Il popolo minorenne

bambini in filaPosto qui un breve commento postelettorale scritto ieri. Per una coincidenza tanto felice quanto involontaria, noto l’assonanza del titolo – e del contenuto – con quelli dell’ultimo articolo di Pasquale Pirone su questo blog.

Ce l’ha fatta un’altra volta. Il centrosinistra è riuscito ancora a non vincere le elezioni – anzi, è andato vicino al perderle. E’ un pensiero che quasi tutti abbiamo avuto nelle ultime ore. Chi con cocente delusione, chi con una rassegnazione portata dall’esperienza – “qualcuno era comunista”-, chi con soddisfazione coraggiosa – stavolta, visti i risultati complessivi, ci vuole coraggio davvero. L’altro ieri sera il “dagli al piddino” era il leitmotiv dei talkshow – “Bersani non ha fatto campagna elettorale; con le primarie aperte e Renzi candidato sarebbe stato tutto diverso; voleva più rinnovamento; bisognava allearsi con Ingroia e chi più ne ha ne più ne metta. Obiezioni giustissime. C’erano poi anche i famosi avvertimenti retrospettivi del tipo “Berlusconi è un grande comunicatore, bisognava aspettarsi che sull’Imu avrebbe giocato sporco”; “Si sa che in campagna elettorale dà il meglio di sé” et cetera. Cose talmente corrette da essere lapalissiane. Ieri mattina, a transatlantico ormai quasi naufragato, l’orchestra continuava a suonare il requiem della delusione. L’editoriale di Curzio Maltese su Repubblica contiene un’analisi impeccabile sull’inerzia dialettica con cui il Partito Democratico ha condotto la campagna e su come invece siano state efficaci le trovate comunicative di Grillo e del Cavaliere. Proprio a questo proposito, abbiamo passato le lunghe giornate pre-elettorali a stracciarci le vesti all’idea dei poveri pensionati in fila alle Poste con la lettera del Cavaliere tra le mani, per non parlare delle folle di – presunti – ignari galvanizzate della spericolata nonchalance di Grillo nel mettere in discussione i vincoli della politica economica europea.

Eppure, tutto questo frastuono ci ha allontanati da quello che è, probabilmente, il problema più grande. Ferme restando le responsabilità dei dirigenti del centrosinistra, è come se da anni – sono troppo giovane per dirlo con certezza, ma forse anche decenni – ragionassimo senza fare i conti con l’attore principale: l’elettorato. Ragionamenti del tipo “Dovevamo aspettarci che le parole di Berlusconi sull’Imu avrebbero fatto presa, è stato un errore non rilanciare con uno slogan altrettanto forte sulle tasse”; pensieri come “Grillo è un irresponsabile perché vuole sottoporre a referendum la nostra permanenza nell’Euro” non si basano che sull’immagine di un popolo minorenne, perennemente indifeso dinanzi alle insidie dei demagoghi e succube del primo imbonitore. Non si tratta di un preconcetto da poco: essere “minori” significa essere irresponsabili, avere bisogno che qualcuno eserciti al posto nostro diritti che non siamo in grado di gestire. Per buona parte degli intellettuali e degli elettori del centrosinistra è come se molti dei propri concittadini fossero rimasti fermi a prima della pubblicazione di Risposta alla domanda: “Che cos’è l’Illuminismo?” in cui Kant, replicando all’interrogativo del titolo, parlava di “uscita dallo stato di minorità” espressa dal motto “Sapere aude“. E’ evidente che fino a quando vedremo elettori come quelli del centrodestra – che pure hanno fatto i propri conti prima del voto – alla stregua delle masse che sostennero il primo conflitto mondiale, in balia del “proiettile d’acciaio” della comunicazione politica, saremo sempre portati a dare spiegazioni elitarie dei – nostri – fallimenti.

Il punto qui è solo in parte che una piccola porzione degli italiani manca forse addirittura degli strumenti necessari per votare tentando di difendere i propri interessi immediati; molto di più vale il fatto che tantissimi – anche tra noi “brava gente” di sinistra – si recano alle urne con l’esplicito intento di migliorare – o non far peggiorare – le proprie condizioni individuali in un’ottica di breve periodo – al più una legislatura. Per quanto possa apparire obsoleta, la lezione – di Kant, Rousseau e non solo – secondo cui si può avere una repubblica democratica solo quando ognuno vota per ciò che ritiene essere il bene comune in una prospettiva ampia, ha ancora molto da insegnarci, specie quando opposta ai vantaggi scintillanti ma alla lunga dubbi di quella che Maurizio Viroli ha definito “libertà dei servi”. La verità è che, se il popolo è – kantianamente, molto più che schumpeterianamente – minorenne, la colpa è anche nostra, perché ne siamo parte. Se, come in Grecia, ci troviamo ad avere paura di un referendum, in ultima analisi abbiamo paura di noi stessi. E allora, ancora di più della cronica debolezza di una classe dirigente, contano il nostro snobismo nel confrontarci con chi vota diversamente, una visione cinica della democrazia, e soprattutto la responsabilità di tanti italiani che, se per qualcuno sono politicamente minorenni, per la legge depositano nell’urna schede pesanti quanto la nostra e che per l’ennesima volta rischiano di farci sprofondare nel baratro.Di nuovo, avremo – chi più, chi meno – il Paese che meritiamo. Per cambiarlo in meglio, ancor prima dei rappresentanti, andremmo, forse, criticati noi rappresentati.

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