Ho uno tsunami nel cervello

tsunami GrilloProcedo per punti, a sottolineare la disorganicità delle mie riflessioni. Non ho tempo per leggere le cose uscite negli ultimi giorni: molto di ciò che scrivo è, quindi, trito e ritrito; oppure è smentito da analisi dei dati accurate e conoscenza delle realtà locali. Ulteriore premessa: questi appunti sono scritti dal punto di vista del Partito democratico, dentro il quale ho vissuto questa campagna elettorale e vivrò le prossime, immagino.

 1. Certo, gli errori di comunicazione di Bersani sono, col senno di poi, macroscopici. Diamo per assodato quel che dicono gli esperti e la vox populi internautarum. Ma c’è molto oltre la comunicazione.

 2. Il PD perde a Nord e a Sud; tiene al Centro nel quale, a parte le regioni consolidate, vince laddove presenta una classe dirigente che appare decente, come al momento nel Lazio. Le ragioni della sconfitta al Nord e al Sud sono, però, diversissime. La mia impressione è che al Nord la proposta c.d. neo-laburista, dei Giovani Turchi della Segreteria Bersani (si vedano i libri recenti di Fassina ed Orfini), sia stata incapace di intercettare la crisi del berlu-leghismo. Lo andava scrivendo Dario Di Vico sul Corriere della sera; una volta ho postato anche un suo articolo su Facebook: nessuno se ne sarà accorto, presi come eravamo a polemizzare su Ingroia, Vendola oppure Monti. Ciò che si è rivelato – tutto – drammaticamente irrilevante.

 3. Perché è vero che anche l’altra opzione strategica, che si è più o meno velatamente contrapposta a questa linea che possiamo definire di “rifondazione socialdemocratica”, è stata battuta. Era quella che affermava la necessità di essere responsabili di fronte alla situazione economico-finanziaria: una sorta di nuova polarità serietà vs. populismo/demagogia, che anch’essa era un elemento forte della proposta di Bersani.

 4. Il Sud, invece, sta a lì a rappresentare la crisi dello Stato-nazione. Sono quarant’anni che non si riesce a immaginare una prospettiva di decollo economico e reale cambiamento. I flussi finanziari che alimentavano le clientele fino agli anni ottanta si sono prosciugati. Le regioni meridionali sembrano inebetitamente attratte ora dalla promessa di restituzione dell’Imu; in alcune zone dalle reti politico-mafiose; oppure dal populismo di Grillo. Bersani è culturalmente consapevole del declino dello Stato nazione come questione centrale della politica di oggi (anche rispetto al controllo della finanza, per fare un altro esempio di capitale importanza). Qual è l’alternativa al puntare tutto sull’Europa? Come si possono adeguare le istituzioni europee a questa sfida epocale, se non con il concorso delle forze della sinistra europea, che comunque in altri paesi reggono (vedi Francia)? Ma ciò implicherebbe una strategia; un qualcosa di razionale che infilasse una mossa dietro l’altra. Il populismo ha invece fretta, perché i problemi sono semplici e le soluzioni a portata di mano: se solo li mandassimo tutti a casa, se solo abbassassimo le tasse, se solo cacciassimo gli immigrati…

 5. L’unico che va oltre il dibattito che c’è stato nel PD (punti 2 e 3) è Renzi. La mia impressione è che Renzi possa dire tutto e il suo contrario. Pensate ad un argomento qualsiasi, che ne so: gli F35. Che dice Renzi? Boh, potrà dire tanto qualcosa di destra quanto di sinistra. Su questo aspetto, è il più simile a Grillo ed appare oggi – drammaticamente – come quello che sarebbe stato più in grado di fronteggiarlo. Il populismo è esentato, oltre che dall’obbligo della congruenza mezzi-fini, da quello della coerenza logica: è al di là del principio di non contraddizione, ma anche della dialettica…

 6. La riflessione dovrebbe essere incentrata su “popolo”, “masse”, “classe”. Il popolo, meridionale e non solo, contadino fino agli anni cinquanta del ‘900 e che – secondo la linea Gobetti-Dorso-Gramsci – non era abbastanza maturo per partecipare al Risorgimento e strutturare “la lotta politica moderna” (vedi il libro di S. Festa su Dorso pensatore politico). La narrazione della “classe”, che, invece, trasforma la plebe in popolo nell’esperienza novecentesca del sindacalismo e dei partiti di massa (sto leggendo su questi ultimi S. Lupo, Partito e antipartito. Storia politica della Prima Repubblica); la “massa”- i radicals blaterano di “moltitudine”- che è anche “singolarità”, elettorato, urbano e scolarizzato, da non snobbare aristocraticamente  MAI (su questo ho trovato utile  Cassano, L’umiltà del male).

 7. Cos’è allora il populismo? Bisognerebbe studiarsi la letteratura politologica in merito, cosa che non ho mai avuto l’occasione di fare, a partire da Tarchi. A mio modesto parere, non si capisce nulla se non si parte dalla perdita di senso delle narrazioni novecentesche incentrate sulla “classe”. Che è fenomeno, ovviamente, non solo italiano. Si ricostruirà una dialettica destra/sinistra intorno a qualcos’altro? In questo contesto, la debolezza dello Stato italiano (v. S. Cassese, Lo Stato introvabile) spiega – almeno in parte – corruzione, permeabilità alle mafie e, forse, anche la maggiore virulenza del populismo nel nostro paese. Grillo va al di là della Destra e della Sinistra,  costruendo una narrazione che comprende elementi che consideriamo di sinistra: sui consumi e il vivere slow, sull’ambientalismo. Preferisce il concreto all’astratto: non si oppone alla finanziarizzazione neo-liberista, ce l’ha con le banche; anzi ce l’ha, più che con le banche, con i dirigenti che qui ed ora le guidano.

 8. Ma la storia al centro della narrazione populista è, ovviamente, l’opposizione tra un popolo virtuoso e una leadership corrotta. Si può immaginare quanto sia rassicurante per la “ggente” l’argomentazione auto-assolutoria per cui: “Magari hai evaso le tasse, hai votato Berlusconi (anche se hai sempre saputo di Dell’Utri), non te ne fregava niente del movimento anti-mafia… Tranquillo, ché la colpa per i problemi del tuo paese è delle ‘solite facce’ che ci comandano”. A questo punto interviene il capo carismatico – lui sì, che è disinteressatamente dedito al bene comune – il quale manda a fare in c… l’elite corrotta che ci opprime. Il capo ha, ovviamente, un legame magico con il suo popolo e non tollera alcuna mediazione istituzionale. Perciò il movimento di Grillo (come i partiti di Berlusconi, dove è anche decisivo chi tiene i cordoni della borsa) non ha organi che decidono la linea o la tattica. Staremo a vedere quanto gli dura ‘sto giocattolino… Forse cominceremo a divertirci anche noi. La povera Italia un po’ meno, ma il popolo sovrano ha deciso…

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