Breve e semi mitica storia del Greco di Tufo DOCG

Si deve lasciare agli ampelografi e agli enologi, insomma agli esperti tutti del caso, la loro parte in merito al Greco di Tufo, dovendo però appropriarci comunque di un altrui mestiere, addentrandoci nei meandri della storia e del mito, per dirvi di tale nettare, si chiede venia per buona creanza.

E dal mito si comincia.

Si comincia dalla mitica popolazione dei Pelasgi. Sì, ma chi sono questi? Trattasi d’un popolo mitico che negli scrittori greci indica spesso – ma non sempre – le popolazioni autoctone delle isole dell’Egeo nel periodo miceneo. Invece, il logografo Greco Ecateo di Mileto (560 ca – 490 ca a.C.), ci dice che l’eroe Pelasgo divenne re della Tessaglia.

Che c’entra col Greco di Tufo tale mito? Si narra da sempre che il Greco, la vite di Greco, sia stata portata dai Pelasgi in Italia, prendendola dalla Tessaglia.

Miti, forse con fondamenti larvati, certo, ma miti. Le incertezze, le ambiguità, le varianti del mito sul Greco di Tufo ci inseguiranno, fin quasi ai nostri giorni… È comune dire, in ogni caso, che la vitivinicultura antica sia fortemente legata alla colonizzazione greca in Italia.

A Pompei, un amante deluso prima che il Vesuvio dilavasse nel fuoco gli uomini, le loro cose, i loro umori, scrisse su un muro: “Sei veramente gelida, Bice, e di ghiaccio, se ieri sera nemmeno il vino Greco è riuscito a riscaldarti”. Si riferiva al Greco che poi diventerà il Greco di Tufo? Ad un buon vino d’importazione? Ad un vino fatto alla greca, essendo i vini greci, ancora in periodo bizantino, sinonimo di qualità, come quelli francesi oggi?

Il mito come marketing non è un’invenzione della Francia. Da sempre, insieme all’alcool, bevendo vino, ci si beve anche delle leggende. In genere, quando il vino è buono, sono gradevoli anch’esse.

grecoIn Latino il greco ha il nome di Aminea gemina, per la caratteristica forma del grappolo che presenta una spiccata gemmazione laterale, a renderlo quasi doppio, gemello, appunto.

Il Greco è un vitigno diffusissimo: l’Asprinio di Aversa sarebbe, secondo studi genetici, biotipo del Greco. Nella descrizione del Cirò bianco, ancora, leggiamo: “Sono numerosi i vini che sono generati dal vitigno Greco e sono tutti vini che hanno una notevole storia alle spalle. Fra tutti ricordiamo il Greco di Tufo, nell’avellinese, l’Erbaluce, prodotto in provincia di Novara e il Lacryma Christi prodotto alle pendici del Vesuvio. Leggenda vuole che il “Greco di Bianco” noto anche come “Greco di Gerace”, il più prestigioso e famoso vino attualmente ricavato da uve Greco, abbia fornito il vigore necessario ai soldati locresi per sconfiggere l’esercito di Crotone, 10 volte superiore, nella battaglia sul fiume Sagra combattuta nel 560 A.C.”

È un caso che il figlio dell’ultimo feudatario della famiglia del Tufo sia Idelfonso, vescovo di Gerace? E di vescovi della famiglia in zona se ne contano altri. Il primo a sbarcare in Locride, proprio a Gerace, fu …una prima. Era la nipote del barone Simone del Tufo, barone anche di Chiusano, Sinfredina , che vi mori nel 1360, dopo che il suo terzo marito (ohibò!), primo conte di Gerace, Enrico Caracciolo Viola, fu giustiziato il 25 Aprile 1349 con l’accusa di adulterio. Non essendoci all’epoca tabacco, perché l’America non era scoperta, è il caso di dire : “Bacco e Venere riducono l’uomo in cenere!” E la venere in questione, che ha tra la lontana progenie anche la bella attrice Brooke Shield, di uomini riportati allo stato di cenere, se ne intendeva.

Torniamo a Tufo, lasciamo la Calabria.

Nelle guerra che vede trionfare alla fine la fazione siciliana normanna nel Regno meridionale, Tufo è contro Ruggiero II di Sicilia e le cronache lo riportano; ma prima che Ruggero riunisca il dominio normanno sotto la sua signoria, attacca il castello di Tufo, nel 1119, il Conte Roberto di Montefusco, coadiuvato dal mitico comandante della cavalleria longobarda beneventana Landolfo de la Greca; costui era passato col nemico normanno, ed era divenuto connestabile di Montefusco, il cui signore Roberto era appena già forte dell’espugnazione dei castelli di Montemiletto e Montaperto. Ma le macchine d’assedio e gli sforzi di vincere la resistenza furono inutili. Talmente inutili che quelli di Montefusco passarono ad atti di terrore, quali la devastazione dei campi e la distruzione delle vigne. Da notare che il buon Falcone Beneventano, uomo di chiesa, che ce lo racconta nel suo Chronicon, si scandalizza di tanto scempio vitivinicolo e non degli uomini che nell’assedio perirono. L’assedio si ripeté l’anno successivo con medesimo risultato: Raone del Tufo, signore anch’esso normanno del castello di Tufo, resistè anche ad uno stratega sopraffino e valente quale Rainulfo Quarrel Drengot, che tanto fece penare Ruggiero II, all’epoca conte di Alife e alleato di Roberto. Ma di questi fatti è opportuno parlare altrove e, del resto, le vigne erano già state tagliate. Per dare soddisfazione a Falcone, che ci tiene a farcelo sapere, Roberto di Montefusco fu fatto a pezzi lui stesso come le viti breve tempo dopo.

Notiamo questo particolare che le cronache di allora annotano a margine degli eventi: Tufo aveva vigne, tante, se la loro distruzione è degna di nota. È la prima notizia della vocazione attuale del nostro territorio.

Nel 1139, ancor vivo San Guglielmo, un tufese, tale Costantino figlio di Ruggiero, dona al Santuario di Montevergine una casetta e un campo di viti. Era una vigna del famoso Greco di Tufo? O più probabilmente l’onnipresente Aglianico. O forse il Fiano di Avellino della limitrofa e omonima DOCG. Oppure Falanghina, la cui coltivazione comincia subito dopo il territorio tufese. Non lo sappiamo.

Sappiamo che la famiglia di Marzo vanta il trapianto del vitigno del Greco a cura di Scipione Di Marzo che, in fuga dalla peste del 1647- 1648, scampa in Tufo da San Paolo Belsito, sulle pendici del Vesuvio.

Ma come arrivano i Di Marzo a Tufo, portandosi dietro le viti di Greco? In un’epoca in cui, tra l’altro, un feudatario contava ancora e doveva necessariamente avere interesse a consentire l’impresa e l’ingresso di quella famiglia nell’amatissimo feudo, e, infatti, la perdita del feudo da parte dei secolari feudatari di Tufo, i del Tufo, quegli stessi delle guerre normanne, getta altra luce sulla storia del Greco.

Il sospetto è che i del Tufo s’indebitassero successivamente con il Console Veneziano Francesco Piatti proprio per il commercio del vino, o dell’uva, diretto a Venezia. Uve e vino bianco, quasi certamente. Ma non è certo. Si sa che il Marchese Domenico del Tufo, Patrizio di Aversa e Benevento, Barone di Tufo, con Torrioni dal 1688, vendette il feudo per debiti al Conte Francesco Piatti con contratto datato in Napoli, 8 agosto 1716, per la somma di 49.000 ducati.

Qualche anno prima, all’interno di un’asta condotta nel 1681, il nobile di Ragusa-Dubrovnik – Savino (Sabo) Zamagna, decise di acquistare la baronia di Prata e altre terre, comprendenti Castelmozzo e Bosco Bottazzo per 45.000. Chi va a Tufo da Avellino, incontra prima Prata e, tra i due paesi, legge il toponimo Vigna del Barone, del Barone di Prata, appunto.

Per la Cronaca, Ragusa era concorrente commerciale di Venezia e, sia il buon raguseo Savino, sia il bergamasco Francesco, erano diplomatici a Napoli. Dunque: cosa giustificava l’interesse di due famiglie di due repubbliche adriatiche a possedere, guarda caso, due feudi confinanti? Il recente impianto di greco, o una sua consolidata industria?

Allora il Greco di Tufo ha una storia di impianto iniziale alternativa e più antica del 1647?
Chissà! È incontestabile, però, che solo a Tufo, il Greco acquista il sapore, la forza, la salinità e lo zolfo per essere Greco di Tufo.

Altrettanto incontestabile è che si debba alla famiglia Di Marzo la perseveranza plurisecolare nella coltivazione del Greco di Tufo, sia stato o no il loro avo Scipione, scampato dalle pesti manzoniane, il primo e unico a portare il Greco a Tufo.

Il direttore, dal 1923, dell’Azienda Di Marzo, Fiore Bottiglieri (sindaco di Tufo nel 1925 e podestà fascistissimo dal 1926 al 1938), s’era laureato in scienze agrarie a Portici dopo la guerra 15-18, valorosamente combattuta da capitano con tanto di croce al merito; a lui si deve l’introduzione del metodo Guyot e un’alacre lotta contro la filossera che ha letteralmente salvato le coltivazioni, stabilendo, non piccola cosa, i primi standard di coltivazione e vinificazione. Meriti non troppo riconosciuti nella memoria collettiva, avendo egli subito la damnatio memoriae politica, che per condannare il male insieme ordina di dimenticare il bene degli uomini.

Fu lui o la proprietà ad intuire che il greco poteva essere spumantizzato con successo? Negli anni venti, infatti, complice l’imperversare in Francia della filossera, si cominciò a usare il metodo champenoise per ricavare un ottimo spumante.

Il 16 giugno 1968, assistiti dal segretario Elio Carbone, Il sindaco Luigi Grassi, il vicesindaco Giovanni Pasqualotti e gli assessori Nicola Mongelli, Michele Egidio, Carmelo Cennerazzo, compilano e inviano i moduli per il riconoscimento della DOC. Episodio, anche questo, rientrato nell’oblio o nell’irriconoscenza.

Sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica n.199 del 6 agosto 1969 il Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste dà parere favorevole per la tutela del Greco di Tufo e del suo disciplinare di produzione.

Il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, grande amante e conoscitore dei vini, firma il decreto relativo alla DOC Greco di Tufo, era il 26 marzo del 1970.

Di quella Amministrazione tufese del 1968 è vivente il professor Nicola Mongelli, nipote di Padre Giovanni Mongelli OSB Verginiano, entrambi usati tra le fonti del presente scritto.
Lo si cita testualmente: “Solo l’Amministrazione Comunale di Tufo, aveva titolo a presentare la domanda per il riconoscimento della DOC…” e continua asserendo, giustamente seccato, che la diceria che una ditta privata abbia potuto assumere tale iniziativa è, appunto, diceria e non ha fondamento documentale. Elegante e signorile modo di dire che è una panzana.

1379834_10202192693568464_1443398891_nCon Decreto 18 luglio 2003, Gazzetta Ufficiale n. 180 del 5 agosto 2003, viene pubblicato il disciplinare di Produzione della DOCG, un altro pubblico, prestigioso riconoscimento a secoli di mito, anche familiare, storia vera, lavoro duro e sudore concreto sui colli di Tufo.

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