Renzi, il budino e le Primarie

budinoMetabolizzato il lutto o, a seconda delle tifoserie, l’orgasmo da Leopolda (deve saperci fare questa Leopolda…) è tempo di analisi.
Anzitutto la partecipazione. I quasi tre milioni di voti sono un miracolo che non si può offuscare immaginando miriadi di voti multipli o truppe cammellate di oscuri Berlusconiani in libera uscita. C’è stata una partecipazione di massa, che evidentemente ha inteso affidarsi alla speranza di un cambiamento piuttosto che al broncio del disincanto. La vittoria di Renzi, arrivata col vento in poppa di tutti i principali media, che da mesi lo hanno indicato come l’unica reale possibilità di svolta, non potrà ignorare la forza di questa investitura popolare, che, come lui stesso ha sottolineato, suona come ultimo avviso di un elettorato altrimenti destinato a voltare per sempre le spalle. Quanto agli altri sfidanti, il flop di Cuperlo è suonato clamoroso. Nel passaggio dai circoli alle primarie aperte, le sue percentuali si dimezzano. Ha scontato, è vero, le sue difficoltà comunicative – soprattuto nei confronti dell’audience più esterna al partito dei tesserati – ma non ha saputo scrollarsi di dosso il marchio di infamia impressogli dall’essere sponsorizzato da D’Alema e da buona parte dell’apparato.
Cuperlo ottiene inaspettatamente i risultati peggiori nelle regioni storicamente rosse: l’Emilia, la Toscana, l’Umbria e le Marche. E’ il segno di uno scollamento ormai completo dell’apparato dalla base oppure l’effetto del camaleontismo opportunista proprio di una parte di quell’apparato?

La distribuzione dei consensi di Civati è invece proporzionale alla latitudine. Si fa minima in Sicilia, Calabria, Basilicata, Campania e Molise, sconta in Toscana ed Umbria il plebiscito per Renzi, arriva a sfiorare il 20% in Liguria, Piemonte e Lombardia, per superarlo in Valle d’Aosta e Trentino e addirittura farsi maggioranza in alcune grandi città straniere. Civati ottiene i migliori risultati nelle grandi città del Nord e tra i giovani (il 30% nella fascia 16-34 anni): merito anche delle sue posizioni sui diritti civili ed del tenace lavoro online, certamente meglio recepito tra le fasce di popolazione più avvezze a questo tipo di canale. Il suo è stato comunque un piccolo miracolo. Partito tardi rispetto a Renzi, che aveva dalla sua la popolarità maturata nella precedente tornata e l’appoggio della comunicazione main stream di giornali e TV, Civati è cresciuto settimana dopo settimana, vincendo nettamente il confronto televisivo e girando il Paese anche in zone snobbate dagli altri, come ad esempio la Sardegna, in cui ha chiuso la campagna elettorale, e che lo ha premiato per questo. Con più di 350.000 preferenze Civati non ha però saputo (o potuto) sfondare nel Sud ed è riuscito a convincere solo in piccola parte quei quattro milioni di voti PD in libera uscita dalle ultime politiche. C’è chi lo ha accusato di offrirsi come foglia di fico di un partito ormai morto, chi lo ha senz’altro apprezzato, salvo poi a dichiarare di attenderlo quando avrà rotto definitivamente col PD, chi non ha voluto sottrarsi all’abbraccio dei profeti a cinque stelle, o più semplicemente è rimasto appollaiato sul “cirasiello” del disincanto. Intorno a Civati e alla sua linea politica – e che in fondo era quella promessa da Bersani alle ultime politiche (su cambiamento, F35, diritti civili, no all’abolizione dell’IMU per i più abbienti, mai più con Berlusconi) si è coagulata una passione che in certi momenti è sembrata addirittura capace di ottenere l’impossibile: se non la vittoria, almeno un risultato che si attestasse sul quarto dei consensi e che potesse condizionare con più forza la linea del vincitore.

Con Civati e i civatiani (Casson, Corradino Mineo, Walter Tocci, Lucrezia Ricchiuti…) perde la linea di un cambiamento della modernità e della nettezza. Perde la passione di chi si è speso come mai prima, e adesso si sente con un pugno di mosche in mano. Nè sarà facile, dopo le primarie, tenere insieme chi intende continuare il confronto dentro il partito e chi invece vorrebbe vederlo fuori, verso una sponda nuova che consenta di mantenere intatta la radicalità e la novità. Frattanto Renzi sarà in grado, neutralizzando il peso dei compagni della seconda ora, di interpretare fino in fondo quella discontinuità che si attendono da lui i suoi elettori? Riuscirà a chiudere davvero la stagione degli inciuci dalemiani e dell’immobilismo delle grandi intese? Saprà evitare le sirene di un Berlusconi che già fiuta la possibilità di tornare clamorosamente in gioco sfruttando la necessità della riforma elettorale? Riuscirà a valorizzare quelle energie e quelle istanze che si sono coagulate attorno al nome di Civati? E Civati stesso saprà continuare nel defatigante dialogo con quel pezzo, fragile e giovane del Paese, che ha trovato in lui uno straordinario interlocutore?
Per ora registriamo la positiva, inusitata gioventù della nuova segreteria politica (“gggiovane e donna” sono un valore aggiunto, ma non fini a se stessi, se “gggiovani” e donne son anche le pupille demitiane e veltroniane della Pina Picierno e della Marianna Madia) e il fatto che in uno dei ruoli di maggior peso, e cioè di responsabile all’economia, c’ è il civatiano Filippo Taddei, autore di buona parte del programma economico del monzese.

Il budino, per dirlo, alla D’Alema, ha un aspetto accettabile. Vediamo com’è di sapore e soprattutto se non si affloscia col passare dei giorni. primarie PD 2013 risultati

Un pensiero riguardo “Renzi, il budino e le Primarie

  • 12 Dicembre 2013 in 6:25
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    Chi sa come saranno contenti i “pendolari abituali” a sapere che qualcuno si può alzare prima delle 8 e scoprire che ancora, di questa stagione, c’è un po’ buio.
    Tempi duri: sembra proprio che siano in tanti, oramai, a farsi affascinare (dalle mie parti, si direbbe: “abbindolare”) dai sogni.
    Anni fa erano “un milione di posti di lavoro”, poi la proposta è quella di “tagliare un miliardo di costi alla politica”.
    Sembra ci sia dimenticati che lo stesso Paperon de’ Paperoni si diceva che avesse iniziato con “un centesimo”.
    E’ della fatica, quella vera, che sembra nessuno abbia più voglia di parlare.

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