Ivan e i suoi fratelli

patente-muletto-bresciaSe si e’ ospiti, o si lavora, o si e’ costretti a frequentare un reparto ospedaliero di quelli a cui si accorre per necessità da mezz’ Italia, il minimo e’ imbattersi in vicende dolorose, che segnano o hanno segnato. E’ raro che i protagonisti scelgano di tenerle per se’: l’esigenza di condividerle e di cercare solidarietà e’ tale e tanta che nel giro di minuti i compagni di camera diventano compagni di trincea, fratelli di speranze e di destino. Se poi ciò avviene in questo disgraziato scorcio di 2014, nel pieno di una crisi che morde le ginocchia di tanti, le storie di dolore fisico si intrecciano non di rado a sofferenze di natura economica e sociale.

Ivan e’ un Bresciano della Bassa. Ha la mia età e un volto cordiale. Attende la sua terza operazione a una schiena devastata dal lavoro di carico e scarico in un grande supermercato. E’ stato da poco licenziato. I medici gli avevamo imposto carichi di lavoro ridotto, ma alla prima occasione ‘il padrone’ l’ha mollato dalla sera alla mattina. Ha la fortuna di avere una compagna che lavora e un tetto tutto suo e dopo aver cercato a lungo un ripiego, pur modesto, (350 euro a 20 km di distanza) ha concluso fosse più conveniente rimanere lui a casa a badare ai figli piccoli e alle faccende.

Francesco l’aveva preceduto nello stesso letto. L’accento era un ostentato torinese, ma i lineamenti l’hanno subito tradito come figlio di terroni. Una grave epilessia gli ha fatto perdere i lavori che gli consentivano di tirare avanti: quello di fresatore e quello di aiuto pizzaiolo. Gli e’ stata riconosciuta un’invalidità del 50% che non gli vale neppure una pizza. Ha un’anziana madre che lo assiste. Per ora.

Raffaele ha 28 anni. E’ al suo secondo intervento. Gli edemi al cervello lo hanno privato della vista. Gli hanno giurato che il problema e’ transitorio. Anche lui ha una madre anziana pensionata. Ed ha un fratello al Nord che fa i salti mortali tra un turno e l’altro per assistere entrambi. Gli hanno promesso un lavoro al ritorno, ma da come la racconta mi pare piuttosto una pia speranza. Insomma tocca pure a lui sperare nella salute della mare e nella costanza del fratello.

L’elenco sarebbe ancora lungo. Molte storie si rassomigliano. C’e’ chi come Claudio e’ entrato preoccupato ed e’ andato via saltando come un grillo, rassicurato da una diagnosi fausta. Anche lui ha perduto il lavoro e come tanti e’ angosciato per il futuro dei figli. E c’e’ Guido, rappresentante di moda neopensionato, maestro di yoga, una vita tra ricerca mistica e successo professionale. Che ha il mio stesso male, ma ha incassato peggio e di notte ha bisogno di un farmaco per non fare brutti pensieri.

Ecco: l’impressione finale e’ che, nonostante i suoi problemi, il Paese sappia ancora assicurare a tutti una sanita’ decente (sui dettagli ci sarebbe da discutere a lungo) : una conquista da difendere con le unghie. Ma che non sappia difendere la dignità e il lavoro di chi l’ha perduto non per sua colpa. Di questi tempi senza pensioni e madri pensionate , senza forti solidarietà familiari, si e’ destinati a soccombere.

Cosa accadra’  tra qualche anno senza efficaci correttivi, “nun c’è bisogno ‘a zingara p’andiviná, Cuncè’…”

 

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