Socializing

facebookZòon politikòn: un vivente sociale, in una comunità civile. La definizione di Aristotele ha avuto gran fortuna nel tempo. Che da questo quadro fossero esclusi i tanti emarginati da una piena cittadinanza, (schiavi, donne e meteci), che la comunità politica di pari fosse ormai più vagheggiata e retorica che reale è un dettaglio che i posteri hanno preferito eludere piuttosto che sottolineare. L’insopprimibilità dell’istinto sociale, la sua inevitabile utilità era d’altronde chiara sin dalla necessità di un confronto collettivo con belve da cacciare e boschi da dissodare, di mura da innalzare e ordine da assicurare, di bambini e anziani da curare e proteggere. Sulle forme di questa convivenza si sono (e s’erano già) cimentati in tanti: riformisti e utopisti, spiriti laici e religiosi. Qualcuno era giunto a suggerire la necessità di una felicità da ricercare nel privato, in un miglioramento del sé che evitasse passioni ed impegno. Qualcun altro, nel clima di disfacimento sociale di epoche decadenti aveva cercato la solitudine e l’oblazione dello stilìta o dell’eremita. A distanza di secoli, in pieno boom tecno-social il tema è diventato apparentemente più frivolo: se e quanto giusto fosse affidare il proprio tempo e le proprie energie a facebook, a tweetter o a instagram. Se i social-network dovessero integrare la vita o rischiassero di sostituirla; se fossero un utile farmaco, un innocuo gioco o addirittura una necessità. Se fosse giusto che i più giovani vi accedessero, con tutti i rischi connessi, oppure fosse opportuno proteggerli e limitarli in qualche modo.

Il problema me lo sono posto anch’io. E a lungo. Per me, come per mio figlio. Sulle opportunità offerte da internet non ho mai avuto dubbi. Era il 1999 ed era già nata laltracittà, un blog che per l’epoca era all’avanguardia. Ci ho messo tempo invece per decidermi ad avere un account su facebook. Poi mi son detto che un social è come un telefono: puoi decidere di usarlo per fare pernacchie e scherzi da ragazzino oppure per comunicare a costo zero ciò che un tempo ti sarebbe costato fatica e denaro e con minore efficacia. Hai praterie sterminate davanti che ti consentono di comunicare con amici lontanissimi come se fossero all’angolo di casa. Una pacchia. Poi, certo, bisogna evitare di farsi sommergere da spam, rubare i dati sensibili, abbindolare da lestofanti informatici. Zuckemberg e compagni non sono santi benefattori: sono abili e spregiudicati affaristi, in dubbi rapporti coi centri di potere, che pur perseguendo apertamente i “casi” loro hanno offerto agli umani opportunità di comunicazione un tempo solo agognate.

Poi ci siamo noi, le nostre personali scelte. C’è chi “spara” le foto dei bambini sin dall’immagine di copertina. Chi decide (come me, come noi: l’account è mio, ma lo sbircia anche mia moglie, a suo rischio e pericolo) che i bambini abbiano diritto alla privacy e a non essere coinvolti nel nostro narcisismo; che il mezzo – straordinario – valga la pena usarlo per cose serie e non per il “cazzeggio”. Che valga la pena discutere, o no, con chi la pensa in maniera diversa o, piuttosto, creare un recinto tra simili. Tutto lecito. Tutto giusto. Meglio un po’ di facebook, per quanto mi riguarda, che del Tavor. Purchè il giocattolo non sfugga di mano.

Purchè, come nella vita reale, si sappiano controllare le briglie della propria ed altrui libertà, del proprio ed altrui rispetto.

Un pensiero su “Socializing

  • 25 Febbraio 2014 in 15:49
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    Zòon politikòn,certamente. E un essere “raccontante”, anche. Gratuitamente raccontante. Nonostante la forma semplificata, il “linguaggio” predefinito infantile e acritico proposto come “griglia”- e di tanto in tanto modificati dall’esterno in maniera urtante – anche Facebook può diventare un’occasione di “racconto”. Alcuni “diari”, veramente tali sono. Scorrerli è condividere pensieri e stagioni. E un po’ salvarle. Si consente, ai più avvertiti, di intravedere, in filigrana, il giro dei pensieri. In maniera scherzosa, arrabbiata, leggera, profonda. C’è narcisismo, velato, accentuato, ma anche una specie di fiducia. Questa è evidente soprattutto nei tanti siti, anche sconosciutissimi, dove, per occhi che non si conoscono ma pure esistono, qualcuno decide di conservare, una scheggia di Bellezza. Come un dono. Può essere un verso, una musica, un quadro, una fotografia, un intelligente e irriverente sberleffo. Più ancora, la relazione spesso inedita, che si è saputi “inventare” tra essi. Un incastro, una costruzione. Che si sceglie di “condividere”. Che ha una necessità, in sé. Quella più autentica.
    Poi ci sono piattezza e storture. Imbecillità diffusa e mille volte replicata. Capipopolo pietrificati davanti alla tastiera e castelli di solitudine. Ci sono ragazzini che crescono e si abituano a scrivere solo spinti da un’urgenza di superficie e senza cura. Però, qualche volta ti sorprendono. E scopri che hanno trovato l’”inizio”, un pezzettino di qualcosa, che anche su internet o in una strada screpolata o lucida, continueranno a cercare.

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