David Maria Turoldo, cantore di dio, servo degli uomini

turoldo(in Arco 1998, n° 4, luglio-agosto 1998, pp. 26-27)

“Ho pochi giorni anco­ra, poi devo rientrare in ospedale. Sarà quello che sarà! Attendono altri accertamenti, ma io attendo Lei, meglio attendo Lui. (…) Il suo volto io ho cercato fra tutti i volti (…) con la mente e il cuore più infocati, mai che sia riuscito a dargli una figura e un’immagi­ne sicura. (…) Eppure “E’ il Tu con cui ho sempre dialogato, giorno e notte: il Tu che ho invo­cato, esaltato e bistrattato per strada e sulla pubblica piazza, o nel segreto del cuore”.

Come l’altro David, anche lui da ragazzo pastore di pecore e da adulto cantore del Volto,  Turoldo ha cantato nei suoi versi la lode e lo stupore di Dio, le sue meraviglie e la sua assenza, la libertà dell’uomo e l’urlo nero davanti al male. E, proprio come Davide, l’ha fatto da uomo di fede immerso fino ai capelli nella storia e nelle contraddizio­ni degli uomini.

“Io non posso non scrivere (…) Scrivere è intingere la penna nel proprio sangue per dire a te stesso ciò che Lui, l’Amico ha pensato di te, ciò che Egli ha fatto e continua a fare di te: e quanto tu sia refrattario o dispo­nibile alla grande opera comu­ne. Opera unica e irripetibile”.

Nato in Friuli nel 1916 a Coderno di Sedegliano, “ultimo figlio dell’ultima casa del paese”, poverissimo fra i poveri , Giu­seppe Turoldo entra giovanissi­mo nell’Ordine mendicante dei Servi di Maria, i “padri serviti” col nome di David Maria “un ordine piccolo, ma libero e fan­tasioso” sorto nel ‘200 da un gruppo di sette laici fiorentini, che come “trovadori di Dio” si riunivano per cantarne le lodi. Nel ’40 è ordinato sacerdote e subito inviato a Milano nel con­vento di Santa Maria dei Servi in San Carlo per laurearsi in filosofia nella giovane Univer­sità Cattolica. Qui conosce due personaggi decisivi per la sua formazione: Gustavo Bontadini, che poi lo volle con sé come assi­stente di filosofia teoretica all’Università di Urbino e Mario Apollonio, che ne scoprì il talento poetico e lo incorag­giò a coltivarlo. Sono gli anni della guerra, anni intensissimi, terribili. Intorno a David e al suo inseparabile amico, padre Camillo De Piaz, si raccolgono un gruppo di giovani entusiasti e tante iniziative: la “Corsia dei Servi”, libreria, editrice e centro di cultura, il “Cinema-studio”, la “Messa della Carità”, intorno alla quale si organizza un grup­po di professionisti (medici, avvocati, insegnanti) gratuita­mente a disposizione dei più poveri; il giornale “L’Uomo”, punto di aggregazione dell’uma­nesimo cattolico e laico prima della clandestinità antifascista e poi ancora per un anno dopo la Liberazione. Dal novembre del ’43 il cardinale Schuster che lo apprezza particolarmente, gli affida la messa delle 11 in Duomo, la più affollata, e gli consente un esperimento rivolu­zionario: una messa in lingua italiana vent’anni prima della riforma liturgica. Ma sono già in molti a non amare la fran­chezza e il coraggio profetico di Turoldo. Scandalizza che alla Messa della carità egli abbia invitato anche i barboni; si proi bisce alla Corsia di pubblicare i libri di Maritain, troppo all’a­vanguardia; si guarda con sospetto all’etichetta di “comu­nità” che è stata affissa davanti al centro di S. Carlo. Troppo protestante. Molto amico gli è il cardinale Montini, il futuro Paolo VI, ma non basta. La goc­cia che fa traboccare il vaso è il “caso Nomadelfia”: la comunità solidale fondata presso Modena da Don Zeno Saltini per dare una famiglia a bimbi abbando­nati, ragazze madri e derelitti. Il nome stesso era un program­ma: “Nomadelfia”, la “legge della fratellanza”. Turoldo è affascinato da quell’esperienza e vi si spende moltissimo: fonda a Milano e altrove comitati di sostegno, bussa alle case dei ric­chi, ne disturba le feste a Corti­na, Canazei, Moena per invoca­re aiuti. Schuster lo appoggia ed affida a Nomadelfia i bambi­ni “difficili” del “correzionale” di Milano, ma dopo qualche anno arriva da Roma l’ordine di chiu­dere. “I nostri ragazzi tutti dispersi, strappati alle madri mentre urlavano aggrappati alle loro ginocchia; e madri inermi e impotenti a piangere come Rachele nei campi di Bethlem.” Gli animatori di Nomadelfia vengono dispersi ma è per David la pena più grave è quella di essere condan­nato a non fermarsi. Gli si ordi­na di andarsene “in giro perché non coaguli”.

Turoldo è allora in Austria, poi a Ginevra, a Parigi, a Monaco di Baviera, poi  in Sud Africa, in Canada, in Messico, in Cile. E’ Giorgio La Pira, il santo sindaco di Firenze, ad ottenere il suo ritorno in Italia, nel 1955. A Firenze di nuovo un ciclone di iniziative: una nuova messa della Carità, un’associazione, una rivista, l’incontro con don Milani. Nel ’59 ricomincia l’esilio.

“Ma la Chiesa è imprevedibile, è fatta di uomini: fatta perfino di me, che è tutto dire (…). Così mentre da una parte mi si cac­ciava, da altrove mi  cercavano, perché continuassi a servire”. Nominato Arcivescovo di Mila­no, il cardinale Montini lo invita a predicare nella “Grande Mis­sione di Milano”. In Italia realizza Gli ultimi, un film, quasi autobiografico, sui bambini delle campagne friula­ne. Il film è premiato a Cannes, ma nessuna sala cattolica lo proietta.

Nel ’62, finalmente, il Concilio. La gioia che prova trabocca in una poesia, Non più disperate preghiere.

Il giorno stesso della morte di Giovanni XXIII, Turol­do prende la decisione di trasfe­rirsi a Sotto il Monte, nel borgo natale del papa e di farne, se possi­bile, una piccola Assisi. Nell’an­tica abbazia di Sant’Egidio nasce la “Casa di Emmaus” e il “Centro di Studi Ecumenici”. Sono anni intensissimi di pre­ghiera, di accoglienza, di lavoro per il rinnovamento liturgico, di copiosa produzione poetica e let­teraria, ma anche di coraggiose prese di posizione che gli attira­no critiche feroci e attacchi non solo alle idee, ma anche all’uomo e al credente. E con gli attacchi alle idee, piovono indiscriminati anche gli attacchi alla sua opera: la sua proposta di una nuova traduzione dei Salmi per la Liturgia delle Ore è rifiutata; quelli messi in musica vengono boicottati; altre opere vengono utilizzate e apprezzate tardiva­mente. Feconda è l’amicizia e la collaborazione con mons. Ravasi. Con Ravasi scrive Lungo i fiumi. I Salmi. Traduzione poetica e commento ed Opere e i giorni del Signore, un volume di com­mento alle letture liturgiche. Cadono una ad una le riserve sui suoi drammi, sulle sue opere poetiche. Riceve il premio Silone, il premio Lazzati. Il card. Martini scrive la prefazione ai suoi libri. E infine , altissimo, c’è il “magistero” della sua malattia e del dolore sperimentato nella carne: un cancro al pancreas che lo sollecita a scrivere più in profondo e più in fretta:

“In questo slancio finale/ non cedere, mio cuore, / alle sovrane stanchezze/ non sarà certo/ lunga l’attesa/ e non perdere tempo/ e questo mio essere pre­sente/ questo darmi ancora/ e lasciarmi divorare, dica/ con quale umile/ e grata/ e diuturna/ passione, vita/ io ti amavo, e come/ ora con la morte/ – ultimo dovere- / vorrei sdebitarmi/ e pagare lietamente/ il pedaggio d’entrata…”

Di Lui aveva già scritto: “E noi lo cerchiamo/ e vorremmo che passasse/ sulle strade/ come uno di noi, e dietro/ gli andrebbe perfino/ la pietra in questo/ biso­gno d’amore/ sensibile, in que­sta/ tangibile fame…”.

Un pensiero riguardo “David Maria Turoldo, cantore di dio, servo degli uomini

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.