ad esso. Esempi: Erodiade e Salomé (Marco Cap.6 vv 17-28 e Matteo cap. 14, vv 3-11), la madre dei figli di Zebedeo, cioè Giacomo e Giovanni (Matteo cap. 20, v 20; cap. 27, v 56). 

Tra i quattro evangelisti sicuramente Luca è colui che più di tutti lascia ampio spazio alle donne. Anzi, è l’unico a ricordarci che a seguire Gesù non c’erano solo discepoli, ma anche discepole. Nel giro di pochi anni, invece, nella Chiesa gli uomini riaffermano il loro predominio e negano alle donne tutto lo spazio che avevano ricevuto da Gesù.

Questo va precisato soprattutto in riferimento all’episodio di Marta e Maria, dove vediamo che Gesù esalta Maria perché “ha scelto la parte migliore”. Quello che nel Vangelo viene esaltato come evento di liberazione delle donne, viene quasi sempre interpretato come metafora della vita contemplativa.

Ian Vermeer, Cristo nella casa di Maria e Marta. Edinburgo, museo di Scozia.

Mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio; e una donna, di nome Marta, lo ospitò in casa sua. Marta aveva una sorella chiamata  Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola. Ma Marta, tutta presa dalle faccende domestiche, venne e disse: «Signore, non ti importa che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e sei agitata per molte cose, ma una cosa sola è necessaria. Maria ha scelto la parte buona che non le sarà tolta (Vangelo secondo Luca capitolo 10, versetti 38 -42).

Nell’interpretazione del testo lasciamoci guidare da alcune “chiavi di lettura” che ci offre lo stesso evangelista.

Per iniziare Luca scrive: Mentre erano in cammino entrò in un villaggio”, riferendosi a Gesù con i discepoli. Risulta illogico che Gesù cammini con i discepoli e poi li lasci all’ingresso del villaggio; lui entra e va a pranzo da Marta e Maria e i discepoli fuori ad aspettarlo! Perché questo? Gesù è con i discepoli, ma lui soltanto, entra in un villaggio.

Innanzitutto occorre chiarire che, nei vangeli ogni qualvolta incontriamo l’espressione “villaggio” senza l’indicazione del nome, è per dire al lettore che ci troviamo di fronte ad un contesto negativo. Per poter comprendere cosa si intende per contesto negativo, bisogna pensare che “il villaggio” è considerato o interpretato come un luogo della tradizione, cioè, il luogo dove si è attaccati ai valori del passato e si rifiuta tutto ciò che di nuovo viene proposto. In buona sostanza, vige l’imperativo “si è sempre fatto così, perché cambiare!”.

Continuando l’analisi del testo leggiamo: Entrò in un villaggio e una donna di nome Marta”. Mar-Ta è un termine aramaico che significa “la padrona di casa”, o più comunemente definita “la regina della casa”. Marta lo accolse nella sua casa.

E ancora, “…essa aveva una sorella di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù”. Solitamente quando viene utilizzato il nome Maria vuol significare “emarginazione”. Quindi, l’evangelista vuol far intendere, che accogliere il messaggio di Gesù significa essere emarginati ovvero maledetti dalla società.

Interpretando il vangelo, e adattandolo al contesto sociale dell’epoca, possiamo capire che il fatto che Maria si sia seduta ai piedi di Gesù, non significa segno di devozione. Nelle case palestinesi non ci sono sedie, né tavoli, ma ci sono delle stuoie dove tutti quanti si mettono per terra. Sedersi ai piedi di qualcuno significa accoglierlo, ospitarlo. E ne abbiamo la prova perché nel Talmud si dice: “ sia la tua casa un luogo di convegno per i dotti, impolverati della polvere dei loro piedi e bevi con sete le loro parole”. (Pirqê Ab. 1,4).

Il problema sta nel fatto che Maria interpreta il ruolo maschile com’era concepito nella tradizione dell’epoca. E questa è una trasgressione gravissima, perché le donne a quell’epoca erano delle semplici casalinghe che non potevano comparire alla presenza degli uomini. Quando si entra in una casa palestinese, infatti, si viene accolti dagli uomini di casa. Dunque, l’evangelista evidenzia una gravissima violazione delle usanze dell’epoca : questa donna, Maria, anziché rimanere invisibile, osa trasgredire la morale che la religione imponeva alle donne.

Naturalmente, l’atteggiamento di Maria finisce per provocare la reazione della sorella Marta, la quale, non tollerando questo comportamento, si rivolge a Gesù: Signore, non ti curi… . Nella sua protesta, Marta è tutta centrata su se stessa. Ciò che emerge nel comportamento di Marta è la sua fragilità in quanto, invece di apprezzare l’intraprendenza e il tentativo di emancipazione della sorella, proiettandosi su se stessa, assume un atteggiamento servile e di rifiuto della proposta liberante che veniva dal Maestro. In questo modo rimane vittima del “potere”. Tale potere è solito usare tre armi per soggiogare le persone.

Incutere paura al fine di dominare altre persone; oppure, offrire una ricompensa, per dominare una persona agendo sulle sue ambizioni e sulla sua avidità. Queste due strategie, potrebbero non risultare efficaci in quanto le persone potrebbero diventare coraggiose e sfidarlo o potrebbero rinunciare alla ricompensa facendo leva sulla propria dignità. L’arma più efficace dunque, risulta essere la persuasione. Cioè, riuscire a convincere le persone che, ad essere succube, è la situazione migliore per la loro esistenza.

Chi si conforma a tale condizione, non cercherà mai di liberarsi dalla sua condizione anzi, rifiuterà ogni proposta di libertà in quanto si sentirà minacciato nella sua sicurezza. Quindi Marta va da Gesù protestando e invitandolo ad ammonire Maria per farla rientrare nei canoni della tradizione. Ma Gesù le rispose: “Marta, Marta”. Quando nei vangeli c’è la ripetizione di un nome di persona o di luogo si vuole manifestare un sentimento di compassione per la situazione negativa vissuta da questa persona.

Infatti, quando Gesù vede Gerusalemme dice: “Gerusalemme, Gerusalemme” e piange su Gerusalemme perché ne prevede già la distruzione.

Quindi Gesù rivolge un rimprovero a Marta succube di una tradizione religiosa, di una tradizione sociale: Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno ed elogia Maria per aver scelto la parte migliore che non le sarà tolta.” Ma in realtà cosa non potrà mai essere tolta all’uomo? Se ci pensiamo, tutto può essere tolto all’uomo o alla donna. Allora perché Gesù ha detto : ha scelto qualcosa che non le sarà mai tolto”? Perché l’azione di Maria è frutto di una libertà interiore che si conquista soltanto attraverso una forma di trasgressione.

Charles Schultz, disegnatore dei Peanuts e catechista protestante

La libertà come conseguenza delle proprie scelte, quella interiore, nessuno la potrà mai togliere. Perché l’uomo di tutto può essere privato, può essere privato anche della vita, ma mai della libertà interiore. In definitiva, l’invito che Luca fa attraverso questo episodio è rivolto non soltanto alle donne, ma è l’invito alla conquista della completezza della libertà interiore; perché soltanto dove sentiamo la presenza della libertà allora sentiamo anche la presenza dello Spirito, e solo dove c’è lo Spirito c’è la libertà. Quando si arriva a questo grado di libertà, questa libertà non può più essere tolta.

In conclusione, Luca ci dice che la libertà non viene concessa, ma la libertà va conquistata e la si può conquistare attraverso il superamento di tutti quei precetti che la religione introduce come volontà di Dio. Perché non c’è nulla che viene da Dio, che possa andare contro la libertà dell’uomo. Dio non impedisce la libertà dell’uomo, non condiziona le sue scelte, non impedisce lo sviluppo della persona. Solo nel momento in cui l’uomo e la donna trovano il coraggio di trasgredire tutte quelle imposizioni morali e religiose, entreranno nella condizione di piena libertà.

La ratio di questo episodio in conclusione sta nel fatto che tutti siamo invitati a cercare e trovare la nostra libertà.

Antonio Squitieri

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Caro Antonio,

son ben felice che tu prenda l’iniziativa, che credo sia più impedita a te che a me, solo dal tuo ufficio di Pastore e non da altro, e men che meno dal tuo corrispondente, felicissimo di seguirti, se pure v’è uno fra noi che conduca l’altro.

Legge e libertà, mi dici, Antonio, son due concetti difficili da declinare insieme. Marta segue la legge, e le consuetudini sociali che ne derivano, Maria la libertà.

Non v’è bisogno di ricorrere a estremismi islamici per comprendere che la libertà per alcuni non è un valore fuori e sopra la legge, ma dentro essa, o, meglio, nell’obbedienza ad essa.

Questi alcuni non sono pochi, non lo sono mai stati, né prima né dopo la predicazione di Gesù, né prima né dopo la Riforma, né prima né dopo la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Questi alcuni stanno nelle nostre Chiese e fuori di esse, sono credenti e laici, praticanti e atei.

Qualunque “rivelazione” abbia fatto loro pervenire alla “legge”, essi la posseggono più di altri, ne chiedono l’obbedienza, ne dimostrano l’assolutezza, ne propugnano l’universalità.

E ci dicono, a volte suadenti, a volte irati, ma sempre coerenti e logici, che solo nella legge applicata in via assoluta esiste libertà.

La prova? Noi cattolici e voi protestanti siamo la prova. Chi meglio comprende le parole che fanno la Parola? Chi davvero conosce la legge? Abbiamo disseminato di tribolazioni e cimiteri l’Europa per amore di Dio, per lo zelo per la sua casa.

Incisione, massacro dei Valdesi da parte delle truppe Savoia, cattoliche, nel 1655 in Piemonte. La giovane valdese Anna Charboniere viene impalata e poi arsa

E sorrido dei cattolici che dimenticano la storia tra inquisizioni (la “Santa” che era in realtà della Corona Spagnola e il Sant’Uffizio della Chiesa) e roghi, e sorrido dei protestanti che, non avendo le istituzioni delle inquisizioni, ne hanno comunque gli stessi ottimi risultati, comprese una tratta più longeva degli schiavi e una più prolungata e sanguinaria caccia alle streghe, per restare in tema di donne.

Stampa, i puritani d’America e le streghe di Salem

 

 

Gli stessi Padri della Riforma, lo sai bene, hanno le loro proprie mani grondanti di sangue, dello stesso sangue umano di cui si son sporcati i papi. Ovvio: a giudicar la storia con gli occhi di oggi si sbaglia. Ma storia resta. E, vedrai, troverai qualcuno che, se pur ricorda gli orrori di casa propria, li giustifica o li minimizza, magari solo per difesa dal nemico assassino e intollerante, senza capire che è una scusa uguale e contraria a quella dell’avverso campo. Dov’è il vangelo? É per applicare quel vangelo, quello vero e autentico, che ci siamo scannati, odiati, accusandoci di falsità e atrocità che noi stessi per primi abbiamo commesso… e ancora diffidiamo.

Perché? Ma perché abbiamo la Legge di Dio. Essa deve regolare la vita dell’uomo: essa è suprema. E la mia legge di cattolico, o di Protestante, è più vera e autentica della tua che non lo sei. E quella di cristiano o musulmano vale per tutti, senza sconti, senza remissioni e misericordie umane, perché è legge di Dio.

Stampa, esecuzione di cattolici inglesi nel 1606

Addirittura ci dividiamo sul canone del Testo Sacro, cosa su cui io almeno tornerò in futuro, ma voi usate per l’antico testamento il Canone Ebraico e cattolici, ortodossi e copti, il Canone detto dei Settanta.

Perché? Ma perché per voi la legge che regola quel canone, visto che Gesù era ebreo, sta nel come gli ebrei hanno deciso che sia il canone delle scritture. O, anche, per chi non accetta questa visione, sta nel fatto che Gesù conosce e cita – e gli autori neotestamentari conoscono e citano – le scritture non confluite in quel canone, compreso un libro di Enoch superstite nella sola Chiesa Copto-etiope.

Vedi? La legge è dirimente. Chi la possiede? Chi la applica meglio? Chi davvero vive nella libertà da essa protetta e garantita?

Chi sa davvero cosa Dio dice e vuole?

Dopo duemila anni siamo, con la donna samaritana, ancora, al pozzo di Giacobbe.

Cristo e la samaritana, Mosaico in San Marco, Venezia.

Giunse pertanto ad una città della Samaria chiamata Sicàr, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio:  qui c’era il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno. Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Le disse Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli infatti erano andati in città a far provvista di cibi. Ma la Samaritana gli disse: «Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non mantengono buone relazioni con i Samaritani. Gesù le rispose: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli disse la donna: «Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; da dove hai dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo gregge?». Rispose Gesù: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore, gli disse la donna, dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le disse: «Va’ a chiamare tuo marito e poi ritorna qui». Rispose la donna: «Non ho marito». Le disse Gesù: «Hai detto bene “non ho marito”; infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli replicò la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta. I nostri padri hanno adorato Dio sopra questo monte e voi dite che è Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei.  Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia (cioè il Cristo): quando egli verrà, ci annunzierà ogni cosa». Le disse Gesù: «Sono io, che ti parlo».
In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliarono che stesse a discorrere con una donna. Nessuno tuttavia gli disse: «Che desideri?», o: «Perché parli con lei?». La donna intanto lasciò la brocca, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia forse il Messia?. (Vangelo secondo Giovanni, capitolo 4, versetti dal 5 al 29)

Questo brano, per un buon esegeta, mio buon pastore Squitieri, costerebbe il sudore e la fatica di un intero volume di commento, con doverose chiose anche sui termini greci che l’evangelista usa. Per tua fortuna io non sono esegeta. Ma questo brano chiarisce ancor meglio il tuo pur chiaro scrivere e illumina il concetto di legge (e legge verso, su e per le donne) che ci propone Gesù. E’ una sfida, come l’episodio di Marta e Maria, e dalla prima lettera all’ultima.

Ebrei e Samaritani si odiavano, si ritenevano eretici reciprocamente, e dunque questo brano sembra scritto per noi, compreso di donna che diventa annunciatrice del messia e che Gesù non tratta secondo la legge o secondo la differenza dovuta tra ebrei e samaritani.

Gesù conosce bene i suoi polli, o se vuoi, visto il titolo delle nostre lettere, conosce bene le sue irrequiete, spesso sanguinarie, pecore.

E dal pozzo di Giacobbe ho intenzione di riprendere il ragionamento la prossima volta, perchè è li che siamo, eretici gli uni per gli altri, con la sicurezza di possedere la vera legge, coi nostri riti e le nostre tradizioni, coi nostri monti Garizim, e, pur avendo l’acqua di nostro Padre Giacobbe, facciamo di pascoli verdi deserti desolati, instaurando le  sharia in nome di Dio.

 Fabio Grassi

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