Ernesto Balducci, Universalità della “Pacem in Terris”

Ernesto-Balducci (1)Ernesto Balducci, Universalità della “Pacem in Terris”, in: Lettera Enciclica Pacem in Terris, testo latino e versione italiana. Scritti introduttivi di Ernesto Balducci e Giorgio La Pira, Morcelliana, Brescia, 1963, 9-13

Mese dopo mese, lo Spirito Santo, che opera incessantemente, ci dà segni sorprendenti della sua presenza nella Chiesa, in tal modo, che anche quelli di noi che potevano essere tentati di ritenersi più degli altri capaci di intendere le vie del rinnovamento cristiano, si trovano ormai obbligati non all’audacia personale, ma alla fedeltà all’insegnamento comune. Il rinnovamento non è la tesi di una porzione della Cristianità, la più giovane o la più « transalpina », è il programma della Chiesa stessa nella sua voce più autorevole, la stessa che ha convocato e guidato il Concilio, e che ora, in una pausa che sembrava destinata ad appagare le anime stanche, ne rievoca lo spirito e gli intenti in un documento fra i più singolari della storia della Chiesa.

Nessuno vorrà rimproverarci se, nel leggere le colonne dell’Enciclica Pacem in terris, c’è venuto di sottolineare i passi numerosi che fermano, in parole limpide e in un contesto serrato, le intuizioni storiche per le quali abbiamo lottato per molti anni.

Ci sembra, d’altronde, che l’Enciclica sia destinata soprattutto a chi per il passato, ha portato nel cuore il peso di una speranza di continuo delusa e di continuo ricostruita dalla buona volontà.

La democrazia politica, l’ingresso del proletariato nell’organismo delle cause consapevoli del progresso storico, il primato della coscienza sulle istituzioni, il superamento del nazionalismo in più larghe strutture giuridiche e politiche, il rifiuto della guerra come strumento di giustizia, il dialogo e la collaborazione fra i cristiani e i non cristiani, sulla base di una verificata coincidenza di finalità pratiche, queste « attese del tempo » urgono nel cuore di chi voglia, come deve, agire, in tutto e per tutto, come uomo della propria epoca.

Questa pressione dell’epoca sembrava, a molti, in contrasto con i princìpi basilari del cristianesimo ed è per questo contrasto che di generazione in generazione molte coscienze hanno consumato l’apostasia religiosa. Deve essere grato a Dio chiunque ha mantenuto la certezza che il contrasto non c’era, a dispetto di tutte le apparenze. Ormai anche le apparenze si dissolvono, la Chiesa parla un linguaggio che afferra ed esaudisce ogni interrogativo degno di essere ascoltato.

La caratteristica formale dell’Enciclica è, infatti, l’universalità del suo linguaggio, che senza dissimulare le premesse soprannaturali da cui la Ragione cristiana parte, preferisce muoversi entro il quadro della ragione naturale e della comune esperienza storica. Si noti la premura con cui, nell’ultima parte di ogni capitolo, vengono elencati e descritti i Segni del Tempo. Il realismo cristiano si fonda sulla certezza che i Segni del Tempo non appartengono, quando siano colti con autenticità, ai fatui drappeggi di cui la modernità si adorna, ma alla vera sostanza umana nella sua dimensione temporale, e, remotamente, alla volontà di Dio che guida la storia enunciando nel cuore stesso dei fatti, le indicazioni di cui ha bisogno la buona volontà. In tal modo, oltrettutto, l’Enciclica giustifica la propria sconcertante novità: essa non poteva essere scritta prima, perché omnia tempus habent tutte le cose hanno il loro tempo: tempus destruendi, tempus aedificandi. Solo in questi anni i segni del tempo sono di tal genere, e realizzano una tale convergenza, da esprimere un messaggio non equivoco.

L’altro fondamento del realismo cristiano è la sua fiducia nella razionalità umana, che sebbene sia altra cosa dalla fede, è però custodita e presupposta dalla fede. Il cristianesimo non è una setta religiosa costretta a difendersi dalla ragione con ostinazioni fanatiche e con evasioni fideistiche; esso è la religione dell’Uomo ed è in grado, perciò, di adottare, all’interno del superiore lume della fede, il lume della ragione. Il cristianesimo è irrazionale per il razionalismo e cioè per una ragione deformata e ignara dei propri confini. Ma quando, come nei nostri tempi, la ragione tende a liberarsi dalle proprie deformazioni per ricercare una più spregiudicata adesione alla natura, allora ad aiutarla in questo sforzo di emancipazione è proprio la Chiesa, alla cui tutela è affidato non solo il tesoro della Rivelazione ma anche il tesoro della ragione.

Ora che può farlo senza ambiguità, la Chiesa fa suo tutto tutto ciò che la ragione ha conquistato nella sua fatica storica, dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo della rivoluzione giacobina alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo approvata dalle Nazioni Unite nel 1948, integrando le verità frammentarie nella verità totale, la prospettiva individualistica dei diritti nella prospettiva comunitaria dei doveri. E così Essa dimostra non solo di avere l’età della nostra epoca, ma di possedere tutte le condizioni per adottarne il destino. Il suo ottimismo è sempre contenuto dentro la coscienza, che nessuno ha come lei, della malattia mortale dell’uomo, il cui cuore è ferito anche quando guida la astronave o quando bonifica, con saggezza di ordinamenti, la miseria sociale.

Ecco perché Essa non manca mai, nemmeno in questo documento ispirato dalla fiducia nelle energie umane, di ricondurre la razionalità alla fede, la volontà alla Grazia. Ma Essa non abusa mai del soprannaturale per svilire la natura, del Regno di Dio per svilire il regno dell’uomo, della pace che il mondo non può dare per svilire la pace che il mondo deve darsi. Libera com’è da tutti i messianismi terreni, da quello ottocentesco del progresso a quello marxista della società finalmente emancipata da ogni male, Essa si presta ancora al dileggio di chi si ostina a ritenere disumana la speranza sovrumana. Ma quando il dileggio perde, come oggi, quasi tutti i suoi pretesti, tocca a Lei, alla Chiesa di Cristo, restituire l’uomo all’uomo, i giusti strumenti umani alle giuste speranze umane.

È dunque lecito considerare questa Enciclica come una Magna Charta dell’umanesimo cristiano del secolo XX. Mai la Chiesa ha smarrito la giusta nozione di persona umana, ma oggi essa da a quella nozione metafisica un contenuto storico quanto mai concreto e per ciò dischiude, ad ogni uomo di buona volontà, prospettive di azione che abbracciano, per intero, la struttura storica in cui oggi noi costruiamo, con mani affannose, il nostro destino terreno ed eterno.

Un principio unitario corre nell’Enciclica: le istituzioni costruite nel passato devono subordinarsi alle attuali aspirazioni della coscienza, non certo per via rivoluzionaria, ma con evoluzione il più possibile rapida e concorde. Nel passato le istituzioni si affidavano alla massima: si vis pacem para bellum. Al contrario « riesce quasi impossibile pensare che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia », La distinzione tra guerra giusta e guerra ingiusta è dunque praticamente caduta: la giustizia va difesa non preparando la forza d’urto, ma ricomponendo tutte le strutture economiche, giuridiche e politiche secondo la suprema misura che è la dignità della persona umana. Bisogna superare la lotta di classe, la lotta tra le nazioni, la lotta fra i popoli privilegiati e i popoli sottosviluppati e non attraverso provvedimenti paternalistici, come avviene!

La vera lotta cui l’Enciclica mobilita i cristiani mira a dare concretezza piena al diritto naturale, inteso, questo, non in maniera statica, com’è avvenuto da alcuni secoli a questa parte, ma in maniera dinamica, creativa.

La retorica sulla dignità della persona umana va abbandonata per cedere il posto ad uno stile realistico di verifica delle istituzioni, di critica contro il loro immobilismo, di trasformazione dei loro ordinamenti, perché non avvenga ad esse si dia un tributo che solo la persona umana merita, nella precisa determinazione di diritti cui essa da origine. Troppo si è abusato della nostra obbedienza alle istituzioni, indebitamente caricate di un prestigio che compete soltanto al diritto naturale. «Gli esseri umani, nell’epoca moderna, hanno acquistato una coscienza più viva della loro dignità: coscienza che mentre li sospinge a prendere parte attiva nella vita pubblica, esige pure che i diritti della persona — diritti inalienabili e inviolabili — siano riaffermati negli ordinamenti giuridici positivi ». Questa presa di coscienza può avvenire anche là dove mancano i presupposti ideologici che la garantiscono: i cristiani devono allearsi con quella maturazione concreta, a dispetto dei falsi presupposti ideologici, i quali, essendo per loro natura statici e astratti, finiscono per non fare più presa sulla storia.

Due battaglie competono al cristiano sul piano storico: la prima è la guerra contro gli errori, guerra che ha strumenti e metodi suoi propri, l’altra è la battaglia per la instaurazione concreta dei diritti naturali della persona. Per questa seconda battaglia egli può collaborare con tutte le forze che sul piano pratico si dimostrino positive e costruttive. Quest’ultima direttiva pone fine autorevolmente a non pochi equivoci e toglie ogni falsa remora all’azione storica del cristiano. Sarebbe meschinità di intelletto volgere questa direttiva a finalità politiche contingenti: essa mira oltre la cronaca di questi giorni, mira a stabilire il metodo universale con cui il cristiano, riconoscendosi uomo fra gli uomini, non rivendica privilegi politici in nome della fede, rivendica soltanto il proprio diritto a realizzare, insieme a tutti gli uomini di buona volontà, una condizione storica meno difforme dalla misura ideale della persona umana, che tutti gli uomini sono in grado di percepire ma nessuno così perfettamente come chi dispone della luce del Vangelo.

Come il Concilio, così il Papa del Concilio ne ha dato una inconfutabile dimostrazione.

ERNESTO BALDUCCI

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.