don Pino Puglisi

padre“C’è un aspetto parti­colare nei martiri dei nostri giorni: es­si vengono uccisi non perché credono, ma perché amano; non in odio della fede, ma in odio del­l’amore… Don Pino è stato uc­ciso perché la mafia non pote­va tollerare l’amore con cui egli si dedicava a sottrarre i giova­ni alla strada e alla malavita… La testimonianza che Salvatore Grigoli, l’assassino di don Puglisi, ha reso pubblicamente do­po essersi convcrtito, conferma che, per estirpare la mafia non basta il coraggio delle forze del­l’ordine… (o) i politici e i magi­strati onesti… La forza per sconfiggere la mafia è l’amore, la carità alimentata dalla fede, che sola può trasformare le co­scienze, cambiare la mentalità,
la cultura e la vita.” ( Bartolomeo Sorge)

“I cosiddetti poveri, quale che sia la causa della loro “povertà”, non cessano di essere tali per il solo fatto che tutte le leggi sia­no osservate. Occorre fare del­la giustizia una pratica quoti­diana, capace di consegnare a ciascuno quel che gli appartie­ne e gli occorre per vivere de­corosamente. Don Pino Puglisi, parroco nel quartiere Brancaccio di Palermo… con il suo sa­crificio, ha messo in crisi la cri­minalità organizzata non sol­tanto per la sua bontà, ma per­ché ha inteso e vissuto la lega­lità come giustizia. Giustizia che esce dalle pagine del codice, per cercare chi è in strada, per cer­care chi è più solo, per incon­trare i minori a rischio di de­vianza e di abbandono, per far­si carico di queste povertà of­frendo loro alternative possibi­li. .. Chi ha sbagliato o è a ri­schio si vede sempre più spin­to verso spirali di ulteriori errori, mentre noi – gli altri, i buo­ni – tendiamo a separarci rigi­damente dai cattivi… fino a di­fendere la nostra sicurezza con una legalità che può sconfinare nello stesso linguaggio di chi sbaglia: la violenza” (Giancarlo Caselli)

Ma chi era don Pino? Figlio di un calzolaio, don Treppì, come lochiamavano i suoi ragazzi, era nato a Palermo il 15 set­tembre del ’37 a Romagnolo, una borgata a pochi passi da Brancaccio, il quartiere di cui di­venterà parroco e nel quale na­scerà il suo assassino. Poco pri­ma del diploma magistrale gli ar­riva la vocazione. E’ prete a Pa­lermo, nella borgata di Sette-cannoli, poi parroco a Corleone, nella frazione di Godrano. Sarà il cardinale Pappalardo a spo­starlo a Brancaccio, nella peri­feria orientale della città. Il po­sto lo conosce bene, conosce be­ne la mentalità, la gente e il suo difficile modo di tirare avanti. Sa che il problema principale è il lavoro e che, sulla sua man

canza, la malavita mette facili ra­dici con le sue allettanti proposte. La formazione, l’istruzione po­trebbero far molto, ma a Bran-caccio non c’è neppure la Scuola Media: a sei anni dalla sua mor­te aspetta ancora di essere inau­gurata. Pino comincia allora a la­vorare coi più giovani, coi ra­gazzi: è convinto di essere anco­ra in tempo per formarli e per dar loro dignità e speranza. Per i suoi “figli” fonda il Centro “Padre no­stro”. “Coi più piccoli – diceva -riusciamo a instaurare un dialo­go. I più grandicelli sfuggono, so­no attirati da altre proposte”. Racconta il suo assassino: “Cosa nostra sapeva tutto. (Che andava) in Prefettura e al Comune per chiedere la scuola media e fare re­quisire gli scantinati di via Hazon. Sapeva del Comitato intercondo-miniale, delle prediche. C’era gen­te vicina a don Pino che andava in chiesa e poi ci veniva a rac­contare.” Il piccolo e mite prete comincia a dar fastidio. Lavora in silenzio, non fa clamore, non va sui giornali, ma scava nelle co­scienze, costruisce legami, apre prospettive diverse. Cominciano allora gli “avvertimenti”: una ad una vengono incendiate le porte di casa dei membri del comitato. Poi le minacce, sempre più di­rette, e il pestaggio di un ragaz­zo del Centro. Ma ad ammazza­re un prete, fino ad allora, la ma­fia non si era ancora spinta. La chiesa era, tutto sommato, un territorio ancora franco. Se ne po­teva sperare comprensione, rifu-
gio. Ma quel prete… Arriva allo­ra la condanna. Il killer viene al­lertato. “Lo avvistammo in una cabina telefonica. Era tranquillo. Che fosse il giorno del suo com­pleanno lo scoprimmo dopo. Spa-tuzza gli tolse il borsello e gli dis­se: Padre, questa è una rapina. Lui rispose: Me l’aspettavo. Lo disse con un sorriso… Quello che posso dire è che c’era una specie di luce in quel sorriso… Io già ne avevo uccisi parecchi, però non avevo ancora provato nulla del ge­nere. Me lo ricordo sempre quel sorriso, anche se faccio fatica per-sino a tenermi impressi i volti, le facce dei miei parenti. Quella se­ra cominciai a pensarci: si era smosso qualcosa”. Un anno fa, il 28 febbraio, il pub­blico ministero Lorenzo Matassa chiudeva così la sua requisitoria al processo per la morte di don Pino: “Ricordate, giudici della Corte d’Assise, cosa raccontò “il cacciatore? L’assassino riferì che lo Spatuzza Gaspare gli sottras­se il borsello e s’impossessò del­le marche della patente. Singolare assonanza con ciò che è scritto nel Vangelo secondo Giovanni, dopo la crocifissione di Nostro Si­gnore Gesù: “Si sono divise tra loro le mie vesti”. Ma questo Spa­tuzza Gaspare e i suoi còrrèi non potevano saperlo”. Don Pino non ha scritto molto. Un suo intervento però ci rimane. L’a­veva tenuto a Trento, due anni prima di morire. Il testo è di un’ag­ghiacciante profezia: “La testimo­nianza cristiana è una testimo-

nianza che diventa martirio. Infatti testimonianza in greco si dice martyrion. Dalla testimonianza al martirio il passo è breve, anzi è pro­prio questo che da valore alla te­stimonianza.” Essa servirà a dar fiducia “a chi, nel profondo, con­serva rabbia nei confronti della società che vede ostile… A chi è di­sorientato, il testimone della spe­ranza indica non cos’è la speran­za, ma chi è la speranza. La spe­ranza è Cristo, e si indica logica­mente attraverso una propria vi­ta orientata verso Cristo”. Mentre scrivo, il presidente del­la Repubblica Ciampi è in visita a Palermo nei luoghi di don Pu-glisi: a Brancaccio, nel Centro di accoglienza “Padre nostro”. For­se, dopo la conversione del suo as­sassino, don Pino farà il miraco­lo di far aprire la scuola. Uno, cer­tamente, continua a farlo tutti i giorni: quello di additare ai cre­denti e agli uomini di buona vo­lontà la via della “compromis­sione” e della “prossimità” coi fratelli. Da un seme che è morto sta nascendo la spiga.

Pasquale Pirone

pubblicato in Arco 2000, n°1, p. 24-25

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