Sui capolavori luci che si accendono (E si spengono)

Assteas cratere con Europa e il toroApre oggi a Roma, nello straordinario contesto del Museo Nazionale di Castel S.Angelo la grande mostra “Capolavori dell’Archeologia: recuperi, ritrovamenti, confronti” curata da Maria Grazia Bernardini e Mario Lolli Ghetti in occasione dei vent’anni di collaborazione tra l’Arma dei Carabinieri, la Guardia di Finanza e la Polizia di Stato nel recupero delle opere d’arte trafugate da scavatori clandestini o rubate in depositi e musei. La mostra, divisa in nove sezioni, ricolloca nel loro contesto, geografico, culturale e sociale, i capolavori recuperati, mettendoli a confronto con pezzi analoghi in prestito dai musei archeologici italiani. Tra i pezzi esposti la Kore di Morgantina, due crateri a volute da Canosa, un grande createre marmoreo daunio, una testa di Amazzone da Ercolano, la testa di filosofo da Porticello, una statua del Canopo di Villa Adriana e alcuni straordinari vasi di provenienza lucana e tarantina.

Pezzi di straordinario valore artistico (e non solo) restituiti alla fruizione del pubblico e della comunità scientifica e in attesa di essere restituiti ai territori e alle comunità da cui provengono. Ed è qui che cominciano le dolenti note. Spenti i riflettori di queste mostre, e passato il luccichìo della ribalta, i reperti vengono avviati spesso in strutture che peri troppi tagli alla cultura sono privi di adeguata custodia, di apparati didattici e di personale che ne assicuri una efficace fruizione.
Penso a quel che accaduto al meraviglioso cratere di Assteas raffigurante il ratto di Europa, tornato in Italia nel 2007 a seguito di un accurata indagine del Nucleo Difesa del Patrimonio Artistico dei carabinieri. Rinvenuto nel 1970 a S.Agata dei Goti, nel Beneventano, da un tombarolo che lo aveva venduto per un milione di lire e un maialino (!), il cratere era finito dapprima in una collezione privata svizzera e di lì al Paul Getty Museum di Malibu.
Dopo i fasti di una mostra al Quirinale e un’altra al Palazzo Reale di Napoli, il cratere è stato per un anno esposto al centro del Museo Archeologico Nazionale di Paestum, nella sala che a a rotazione ospita le mostre. Di lì, per mancanza di spazio e di adeguate risorse è finito in un’anonima vetrina laterale, come scarsamente valorizzati sono gli altri capolavori di Assteas o di Python presenti nel museo e sui quali non si riesce ad allestire una mostra o un’esposizione permanente con apparato didattico finalmente davvero adeguato.

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