Cristiani del lievito, comunità nella Piana.

cdpIl 7 dicembre scorso, all’indomani del primo incontro de “Il Concilio ha 50 anni. I testimoni, la Chiesa e la Società” con mons. Luigi Bettazzi, e a qualche giorno dal secondo con il pastore Paolo Ricca, è andato in onda dagli studi dell’emittente avellinese Irpinia TV una puntata de “I fatti in movimento” di Norberto Vitale dedicata al Vaticano II. Ospiti in studio don Emilio Carbone, parroco di S. Maria di Costantinopoli, Pasquale Pirone, della Comunità Cristiana della Piana e il sindaco di Tufo, Fabio Grassi. Ve ne riproponiamo alcuni stralci, con la trascrizioni degli interventi.

Video 1

Pasquale Pirone: “Giovanni XXIII aveva usato la parola aggiornamento anche per spiegare che non c’è rottura rispetto alle verità di fede, alla Tradizione così come si era trasmessa. Ma il cambiamento di atteggiamento è indubbiamente epocale. Le chiese che noi chiamiamo protestanti e che sarebbe più corretto chiamare riformate passano dall’essere “eretiche” a “via di salvezza”. Paolo Ricca è un doppiamente scomunicato in quanto valdese e in quanto calvinista. Eppure oggi lo accogliamo nelle nostre chiese e lo ascoltiamo come maestro di spiritualità, come un fratello che ha delle cose da insegnare. Gli ebrei da “deicìdi” passano a “fratelli maggiori”. E non è poco. La parola di Dio che prima veniva centellinata, e’ stata offerta in abbondanza nella liturgia: nel triennio la leggiamo per intero ed è nelle mani dei laici che possono leggerla, rifletterla insieme, con l’aiuto della gerarchia, con la guida della gerarchia, sicuramente, ma in autonomia di coscienza. E sono cambiamenti che lasciano il segno.”

Video 2

Norberto Vitale: “Avete dato vita alla Comunità cristiana della Piana, che è una comunità ecumenica di cattolici e non che si riuniscono nelle loro case per pregare e riflettere sulla Bibbia all’insegna dell’impegno sociale. E’ una comunità che aderisce all’appello “Chiesa di tutti. Chiesa dei poveri”. Se avvertite come credenti la necessità di dar vita a forme di Chiesa, diciamo così, anche più avanzate, più permanenti, diciamo che evidentemente notate che qualcosa non quadri del tutto”.

Pasquale Pirone: “Io farei un  passo indietro, visto che parliamo di laicato. Negli anni ‘50 e ‘60 il laicato cattolico è sostanzialmente monolitico, organizzato fondamentamente intorno all’Azione Cattolica, con le grandi manifestazioni di piazza, in uno spirito di obbedienza alla gerarchia, con azioni di presenza sul territorio di tipo tradizionale, come gli oratori, le pompose liturgie… Poi c’è lo scoppio della libertà negli anni Sessanta. E la libertà ha i suoi prezzi, la destrutturazione ha i suoi prezzi; e quindi c’è il fiorire di tante piccole comunità, ma soprattutto c’è la grande passione per il rapporto con il territorio.  I Cristiani capiscono che non si può essere veramente fedeli alla parola di Gesù Cristo se non si riconosce nel prossimo il volto di Dio, se non ci si impegna concretamente per la propria città, per il proprio quartiere, per gli ultimi. Ci saranno state anche delle esagerazioni, ci sono stati senz’altro casi dolorosi e limite, ma sono casi, appunto. A quel fiorire corrisponde però poi la ricerca di un riflusso rassicurante, il fiorire dei “movimenti”: che non sono certo le comunità degli anni ’70.  C’è secondo me uno spartiacque che si colloca negli anni tra il ’76, l’anno del documento  su Evangelizzazione e Promozione umana, e il 1980, che è l’anno di Educare alla legalità, un piccolo e prezioso documento della commissione “Pace e Giustizia” della CEI. Dopo quella fase è cominciata l’epoca dei Neocatecumenali, di Comunione e Liberazione, dei Cursillos, dell’Opus Dei, il successo cioè di forme di laicato tutto sommato antiche: che fanno riferimento a un fondatore che si ritiene in qualche modo ispirato e che si offrono come strumento tranquillizzante. La gente non vuole pensare più; si vuole abbandonare nelle braccia di un alveo già tracciato. Questo evidentemente corrispondente a una domanda effettiva e spiega il successo dei movimenti. Poi ci sono le esperienze come la nostra: una piccola comunità che ha ormai quasi vent’anni. Ce ne sono sicuramente tante altre, che non conosciamo. Sono forme di condivisione della preghiera, della riflessione sulla Parola e dell’impegno sociale che cercano di coniugare il Vangelo con i tempi diversi della vita ordinaria. E’ molto più facile incontrarsi in casa alle nove e mezza di sera che in qualsiasi parrocchia; anche perché magari a quell’ora le parrocchie stanno chiuse. Perché sensibilità e ritmi sono diversi: se si hanno figli e lavoro, anche pomeridiano, tutto cambia.

Ci sono due idee di Chiesa che secondo me si confrontano da sempre, che a volte sono complementari e non devono necessariamente essere intese come conflittuali: c’è un’idea, che è quella dell’identità forte; l’altra, che è quella del lievito. Questo si traduce anche in un modo diverso di intendere la politica e l’impegno sociale. Nell’ambito di una società che riconosciamo come secolarizzata, c’è la paura di non riuscire a “salare” nulla, di  non dare il senso a nulla, di una presenza che sia troppo fragile, e allora c’è chi cerca l’identità forte, chi cerca strutture anche di potere, visibili, e un rapporto stretto con la politica che governa, per potere avere un peso.

C’è invece un’altra porzione di Chiesa – ed io mi riconosco in essa – che ritiene che compito dei cristiani sia  essere lievito,  cioè mischiarsi nella pasta, fermentarla quella pasta, e quindi lavorare fianco a fianco con chi, pur essendo di altra ispirazione ideologica, religiosa, eccetera, insieme a noi condivide una concezione forte dei rapporti con l’umanità.”

Video 3

P.P. “Valore non negoziabile è soltanto il tema della bioetica? O lo è il tema del lavoro, della dignità delle persone, della lotta per la giustizia, del contrasto alle mafie, dell’azione decisa per la pace? Che significa anche scelte di governo di un certo tipo: pensiamo al dibattito sulle spese militari, sugli F35 e via dicendo. Il deficit di profezia di cui parlava don Emilio (Carbone) significa anche questo. Concretamente: se in un territorio ci sono delle emergenze gravi, per esempio in campo ambientale, nel campo del lavoro, i laici – perché il problema non è solo della gerarchia – che fanno? Dove sono? Sono a fianco degli uomini di quella terra? Hanno la capacità di farsi compagnia per quegli uomini? Di farsi solidali davvero? Questo è quello che ci deve interpellare. Altrimenti resta tutto un fatto di chiacchiere.”

Norberto Vitale: “Insomma i laici devono avere la capacità di essere profeti, prima che galoppini elettorali? Ho capito bene Pasquale?”

Pasquale Pirone: “Assolutamente sì”. Poi degli strumenti se ne può discutere. E’necessario per essere meglio presenti (nella società e nella politica) uno strumento unitario? Che non significa una nuova Democrazia Cristiana, ma può significare una sorta di forum permanente di confronto del laicato… Io sono assolutamente contrario alla riproposizione stantia di un’unità in politica dei cattolici che oggi non ha assolutamente nessun senso. Ci si prova ancora… In questo momento ci si sta ancora provando. Ci sono ancora  tentativi di metter su un giocattolo che sia riconoscibile come cattolico DOC: come cinghia di trasmissione in politica direttamente dell’episcopato e della Chiesa. Ci si è provato negli anni scorsi, ci si è provato di recente e temo ci si  riproverà ancora.

Serve?

Io credo che sia il momento invece di riscoprire davvero quelli che sono portatori a fianco a noi di valori su cui insieme si possa lavorare e fare delle battaglie…

Vitale: “Che in fondo è poi la grande lezione se non la fondamentale del Concilio Vaticano II…”

Pirone: “Nella chiesa c’è il problema di un ruolo effettivo del laicato… Ancora oggi i Consigli parrocchiali, i Consigli economici sono troppo spesso momenti fittizi… Assomigliano molto a quello che sono i consigli di classe, i consigli d’istituto nella scuola, a cui i genitori vengono ormai stancamente convocati… E’ un problema della società, non solo della Chiesa…. Gli strumenti di partecipazione degli anni ’70, che tutti abbiamo salutato come momenti importanti, sono oggi ridotti a dei simulacri vuoti (…) Tutto ciò ci impone una riflessione. Un altro problema della Chiesa è il linguaggio con cui si comunica al mondo, che non è soltanto un fatto di lessico, di giovanilismo o di twitter. Lo confesso: io ho smesso di leggere da molto tempo i documenti ufficiali perchè sono una collazione di già detto. E’ vero che la Chiesa ha una sua tradizione, è un fiume che ha una sua continuità… Ma non si può pretendere di parlare in maniera efficace al proprio tempo e al proprio laicato autocitandosi. Possibile che non siamo capaci di freschezza? E questo ovviamente riguarda la gerarchia, noi laici , ma riguarda anche certa educazione che viene data ai giovani preti dei seminari, che sono educati come “genere letterario” a fare “collazione”, a ridire stancamente il già detto, perchè si ha paura della novità. Che è la novità del Vangelo incarnato. Questo non ci porta da nessuna parte.

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Norberto Vitale: “ Se da questa crisi venisse un recupero di atteggiamenti e di comportamenti concreti all’insegna della sobrietà da parte della Chiesa probabilmente non sarebbe una cattiva lezione”

Pasquale Pirone (Comunità della Piana): “Bisogna intendere il termine Chiesa in un’accezione più ampia: non soltanto la gerarchia, ma anche il laicato, proprio a livello di famiglie, persone, di singoli credenti. Oggi ci si sta misurando concretamente con la faccia di amici che non ce la fanno a tirare avanti . Stiamo svolgendo una  funzione di supplenza enorme, proprio per evitare che la gente affoghi. Contestualmente c’è un problema di sobrietà che investe anche la gerarchia. C’è un capitolo della stagione del Concilio molto poco noto che è quello del “Giuramento di Domitilla”: 43 vescovi si riuniscono nelle Catacombe di Domitilla e promettono davanti a Dio e alle loro comunità la povertà, la sobrietà, un cambio di passo. Di questo oggi  c’è poco.  Si continua a spendere e spandere. Ci sono anche dei segnali poco incoraggianti. Per esempio: va bene il decoro… ma tra tanti problemi che ci sono la preoccupazione della Curia romana di mandare la circolare in cui si raccomanda l’uso della talare con i bottoncini, eccetera, è una cosa che non si capisce proprio. Poi (nei confronti della nuova povertà) c’è il tema di come essere efficaci, perchè da sole le persone, le singole comunità, le singole parrocchie non ce la fanno.”

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