Tempi supplementari

materazziDipende da come ci si arriva. Convinti di aver già vinto la partita e bucati in contropiede e perciò con le ginocchia spezzate e la testa imballata. Perduti, sfiniti.

Oppure sull’entusiasmo di una rimonta insperata e il pensiero che, anche se in dieci e l’acido lattico alle orecchie, te la puoi ancora giocare e sperare nei rigori. E che, comunque vada, hai fatto il massimo e potrai sempre dire di averla perduta, sì, la partita, ma che te la sei giocata a testa alta, fino all’ultimo. Ecco: io a questi miei tempi supplementari ci sono arrivato senza neppure sapere di avere giocato prima. E che partita! La finale dei miei personali mondiali l’ho pareggiata all’ultimo secondo con un fortunoso rimpallo traversa ginocchio nuca: un regalo caduto dal cielo da accettare senza troppe storie. Insomma: adesso non resta che giocarsela finché ce n’é e pedalare fino all’ultimo col sorriso sulle labbra. Perchè solo giocare ancora, senza badare né a silver né a golden goal, è il miglior risultato che si possa ottenere.

 

2 pensieri riguardo “Tempi supplementari

  • 23 Febbraio 2014 in 7:31
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    In momenti di “spending review”, c’è sempre il “pari o dispari”.
    Preparo gli odori per il lampredotto.
    Un abbraccio.

  • 23 Febbraio 2014 in 2:43
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    E mentre la tua prima crisi si manifestava, io guardavo i binari e telefonavo: “Il cliente da lei chiamato non è raggiungibile”. Non eri raggiungibile. Dovevi esserlo, lo sei sempre stato. Anche a quell’ora strana – ora di pranzo, di famiglia, di vetri appannati, quando fuori è freddo e dentro è caldo e profumato – di una strana domenica color stazione solitaria e vento…
    L’inizio, per me, è stato così. Un mese e quattro giorni fa.
    A che serve un’amica, come io sono, quando la barca, a torto/a ragione, sembra diventare un guscio di noce? A ricordarti che hai le braccia forti? Ti conosci. Che anche la “penna” è un buon remo? Lo sai perfettamente. Come sai che gli aggettivi incornicianti il “tempo” sono cerchi concentrici approssimativi e vaghi.
    In una partita di calcio, qualche volta, la pioggia esagera e confonde. Il campo diventa un acquitrino buono per rospi e rane. Fischio di sospensione. “Lavori in corso”: si respira, si sistemano zolle e calzettoni. Quando sono al meglio, si ricomincia. Qualche volta, l’Arbitro improvvisamente si accorge di aver dimenticato gli occhiali. “Palla al centro” e chiede scusa. Gentilmente guardiamo oltre.
    I supplementari – ammesso e non concesso che su questi ci dobbiamo “applicare” – sono il tempo del “non si può mai dire”. Delle magie. Nei presunti tuoi, non lo sapevi, ma ci sei arrivato alla tua maniera: lasciando tracce, intrecciando affetti, litigando e ragionando, e inseguendo desideri in qualche direzione. Dopo i supplementari, ci sono, appunto, i calci di rigore. Hanno un orologio speciale, quelli. Dilatato. E, se i ricordi miei sono giusti, continuando, per le “partite” assurde, la monetina. Nel caso, la guarderemo in faccia, quando sarà. La mia e la tua. La lucideremo perché scintilli, e – giocando – la lanceremo alta, alta. Lontanissimo. E non cadrà.

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