Un popolo maggiorenne



Murale della Pace De Conciliis particolare 2I termini non sono mai neutri. “Abdicazione” non è lo stesso di “rinuncia” e “rinuncia” non è lo stesso che  “dimissioni”.  Come che sia, lo storico gesto di Benedetto XVI si è ripercosso anche sullo svolgimento del ciclo di riflessione promosso da rete3.net, associazione di promozione sociale, e dalla Comunità della Piana sui 50 anni del Concilio:  la seconda sessione (“la Chiesa”) avrebbe dovuto aprirsi il 9 marzo con un incontro con Luigi Sandri, dal titolo “Chiesa, popolo di Dio”. Un argomento “scabroso” perché la definizione conciliare di “Chiesa, popolo di Dio, che cammina nella storia” ci conduce davanti a un bivio che richiede responsabilità e scelte.

La “rinuncia al ministero petrino” di Benedetto XVI, il bivio epocale tra rilancio e decadenza della Chiesa, apertura e incomunicabilità col mondo ed in particolare con le generazioni più giovani ha perciò sollecitati a non rinunciare proprio ora  a quello che ci eravamo riproposti come un passaggio importante di riflessione e ad anticipare, piuttosto che a rimandare, l’incontro con Sandri:  il quale di professione fa il vaticanista – e dunque nei prossimi giorni sarà in trincea per capire e raccontare – e che, proprio su questi temi, ha sviluppato negli anni una particolare sensibilità e competenza. Sandri, già corrispondente ANSA da Tel Aviv, e redattore della rivista per il dialogo interreligioso Confronti, è un osservatore speciale della vita della Chiesa. Suo è anche un romanzo di fanta-ecclesiologia, Cronache dal Futuro. Zefirino II e le sofferenze della sua chiesa, di cui si è molto parlato sulla stampa nazionale nelle ore drammatiche delle dimissioni di Benedetto XVI. Una voce dunque che in questi giorni val particolarmente la pena di ascoltare.

L’appuntamento è per oggi alle 19 al Circolo della Stampa in corso Vittorio Emanuele II, 6, ad Avellino.

Si può essere (e sentirsi) “popolo”,  tutti insieme, gerarchia e laici, perché ugualmente convocati dal Signore, ugualmente impegnati nell’annuncio di una Buona Notizia che salva e ugualmente responsabili della cura dei fratelli, nell’opzione per gli ultimi, in vista della pace , della giustizia e della salvaguardia del creato: uguali nella dignità e nella responsabilità, pur diversi nella specificità degli ambiti, delle funzioni e dei carismi. Oppure (direi, al contrario)  ci si può sentire ed essere “popolo gregge”, incapace di responsabilità, distinto e sottomesso a una gerarchia, unica delegata a scrutare e ad interpretare la Parola ed i Tempi.

Il tema è tema antico e insieme sempre urgente: che ci interpella come credenti, ma anche come uomini e donne  del nostro tempo. “Popolo” ha la stessa radice di “plurale”, ma anche di “plebe” e pure di “polis”. E’, in origine, “la massa dei più” contrapposta ai “pochi”, la massa dei senza potere e dei sudditi (la plebe) contrapposta e vincolata alle scelte degli àristoi, degli optimi, dei se-dicenti “migliori”:  per censo e, quindi, per cultura e, quindi, per potere.

Nella Chiesa, per secoli, il termine “popolo” si è caricato dello stesso senso deteriore: al papa monarca e al clero, nobiltà sacralmente unta, si opponeva il popolo plaudente e sottomesso dei Christi fideles laici, nel loro stato di eterna “minore età”: ubbidienti, in ascolto, quasi senza voce, ignoranti, perché mantenuti tali, e, perciò, da tenere accuratamente al riparo dai rischi di un confronto diretto personale e adulto con le Scritture; osannanti, ma addirittura ritenuti incapaci, nel tempo, di riconoscere la santità dove questa splendesse evidente. Nel Medioevo era il popolo a indicare la santità di chi fosse morto in suo “odore”, oggi non più. Romero, santo per tutto il suo popolo, aspetta ancor oggi gli onori vaticani concessi a Escrivà de Balanguer. Le donne, in questa visione di popolo gregge, sono ovviamente ancora più “popolo” e più “gregge”degli uomini,  in nome di un preseunto genio femminile che le farebbe antropologicamente più miti, accoglienti e silenziose. Pecore bipedi.

Su questa concezione beota e rassicurante di popolo, la Riforma, cinque secoli fa, è suonata come una deflagrazione doppiamente blasfema. E c’è voluto un cammino di secoli (l’industrializzazione, la scolarizzazione di massa, la crescita impetuosa di un “mondo ormai adulto” che con l’acqua sporca minacciava di gettare a mare anche il bambino) per “ispirare” ai Padri conciliari un profondo ripensamento: e cioè che dal comune battesimo discende il comune esercizio del sacerdozio e della regalità e della profezia. E che si è “popolo” tutti quanti, laici e pastori, in una sequela personale e comune dell’unico Maestro, pur nella specificità degli ambiti, delle funzioni e dei carismi. E che da questa unità/specificità discende una particolare, carismatica competenza dei laici negli ambiti che sono loro propri: la vita coniugale, il lavoro e la politica.

L’elastico, durante il Concilio come nei 50 anni seguenti, si è a volte allungato e a volte accorciato, talvolta col rischio di cancellare quasi le parole e la sostanza del cambiamento:  il clero, certamente a Roma, si è fatto, etimologicamente, sempre più clero, più “parte”,  eletta e gelosa di essere tale.  Si è sentito lui,  tout court “la” Chiesa. Ha rivendicato al Magistero l’autenticità degli occhiali sul mondo e ha relegato il laicato di nuovo ad un ruolo di popolo gregge e bambino, di massa di manovra, di fanteria ubbidiente da schierare contro le armate di quel mondo secolare  avvertito intrinsecamente cattivo ed ostile.

Pasquale Pirone

pubblicato sul quotidiano Il Mattino, ediz. di Avellino, a pag. 37 (1a locale) col titolo: “La scelta del Papa, Sandri spiega la rinuncia”.

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