La pace parallela di Giovanni XXIII e Francesco d’Assisi

Giovanni-francescoStiamo facendo memoria in questi giorni della Pacem in terris, la storica enciclica di Giovanni XXIII, pubblicata l’11 aprile 1963, giovedì santo.
Tra le varie iniziative sul tema spicca sicuramente quella di Roma del 6 aprile scorso, un convegno promosso dalle numerose associazioni e riviste ecclesiali riunite sotto la sigla “Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri” (materiali e informazioni sul sito www.chiesadituttichiesadeipoveri.it).
Particolarmente interessante mi è sembrata la relazione del prof. Daniele Menozzi, professore ordinario di Storia contemporanea presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, che ha esaminato l’enciclica nelle sue coordinate storiche di riferimento fornendo anche un prezioso chiarimento circa la famosa espressione con la quale Giovanni XXIII spazzava via d’un sol colpo la dottrina della cosiddetta “guerra giusta”, da sempre sostenuta dalla Chiesa istituzionale. Come noto, nel testo latino dell’enciclica si legge che è irragionevole – alienum est a ratione – considerare la guerra come strumento di giustizia; ben diversa è la versione italiana pubblicata dall’Osservatore Romano che recita testualmente “riesce quasi impossibile pensare”. Quale delle due formulazioni è quella giusta? Sinora la storiografia prevalente ha attribuito questa discrepanza a una manovra curiale per divulgare una versione depotenziata del pensiero del pontefice. Il prof. Menozzi sostiene invece che allo stato attuale delle conoscenze storiche si può asserire che le cose andarono diversamente. Oggi sappiamo che l’enciclica fu scritta in italiano e che per la fretta di pubblicarla in concomitanza con il giovedì santo fu consegnata all’Osservatore Romano nella versione di cui si è detto; al momento della successiva stesura in lingua latina – che è quella ufficiale firmata da Giovanni XXIII – sarebbe avvenuta la correzione nel senso più restrittivo; a quest’ultimo testo, quindi, occorre far riferimento per conoscere l’esatto pensiero giovanneo. Le fonti storiche attualmente disponibili non ci dicono nulla su chi abbia voluto la correzione; nulla esclude che sia stato Giovanni XXIII in persona. Non vi fu dunque, sostiene il prof. Menozzi, la deliberata volontà da parte della curia e della direzione dell’Osservatore Romano di ammorbidire il pensiero di Giovanni XXIII, come invece sarebbe successo in altre occasioni. In ogni caso, questa ambiguità linguistica ha spalancato le porte per la revisione al ribasso della Pacem in terris effettuata negli anni successivi: la Gaudium et spes, sotto la spinta dell’episcopato americano, legittimava, sia pur a condizioni assai restrittive, la guerra di difesa (GS 79-80) e il Catechismo della Chiesa Cattolica del 1991 ritornava alla classica nozione di “guerra giusta” (CCC 2309) annullando, di fatto, la coraggiosa intuizione di Giovanni XXIII.

Emerge a questo punto un singolare parallelismo con una vicenda riguardante Francesco di Assisi.
Di ritorno dal viaggio in terra d’Oriente mentre era in corso la quinta crociata (approssimativamente avvenuto tra il giugno 1219 e la primavera del 1220) Francesco fu indotto dai frati più colti e influenti a dotare l’ordine, ormai sempre più numeroso, di una vera e propria regola. Francesco accettò a malincuore ma il testo non fu mai sottoposto al visto papale perché ritenuto troppo lungo e disorganico, passando così alla storia col nome di Regola non bollata del 1221.
La Regola non bollata dedicava alla questione missionaria il cap. XVI titolato Di coloro che vanno tra i saraceni e gli altri infedeli che recitava così:

Dice il Signore: «Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi. Siate dunque prudenti come serpenti e semplici come colombe». Perciò qualsiasi frate che vorrà andare tra i Saraceni e altri infedeli, vada con il permesso del suo ministro e servo. Il ministro poi dia loro il permesso e non li ostacoli se vedrà che sono idonei ad essere mandati; infatti dovrà rendere ragione al Signore, se in queste come in altre cose avrà proceduto senza discrezione.
I frati poi che vanno fra gli infedeli, possono comportarsi spiritualmente in mezzo a loro in due modi. Un modo è che non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio a e confessino di essere cristiani. L’altro modo è che quando vedranno che piace al Signore, annunzino la parola di Dio perché essi credano in Dio onnipotente Padre e Figlio e Spirito Santo, Creatore di tutte le cose, e nel Figlio Redentore e Salvatore, e siano battezzati, e si facciano cristiani, poiché, se uno non sarà rinato per acqua e Spirito Santo non può entrare nel regno di Dio.

Dal testo traspare evidente l’intenzione di Francesco: i frati devono avere a un atteggiamento benevolo verso i saraceni, non devono fare liti o dispute bensì confessare di essere cristiani in primo luogo con la propria condotta di vita; inoltre devono annunziare la parola di Dio solo quando «vedranno che piace al Signore». Risuonano alcuni principi basilari della Pacem in terris: la distinzione tra errore ed errante, il rispetto assoluto della dignità dell’uomo, la pace come bene superiore da salvaguardare e perseguire ad ogni costo.
Fallito il primo tentativo Francesco si rimise all’opera e scrisse una nuova regola, molto più breve e dal taglio più normativo, coadiuvato – e controllato – dal cardinale Ugolino dei Segni (il futuro Gregorio IX); è la cosiddetta Regola bollata del 1223, approvata da Onorio III.
La Regola bollata trattava l’argomento all’ultimo capitolo, il cap. XII; il titolo è il medesimo ma il contenuto è ben diverso:

Quei frati che, per divina ispirazione, vorranno andare tra i Saraceni e tra gli altri infedeli, ne chiedano il permesso ai loro ministri provinciali. I ministri poi non concedano a nessuno il permesso di andarvi se non a quelli che riterranno idonei ad essere mandati.

È evidente un deciso cambio di prospettiva riguardante sia le modalità di svolgimento della missione sia la possibilità di accedervi. Dell’atteggiamento rispettoso e accogliente nei confronti dei musulmani non c’è più traccia; e non poteva essere diversamente, trattandosi della regola canonica di un ordine chiamato a sostenere la Chiesa nella lotta agli infedeli e agli eretici. Per quanto riguarda poi l’accesso alla missione si osserva che nella Regola non bollata il centro dell’azione è il frate o, per meglio dire, «qualsiasi frate» che avesse ricevuto l’ispirazione del Signore. Il ministro, di norma, dà la sua autorizzazione e Francesco si premura finanche di ammonirlo a non porre ostacoli arbitrari dei quali dovrà «rendere conto al Signore». Nella Regola bollata il centro dell’azione è invece il ministro che, di norma, non concede «se non a quelli che riterrà idonei ad essere mandati»; e non c’è più traccia del monito al ministro.
La ciliegina sulla torta la mette Bonaventura da Bagnoregio che nella sua Legenda maior del 1262 sostiene che Francesco avrebbe lanciato un’ordalia al sultano Malik-el-Kamil: un passaggio attraverso il fuoco al quale avrebbero dovuto assoggettarsi Francesco stesso e i dignitari del sultano per dimostrare quale delle due religioni fosse quella vera. Un episodio sicuramente inventato, del tutto estraneo alla mentalità di Francesco che non ebbe mai, neanche verso il sultano, un atteggiamento di competizione o di sfida; non per niente Tommaso da Celano – autore della prima biografia di Francesco di Assisi, la Vita Prima del 1229 – non ne fa cenno alcuno. Normativa e letteratura francescana dimostrano quindi come il genuino pacifismo di Francesco sia stato ben presto offuscato dalle successive elaborazioni e interpretazioni.

Insomma, due storie parallele a otto secoli di distanza; la radicalità nel perseguire la pace, evidentemente, non paga.

Pietro Urciuoli
ecclesiaspiritualis.blogspot.it

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