Raniero La Valle: Verso la riforma del papato

papa Francesco abbraccia il Patriarca ortodossoRimbalziamo di seguito un ampio stralcio della relazione finale di Raniero La Valle per la seconda assemblea nazionale di “Chiesa di Tutti Chiesa dei poveri”, tenutasi a Roma lo scorso 6 aprile, nell’Auditorium di via dei Frentani. Il testo integrale può essere letto a questo link 

Verso la riforma del papato

Il papato giungeva alla crisi del Novecento da un  millennio nel quale si era costruito come un potere superiore ad ogni altro potere; esso aveva così dato forma alla Chiesa, e sopprimendo ogni distanza tra l’umano e il divino, aveva fatto della Chiesa il supremo regno terreno e l’aveva scagliata contro la modernità, ossia contro il secolo che in tal modo veniva a costituirsi come tutto ciò che non è Chiesa o ad essa si sottrae.

Le tappe di questa cattura del cielo per racchiuderlo senza residui nell’involucro del papato e della Chiesa sono ben note e si possono rintracciare nel prezioso libro “Per una storia della giustizia” dello storico Paolo Prodi: all’inizio c’è la “rivoluzione papale” dell’XI secolo, la scomunica alla Chiesa d’Oriente, il Dictatus papae di Gregorio VII che stabiliva la superiorità del sacerdotium, faceva del romano pontefice il solo episcopus universalis, il solo che potesse rivestirsi delle insegne imperiali e del quale i principi dovessero baciare i piedi, il solo che potesse deporre imperatori e vescovi, il solo a essere santo d’ufficio per la partecipazione ai meriti di san Pietro. Sarà poi Innocenzo III, la figura dialettica di San Francesco, che farà del peccato la grande risorsa che dava il diritto al papa di esercitare il potere anche temporale, appunto “ratione peccati”, e che tenterà, nel IV Concilio lateranense del 1215 di stabilire un generale controllo delle coscienze con l’obbligo della confessione almeno una volta all’anno al sacerdote proprio di ciascuno, inteso come suo giudice naturale; per giungere poi alla Bolla Unam Sanctam del 1302 di Bonifacio VIII, nella quale si diceva che la Chiesa non è un mostro con due teste, cioè Cristo e Pietro; a tutti gli effetti c’è Pietro vicario di Cristo, e i suoi successori; e a quest’unico capo sono state date in affidamento non alcune, ma tutte le pecore; e non ci sono due poteri, uno temporale e l’altro spirituale, ma un solo potere con due spade, una spirituale, l’altra temporale, ambedue in potestate Ecclesiae, di cui la prima deve essere  esercitata dal sacerdote, l’altra dalle mani dei re e dei soldati, ma agli ordini e sotto il controllo del sacerdote; e si stabiliva che per la salvezza è assolutamente necessaria la sottomissione al Romano Pontefice di ogni umana creatura.

Nel Vaticano I si concludeva, con l’infallibilità, la messa in opera di questa figura del papato, ma nello stesso tempo la si arginava, e si ammetteva che, fatto salvo il magistero infallibile, il resto era esposto al vento e anche agli errori della storicità; perciò lo stesso magistero ordinario, per quanto autorevole, risultava suscettibile di correzioni e di innovazioni. Dunque anche tutta quella costruzione del secondo millennio, che alla crisi del Novecento aveva consegnato una Chiesa in condizioni di agonia e di contraddizione col suo tempo, poteva essere rivisitata e “aggiornata”.

Solo il papa, con la Chiesa, può riformare il papato

Ma chi poteva farlo? Chi aveva l’autorità per correggere l’opera del papato, innovare il magistero e riformare il papato stesso? È evidente che lo può fare la Chiesa che opera col papa e mai senza il papa. Ma storicamente non ce la fa. Non riesce a riformare il papato. Nemmeno il Concilio c’è riuscito, anche se, con la collegialità, ha rimesso il papa dentro la Chiesa. Ed ecco allora la novità di papa Giovanni: l’autocritica del magistero, l’autoriforma del papato.

Mi viene in mente un episodio degli anni della mia infanzia. Il fascismo voleva sciogliere la FUCI e gli altri circoli dei giovani cattolici. Pio XI li ricevette, e disse loro: non vi preoccupate, il papa vi ha costituito, solo il papa vi può sciogliere. Così si può dire delle modalità di esercizio del ministero petrino, della forma storica in cui il papato si è costruito; come il papato ha modellato la propria figura, e a quella figura per novecento anni ha intrecciato la Chiesa, così il papato può sciogliere quell’intreccio, può ripensare e ricostruire quella figura.

E’ il papa, non da solo ma con la Chiesa e mai senza la Chiesa, che può riformare il papato. Papa Giovanni aveva cominciato a farlo rimettendo anche il magistero ordinario del romano pontefice nella tradizione, non intesa però come un sarcofago da trasmettere da una generazione all’altra, ma come una tradizione vivente e sensibile alla storia; e nel momento in cui dava un esempio di come quel magistero potesse riformarsi e arricchirsi, alludeva con i suoi gesti, così inconsueti per un papa di quel tempo, ad una riforma dello stesso papato, mentre al Concilio affidava la riforma di tutta la Chiesa; e il Concilio andava avanti sulla via aperta dall’enciclica giovannea: la libertà di coscienza con la Dignitatis humanae, la pari dignità delle religioni con la Nostra aetate, la rivalutazione umana della donna e dell’amore coniugale con la Gaudium et Spes, e così via; cose che comportavano non solo una riforma della Chiesa, ma un rinnovamento del kerigma, cioè dell’annuncio fondamentale della fede. Questa istanza di una riforma papale entrava poi in letargo dopo il Concilio, ed anzi Paolo VI e Giovanni Paolo II tentarono di rispondere alla crisi ecclesiale rilanciando in forme moderne il trionfalismo del papa come vescovo universale, ridandogli gloria, visibilità e audience.

Il dubbio di Giovanni Paolo II

Però Giovanni Paolo II deve essere stato attraversato da un dubbio, ha forse pensato seriamente a una possibile riforma del ministero petrino, rimasto come un ostacolo sul cammino dell’ecumenismo. Io so che un giorno invitò a pranzo dei professori dell’Istituto orientale, e chiese loro che cosa significasse la frase di Gesù riferita da Luca: “Simone, Simone, io ho pregato per te che non venga meno la tua fede; e tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli (Luca, 22, 31-32)”. E aggiunse: “io so che cosa vuol dire personalmente convertirsi. Ma qual è la conversione che è richiesta al ministero di Pietro, perché possa confermare i fratelli?” E chiese loro di studiare cosa potesse significare la conversione del papato. Poi però la cosa non ebbe seguito, perché Giovanni Paolo II si ammalò, e morì. Tuttavia, senza saperlo, aveva forse posto la premessa perché, un giorno, la questione della riforma del papato potesse riaprirsi. Infatti, prendendolo dalla fine del mondo, aveva fatto cardinale un gesuita argentino, l’arcivescovo di Buenos Aires che si chiamava Bergoglio. Senza saperlo, preparava un altro papa, a lui sconosciuto; quello conosciuto era Ratzinger, che potè essere papa dopo di lui senza sorprese; ma quello sconosciuto era Bergoglio, e questo sì che poteva dare sorprese, fin dalla scelta del nome.

La riforma è cominciata?

Il nome di questo nuovo papa allude a una storia della Chiesa che ricomincia non da Innocenzo III, ma da Francesco d’Assisi, non dal sovraccarico dell’istituzione, ma dalla leggerezza della profezia; la rinunzia alla mozzetta rossa significa deporre le insegne imperiali che Gregorio VII aveva avocato al papato; il chinarsi al bacio del piede dei detenuti, la sera del giovedì santo, riscatta l’antica pretesa del papa che a lui tutti i principi baciassero i piedi, il bacio del piede della giovane reclusa dai lunghi capelli neri, restituiva alla donna quel gesto di venerazione e di affetto che la peccatrice aveva compiuto bagnando di lagrime i piedi di Gesù, asciugandoli con i suoi capelli, baciandoli e cospargendoli di olio profumato. Pietro, in ciò veramente vicario di Gesù, pagava il debito d’amore del suo maestro, di nuovo toccava il corpo di una donna finora sempre tenuto nascosto e temuto nella Chiesa. E forse proprio questo vuol dire la riforma del papato. Per esempio vuol dire, come ha spiegato papa Francesco nell’omelia per l’inizio del suo pontificato che “certo, Gesù Cristo ha dato un potere a Pietro, ma di quale potere si tratta?” Si tratta di un potere che è il servizio, e “anche il papa per esercitare il poteredeve entrare sempre più in quel servizio che ha il suo vertice nella croce”. La riforma del papato vuol dire annunciare un Dio che è solo perdono e misericordia, un Dio che “giudica amandoci”, come Francesco ha detto nella via Crucis al Colosseo. Non un Dio che giudica e ama, come subito hanno tradotto i volgarizzatori che non si accorgono delle novità; perché questo, di dispensare insieme amore e giudizio, lo faceva anche la Chiesa dell’Inquisizione; si tratta invece di un Dio in cui non c’è giudizio, perché l’amore è il giudizio: quello che il papa ha detto è che non c’è una misericordia accanto al giudizio ma, come pensava Isacco di Ninive, la misericordia stessa è il giudizio; e questa misericordia il papa l’ha imparata dai libri del cardinale Kasper non meno che dalle parole di una umile nonna di Buenos Aires, come ha detto nel suo primo Angelus dalla finestra di una che non è più la sua. La riforma del papato è affermare, con papa Giovanni, che il ministero, che la Chiesa, che il Concilio sono pastorali, non c’è una teologia, non c’è una dottrina, non c’è un “deposito di fede” che per loro essenza non siano pastorali; la pastorale non è figlia di un Dio minore, come ritengono quelli che per sminuire il Vaticano II insistono a dire che è stato un Concilio solo pastorale; e pastorale vuol dire stare “con l’odore del gregge”, portarselo addosso, guidare gli armenti per valli scoscese: per questo ci vogliono le scarpe nere, con i lacci, non le pantofole da papa.

E naturalmente la riforma del papato vuol dire la riforma della Curia, vuol dire la collegialità, vuol dire la povertà. E soprattutto vuol dire che nessuna riforma, ma anche nessuna conservazione, si può fare da un papato, da una Chiesa senza popolo, cioè senza i discepoli, senza le donne, senza le madri che decidono il numero dei figli, senza i divorziati, senza gli omosessuali, senza gli stranieri, senza gli immigrati, senza i poveri, senza gli ultimi. Certo sarà molto difficile per Francesco intraprendere questa riforma. Le opposizioni saranno durissime, e già Roma è piena di mormorii che sussurrano che questo non è il modo di fare il papa. Come del resto dicevano per papa Giovanni. Ma noi crediamo, dopo aver letto la “Pacem in terris”, dopo aver adottato papa Francesco, che questa riforma del papato, della Chiesa e dello stesso annuncio cristiano, sia  possibile. E se il papa Francesco vorrà fare questa riforma, noi, Chiesa, ci siamo.

Raniero La Valle

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