Dalla Chiesa. Storia di Lea, Denise e di giovani ribelli

IL-CORAGGIO-DI-DIRE-NO.-Lea-Garofalo-la-donna-che-sfidò-_la-ndrangheta-215x300Nel corso dell’incontro con i ragazzi e le ragazze della Perna Alighieri, riflettendo sulla cura minuziosa che essi avevano dedicato alla preparazione dell’incontro, e sulle forme possibili di un impegno per la giustizia anche di giovanissimi, Nando Dalla Chiesa ha raccontato la storia di Lea Garofalo, di sua figlia Denise e delle decine di liceali milanesi che l’hanno sostenuta nei difficili giorni del processo. Calabrese, di famiglia legata alla ndrangheta, Lea Garofalo era stata rapita, torturata ed uccisa per ordine del suo ex compagno. Nel processo testimone chiave è stata sua figlia Denise, chiamata a testimoniare contro suo padre.

Di seguito la trascrizione integrale di questa parte dell’intervento di Dalla Chiesa e il relativo video.

“(Denise) va al processo e ovviamente si pensa che in quel processo subirà di tutto, che gli avvocati cercheranno di presentarla come una poco di buono, che i familiari cercheranno di intimidirla e di farle pesare l’affetto per il padre e per gli zii. “Ma come! Mandi in galera loro? Ma che prove hai? Che cosa stai dicendo?”. Che parleranno male della madre.
(…) Mi è venuto in mente di raccontarvelo, perché una volta vado in un liceo di Milano dove delle ragazze un po’ più adulte di voi rappresentano Le Ribelli. Io rimango molto colpito, come sono rimasto molto colpito oggi. Quando ascolti dei ragazzi che interpretano il tuo libro, ti riempie di orgoglio. (Dopo la rappresentazione) ho detto loro “Scusate, ragazze, avete fatte benissimo Le Ribelli… però… oltre a raccontare le Ribelli che ci sono state, perché non difendete la ribelle di oggi, che è la più giovane di tutti? Che è indifesa, che non ha dietro nessuno perché la madre gliel’hanno uccisa e tutta la famiglia è contro, perché lei dice che è stato il padre ad uccidere la madre. Non avrà nessuno a difenderla questa ragazza… perché non ci andate voi?”. Oh, ragazzi, ci sono andati. Ci sono andati. Sono andate a seguire il processo decine di studentesse di licei milanesi, ragazze anche molto giovani, 16, 17enni.

Io c’ero all’inizio del processo e ho visto le facce degli imputati dietro le gabbie, erano delle facce stupite, sgranavano gli occhi guardando queste ragazzine che arrivavano al processo. Loro si erano portati tutti i parenti.  Che ovviamente si salutavano, erano molto tracotanti, convinti di farla franca “Tanto la testimonianza è solo sua, è questa ragazzina gracile. Gli avvocati la faranno nuova con l’interrogatorio, la faranno cadere in contraddizione, non reggerà assolutamente la sua testimonianza, è sola contro tutti noi”. Arrivano queste ragazzine, Denise non era più sola, non l’avevano mai vista, non l’hanno mai vista perché ha testimoniato dietro  il paravento. Sono state lì, si sono date il turno per  tutto un anno per far vedere che loro erano con lei. Le hanno fatto arrivare dei messaggi.

Gli occhi di questi imputati erano quelli di chi si dice “Ma queste chi sono? Perché sono qui?”. Hanno perfino chiesto ad un agente della polizia penitenziaria di andare a chiedere loro perché fossero lì. L’agente della polizia penitenziaria – secondo me contravvenendo ai suoi doveri  – è andato davvero a chiederlo, su richiesta dell’imputato,  “Cosa fanno”,  per sentirsi rispondere “Siamo qui in solidarietà con Denise”.

E loro erano  furenti, “ma cosa c’entrate voi?”.  E’ questa la logica. Per questo dico: “Beata questa scuola! Beata Avellino che ce l’ha! Beati i genitori che ci mandano i ragazzi! Beati i ragazzi!” Perché questo spettacolo dice: “Mi interessa”. Quelle ragazze hanno detto “Ci interessa la vicenda di Denise: per questo sono qui.”.
Non solo, l’idea loro (dei parenti) era “Questa donna è della nostra famiglia! L’abbiamo uccisa. Benissimo! E voi cosa volete?  Questa era una donna che apparteneva a noi… Voi che cosa venite a contestare? Che voce volete metterci in mezzo? Chi siete voi per venire a chiedere giustizia per Lea Garafalo? Chi siete voi per venire a dare solidarietà a una ragazzina che non conoscete nemmeno?”.
Questa è stata la rivelazione, era bellissimo quello sguardo di stupore. Era la meraviglia di chi è abituato a fare la legalità in proprio, a fare violenza in proprio, a non pagare la violenza perché agli altri non interessa. E sentirsi dire da quelle ragazzine “Mi interessa” è stato qualcosa di straordinario.

Denise ha fatto un interrogatorio che, ragazzi!, una ragazzina di 18, 19 anni non si sa come possa resistere… Perché… sentirsi dire dagli avvocati “Noi stiamo qui a fare un processo a spese dello stato e sua madre magari si sta divertendo in Australia”, sentirsi dire queste cose dagli avvocati o sentirsi chiedere per caso se sei consumatrice di droga, sentirsi umiliata… Fra l’altro uno di quegli avvocati è stato arrestato per associazione mafiosa, per dire qual’era il tono, qual’era il modo di operare dentro l’amministrazione della giustizia.

 A un certo punto cade il governo, il nuovo ministro della giustizia chiama come suo capo di gabinetto il Presidente della Corte: morale,  bisogna rifare il processo, la testimonianza di Denise non vale più.

Le ragazzine sono impazzite di fronte a questo. E avevano anche gli avvocati che difendevano Denise che dicevano “Ma è la regola”. “Non può essere la regola” dicevano (le ragazze). “Non è giusto! Perché abbiamo visto questa ragazzina la fatica che ha fatto a reggere quel confronto… Ma come è tutto inutile?”.

“E’ la legge”.

A me è piaciuto tantissimo che loro hanno detto “Questa legge è ingiusta”. Hanno saputo distinguere la legge giusta dalla legge ingiusta, la legge che ci aiuta a vivere meglio dalla legge che non ci aiuta a vivere meglio. E contrariamente ad ogni previsione, perché non gliel’ha proprio chiesto nessuno, sono andati a mettere gli striscioni davanti al Palazzo di Giustizia denunciando il fatto che il processo fosse stato interrotto. Finché la Presidente del tribunale, che è una donna,  ha deciso che il processo riprendeva sì, secondo le regole, ma andava a tappe forzate per chiudere in tempo. E invitava gli avvocati, difensori degli imputati, ad acquisire la testimonianza di Denise. Cosa che in grande parte è avvenuta. La sentenza è stata l’ergastolo per tutti.

Non sono servite le ragazze a far cambiare opinione ai giudici, ma sono servite a a garantire a Denise che lei aveva dietro qualcuno e che, quindi, poteva testimoniare senza sentirsi sola nel mondo. Queste sono “le ribelli” di oggi. E questo mi fa capire come in realtà anche delle ragazzine – scusate se dico “ragazzine” perché magari a 15 anni ci si sente grandi, per me lo erano – sono riuscite a fare qualcosa di grande. E’ il potere dei senza potere.  Tante volte io immagino che in un’altra situazione, magari una situazione più confidenziale, qualcuno di noi potrebbe dire “E io che cosa posso fare?”. Quante volte si dice: “E io che cosa posso fare?”, “Noi cosa possiamo fare?”. Ecco che cosa si può fare!  Se me l’avessero chiesto un anno e mezzo fa, io non avrei saputo consigliarvi di fare questa cosa perché non ti vengono in mente… Vengono in mente soltanto a chi ci crede. Hanno fatto fatica (le ragazze). Eccome se hanno fatto fatica! Hanno anche trovato delle insegnanti che hanno accettato le loro assenze, sapendo che c’era una causa nobile dietro quelle assenze. Hanno dovuto studiare di più perché impiegavano tempo al palazzo di giustizia, hanno impiegato del tempo per fare la battaglia. E si sono organizzate per essa: si sono date dei turni, non trasandati, con cura: 20 ogni volta… E 20 sono state ogni volta.

La legalità richiede impegno. Il pressapochismo non riesce a costruire la legalità.”

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