Speranti

soli“Io vado avanti quanto è lungo il sempre” (Dylan Thomas, Ventiquattro anni)

Non ho mai conosciuto Pasquale Pirone.

Se non fosse stato per un articolo letto per caso su un numero di quattro anni fa del Fatto – un giornale comprato, nemmeno a farlo apposta, durante un lasso di tempo piuttosto breve – non saprei pressoché nulla dei suoi studi, del suo lavoro, o della sua famiglia.

Eppure, non sarebbe corretto dire che Pasquale sia stato un estraneo.

Negli ultimi tre anni e mezzo ci siamo scritti, una o due volte abbiamo parlato per telefono.

Facendo mente locale, le persone con cui ho avuto lo stesso tipo di contatto in quel lasso di tempo devono essere molte decine, più probabilmente centinaia. Della maggior parte ricordo nome, cognome e non molto altro.

Con Pasquale è stato diverso. Per una serie di bizzarre coincidenze, la prima volta che è una cosa scritta da me è stata resa disponibile al pubblico fu lui a darmi la parola. Io mi ero limitato a preparare un intervento per introdurre un’assemblea d’istituto nel mio liceo. Il blog che lui coordinava, con la complicità di una professoressa comune amica, lo pubblicò.

Sarebbe potuta finire lì. Scrivere su un sito rilanciato poco prima da un quotidiano a tiratura nazionale era un discreto colpo per un diciassettenne, ed era improbabile che ricapitasse presto.

Subito dopo, senza nessun preavviso, Pasquale mi scrive: “(…)sarà un piacere se vorrai utilizzare le pagine del nostro blog per lasciare una tua traccia”. Mi parlava poi di sé, del fatto che fosse impegnato nell’associazionismo e che avesse fondato una Scuola di formazione politica intitolata ad Antonino Caponnetto. La frase che più mi ha colpito, in quel suo primo messaggio non richiesto, ha però a che fare con tutt’altro:

Sono credente, anzi, “sperante”.

Non sapevo esattamente come interpretarla, e non nascondo di averla trovata quasi fuori luogo, inviata com’era ad un perfetto sconosciuto.

Comprendere le possibili implicazioni di quella definizione ha richiesto del tempo. Nel mentre, continuavo a scrivere di tanto in tanto sul blog di Pasquale – che, anche quando non condivideva completamente i miei pensieri, pubblicava sempre tutto senza modifiche. Una volta, convinse persino un docente universitario di sua conoscenza a leggere un mio sproloquio di ventimila parole che riletto oggi fa sorridere per non piangere.

In un commento al mio penultimo articolo su rete3.net, Pasquale dichiarava, a mo’ di spiegazione rispetto alla lapidaria dichiarazione con cui si era presentato:

Appartengo personalmente alla categoria che preferisco definire degli “speranti”, più che dei credenti (fuggo come la peste dagli uomini dalle certezze incrollabili) e pratico tra mille domande e infiniti ritorni una fede fragile, com’era fragile il Dio della Natività e del Calvario, che si interroga e interroga, che si commuove e cerca la condivisione, che si apre al dialogo e propone l’accoglienza, ed offre come unica identità non un fortino di dogmi da difendere, ma il sentiero incerto del farsi prossimo

Non credo di averglielo mai detto, ma ho trovato bellissime quelle sue parole, quasi una stoccata alla tesi del mio articolo – l’impossibilità di non una fondazione non gerarchica delle credenze religiose – , ma senza polemica, ad un livello più alto di qualunque stoccata.

Con il tempo io e Pasquale abbiamo continuato a sentirci sporadicamente, scambiandoci opinioni abbastanza sconsolate sulla politica italiana ed inviti ad eventi cui, in un modo o nell’altro, non riuscivamo mai a partecipare entrambi. Quando, l’anno scorso, ho contribuito a lanciare, con un gruppo di amici, un sito che di fatto segnò il mio abbandono, per motivi di tempo, al vecchio blog che pure attraversava una fase di stanca, lui firmò – senza che io glielo avessi detto, e senza dirmelo – il nostro manifesto. Nient’altro che una piccola attenzione, certo, per un progetto che ormai, forte dei propri risultati, è finito persino sul Corriere Innovazione e nella cui pentola bollono molte idee, ma allora, quando nessuno ci conosceva e pochi ci ascoltavano, fu una dimostrazione di fiducia praticamente in bianco – per la cronaca: il manifesto era bello, ma niente di che.

Nel Febbraio di quest’anno leggo un bellissimo articolo nel quale Pasquale racconta in prima persona di un qualche incidente che lo aveva fatto finire in rianimazione. Contribuisco a rilanciare l’articolo sui social network, ma, non conoscendo bene l’accaduto, mi fermo lì. Ancora una volta, Pasquale si è dimostrato due passi avanti alla mia formalità: mi ha incollato un stralcio del suo pezzo in chat, senza aggiungere una parola, costringendomi ad una reazione. Non era una situazione facile. Il tenore delle sue riflessioni era questo:

Ci sono eventi nella vita che te la spaccano in due, in un prima e in un dopo, che si continuano e a volte somigliano, ma non hanno più lo stesso senso e sapore. (…) E’ il singo, il “segno marcato a terra” con la calce o il tallone, dell’esperienza di un terremoto. Il pugno di terra gettato sulla cassa di Jean, che hai visto ridere felice d’amore e di giovinezza e hai appena portato in spalla piangendo . La linea di frattura è però a volte così tagliente da non consentirti neppure di accostare i margini. E’ il risvegliarsi in una sala di rianimazione, unico cosciente tra una decina di corpi , e non sapere se è un incubo, e non sapere il perché. E’ riepilogare in un attimo la vita e chiedersi veloci se dover salutare o sperare in un poi.

Dopo alcune ore provo ad abbozzare una replica, gli scrivo che mi auguro che il peggio per lui sia passato. Mi risponde con franchezza disarmante, come a voler sopravvalutare le mie capacità empatiche fino all’ultimo, fino a renderle davvero più forti per troppa vergogna del proprio distacco:

Sto ancora in pieno guado, caro Franco. E la strada si prospetta stretta e difficile. Speriamo

In quello “speriamo” non seguito da alcun segno d’interpunzione c’era, persino io lo intuivo, ben più di un desiderio di autoconservazione.

Ancora qualche ora, e vengo a sapere che Pasquale ha con ogni probabilità un tumore al cervello. Altre tre settimane, e mi dicono che gli resta poco. Lui non demorde, continua a raccontare fino a quando gli è possibile quelli che egli stesso definisce i propri, inaspettati tempi supplementari.

In quei giorni sento il bisogno quasi irrefrenabile di fargli visita, di stringergli la mano almeno una volta. Mi dico che è una follia, che vorrà stare con i propri cari e che questi meritano l’esclusiva su ogni istante che gli resta, eppure continuo ad accarezzare l’idea per diverso tempo. Anche se alla fine non lo vado a trovare, penso spesso a Pasquale. Negli ultimi mesi, per la prima volta in vent’anni, mi è capitato di pregare con una certa continuità: in quei lunghi minuti passati ad ascoltare il silenzio di una divinità che non sempre riesci ad augurarti esista, l’idea di Pasquale è comparsa regolarmente. Nonostante tutto, non si trattava di un pensiero suscitato dalla compassione. Più di ogni altra cosa, sentivo il rispetto per un uomo che nello stesso articolo citato sopra scriveva:

Il perché del dolore, l’interrogarsi sul limite non mi sono nuovi. Sono domande che, senza angoscia, ma chiare, mi accompagnano da sempre. E la domanda di fede che porto con me fa parte di quest’orizzonte. Chi mi conosce sa che non amo definirmi un “credente”. (…) Credo nel Dio fragile di Bonhoeffer, in quello che provoca Giobbe senza mai offrirgli una risposta finale, nell’uomo di Galilea che si offre come fratello e che da vivo non trionfa mai, ma accompagna e sollecita. In mezzo c’è stata la grande paura, ma non è non è il caso di cambiare prospettiva. Anzi. “Ogni giorno nel nostro cuore un credente e un non credente si interrogano a vicenda. Guai se uno di loro tacitasse l’altro”, c’è scritto sul frontespizio della mia agenda. E’ una citazione di Martini. La condivido ogni giorno di più, con convinzione più grande.

Da qualche ora, Pasquale è morto – “E noi, che pensiamo alla elevata felicità/sentiremmo la commozione/che quasi ci sconcerta,/quando una cosa felice cade”, si legge nella decima Duinese di Rilke.

L’ultima cosa che mi ha scritto, dopo che io gli avevo assicurato sarebbe stato presente “nelle mie speranze”, è stata semplicemente “ci conto”.

Non l’ho mai conosciuto, ma se a notte fonda sono solo in un’aula informatica a lottare contro un nodo alla gola scrivendo queste quattro parole, significa, in ultima istanza, che Pasquale ha fatto qualcosa pure per il sottoscritto, che ha “contato” anche su di me – e per me. Di questo gli sarò sempre grato.

Un pensiero riguardo “Speranti

  • 24 Settembre 2014 in 14:09
    Permalink

    Caro Franco,
    nemmeno noi due ci siamo mai conosciuti direttamente, pur transitando su questo Blog.
    Eppure, sapessi quanto era felice Pasquale dopo quei tuoi primi contributi…
    Penso (e spero) che la leggerezza e l’intensità di cui era dotato vadano ben oltre i tempi supplementari, i rigori, il lancio della monetina e che riemergano anche dopo quella doccia che credo tutti noi abbiamo diritto di poter fare.

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