Paolo Ricca. Il Concilio è avanti!

Paolo RiccaIntervento di Paolo Ricca a “Il Concilio ha 50 anni. I Testimoni, La Chiesa e la Società”. Prima sessione: i Testimoni.
Avellino, 14 dicembre 2012. Chiesa di S. Francesco di Assisi a Borgo Ferrovia

Su rete3.net TV: il video dell’intervento

“Grazie per l’invito e per l’occasione per rendere una sorta di testimonianza: sono stato infatti un testimone del Concilio Vaticano II anche se soltanto come giornalista. I giornalisti non avevano accesso all’aula conciliare e quindi noi sapevamo di quello che vi accadeva solo attraverso l’Ufficio Stampa vaticano. Un Ufficio Stampa che, per così dire, ha dovuto imparare il mestiere cammin facendo, perché all’inizio dava dei resoconti di quello che accedeva nell’aula assolutamente insignificanti; non dicevano assolutamente nulla delle tensioni, dei dibattiti vivaci che fin dall’inizio si sono verificati. I comunicati stampa erano dei resoconti armonizzati dai quali sembrava che non ci fossero dei problemi, tutto andava per il meglio, tutti erano d’accordo, il che era tutto il contrario di quella che era la realtà. E fu per questo che noi giornalisti protestammo perché sapevamo molto poco di quello che realmente accadeva nell’aula conciliare. E difatti pian piano anche l’Ufficio Stampa vaticano cominciò a indicare dei nomi e accanto ai nomi a dire grosso modo quel che quel tale vescovo o qual tale cardinale aveva detto su quel tale argomento (anche se ovviamente non riferiva il fatto che magari l’avesse detto urlando). E quindi così abbiamo potuto conoscere molto di più di quello che stava accadendo. Io poi ho avuto una fortuna particolare: al Concilio c’erano i padri conciliari, ma c’erano anche gli “osservatori delegati” di tutte le confessioni cristiane: luterani, riformati, battisti, anglicani, ortodossi. Era una comunità, questa degli osservatori, molto consistente. Pur essendo a quel tempo molto giovane, io alcuni di questi li conoscevo personalmente, . In particolare ero amico, oltre che discepolo, di Oscar Cullmann,  I delegati non potevano parlare nell’aula conciliare, però potevano assistere al dibattito e ricevere tutti i documenti; potevano quindi seguire i lavori del Concilio, che si svolgevano in lingua latina, nella misura in cui conoscevano il latino. Oscar Cullmann conosceva perfettamente il latino e quindi ho potuto avere da lui molte informazioni preziose. Quindi, pur essendo solo un giornalista ho potuto conoscere abbastanza da vicino quel che il Concilio è stato. Poi, come tutti gli eventi storici, il Concilio può essere conosciuto non solo attraverso lo studio di quanto è successo nel corso del suo svolgimento, ma anche nei suoi riflessi, negli esiti che ha prodotto negli anni successivi. Ho seguito da vicino anche tutto quello che è successo nel cattolicesimo italiano dopo il Vaticano II e anche questo è stato un modo per poterlo capire di più o meglio. Se ricordiamo la parola di Gesù, quando dice che un albero si conosce dai suoi frutti, si può dire che l’albero del Concilio Vaticano II si riconosce dai frutti che ha portato nella Chiesa cattolica italiana e anche nel cattolicesimo italiano.

Del Concilio sottolineerò quattro cose. La prima è che il Vaticano II è stato una sorpresa; la seconda è che è stato una scoperta; la terza è che ha suscitato molte speranze (alcune delle quali non si sono realizzate o non si sono ancora realizzate, altre invece sì ). La quarta è la novità e la portata di alcune affermazioni del Concilio  in riferimento a dei problemi molto concreti e specifici del nostro tempo.

Primo punto. Il Concilio Vaticano II è stato una sorpresa per tutti. E’ stata una sorpresa per la curia romana che non se l’aspettava, che non aveva gradito la convocazione del Concilio e che pensava che il Concilio sarebbe durato poco. La curia, cioè, immaginava un Concilio nel quale sarebbero stati approvati una serie di testi su vari argomenti, che si chiamavano “schemi” cioè “bozze”, che erano stati approntati da apposite commissioni preparatorie  e che erano stati approvati dal papa. La sorpresa per la curia romana fu che il Concilio cominciò a discutere e a contrastare questi testi: i documenti preparatori furono in larga misura cestinati.  Quindi c’è stata la sorpresa da parte della curia romana. Ma anche il mondo cattolico è stato sorpreso perché negli ultimi 500 anni di concili ce ne erano stati due, quello di Trento dal 1545 al 1563 e il Concilio Vaticano I, dal 1869 al 1870, peraltro interrotto. Non solo, ma dopo che il Concilio Vaticano I aveva decretato il dogma dell’infallibilità del pontefice romano un concilio sembrava divenire persino superfluo, poiché oramai da Roma partiva una parola autorevole che diceva tutto quello che c’era da dire, non c’era bisogno di un consesso universale per dire quello che poteva essere detto direttamente dal pontefice romano. Quindi: lo stesso mondo cattolico è stato sorpreso da questo Concilio e penso che lo stesso Giovanni XXIII è stato sorpreso. Egli ne ha sempre parlato non come qualche cosa che è il frutto di una lenta elaborazione, di ragionamenti, di pensieri, ma ne ha sempre parlato come di “una intuizione”, come di un qualcosa che gli è stato suggerito da un altro, da Dio; una ispirazione che nessuno aspettava da un papa più che ottantenne. E non se l’aspettava neanche lui, a quella età, di essere in grado di avviare un processo del genere: i vescovi cattolici erano circa 2500 e mettere in moto un processo del genere era un’impresa temeraria. Lui stesso è morto prima della conclusione del Concilio, durante lo svolgimento della prima sessione, ed il Concilio è stato portato a termine da Paolo VI. Infine, il Concilio Vaticano II è stato una sorpresa per tutti i cristiani non cattolici; nessuno di noi si aspettava una convocazione di questo genere. Dunque c’è questa sorpresa e c’è anche una sostanziale impreparazione al Concilio; anche io ero completamente impreparato al Concilio e ho dovuto imparare, ho imparato molto. Per me il Concilio è stata una vera e propria scuola da tanti punti di vista, ma proprio questo mi ha fatto prendere coscienza di quanto io fossi così poco preparato a confrontarmi con un evento di questo genere; un evento raro e di cui io sono stato un fortunato spettatore.  Io, ad esempio, ero convinto che la chiesa cattolica fosse irriformabile e cioè che potesse eventualmente cambiare le forme ma non la sostanza. L’irreformabilità era una specie di dogma nel mondo protestante, che io stesso condividevo. Ho dovuto ricredermi, nel senso che oggi penso che il Concilio ha cambiato profondamente il cattolicesimo romano.  E’ vero che c’è una continuità – i papi e questo papa attuale hanno sempre insistito sul tema della continuità – però c’è stato obiettivamente un cambiamento profondo. Con il Concilio Vaticano II è nato un nuovo modo di essere cattolici romani. In questo senso c’è stato un cambiamento profondo, qualche cosa di più di quello che diceva Giovanni XXIII quando – per prudenza, per non allarmare la curia romana – parlava di “aggiornamento”. Il Concilio Vaticano II è stato ben più che un aggiornamento. Se dovessi trovare una parola per esprimere quello che il Concilio è stato, dovrei utilizzare una parola utilizzata dal teologo cattolico Congar, il quale parla di ressourcement, di un ritornare alla fonte, alla sorgente biblica e patristica. Il Concilio ha ritrovato le sue fonti originarie e ciò ha prodotto un nuovo tipo di cattolicesimo. Del resto non mi stupisce. Anche nel XVI secolo c’è stata la Riforma protestante e poi c’è stata la Controriforma cattolica. Ma la Controriforma è stata anche una riforma cattolica.  Quello che il Concilio ha mostrato – e che io ho dovuto imparare – è stata una straordinaria capacità di cambiare.

Secondo punto. Oltre che una sorpresa il Concilio è stato per me una scoperta. Io ho scoperto il cattolicesimo romano. Voi mi direte: hai dovuto aspettare il Concilio per scoprire il cattolicesimo romano? Non sei un italiano, non hai vissuto sempre in Italia e quindi a contatto, gomito a gomito, con il cattolicesimo? Si, è vero, ma prima del Concilio in Italia c’era un apartheid confessionale totale, per cui io che sono un valdese, quindi un calvinista protestante, ero considerato un eretico da evitare. Non c’era nessun dialogo, nessun confronto: un incontro come quello di questa sera era impensabile, assolutamente fuori dalla realtà. Ma anche per noi era così. La Chiesa cattolica, non ho paura a dirlo, era una realtà totalmente estranea, con cui non avevamo nulla da spartire. C’era l’ apartheid tra la Chiesa cattolica e tutte la altre piccole Chiese non cattoliche che esistevano in Italia. E in questo regime di apartheid io conoscevo il cattolicesimo soltanto attraverso i libri anche se vivevo circondato da cattolici. Con il Concilio mi sono incontrato con delle persone vive, concrete e allora ho capito l’importanza fondamentale, decisiva dell’incontro personale per conoscere una realtà. Una realtà qualunque, sia essa religiosa o no:  fin quando non c’è l’incontro personale non può nascere nulla. Se c’è solo un rapporto libresco o di altra natura, o che nasce solo per un sentito dire; se non si fonda su un rapporto personale non nasce mai nulla. Il prossimo immaginato è sempre un prossimo immaginario. Il protestante che tu credi di conoscere senza averlo mai incontrato, senza averlo mai ascoltato è un protestante che non c’è. E’ una tua costruzione. Il cattolico che io valdese mi sono costruito attraverso i libri, senza averlo mai incontrato – nel senso del rapporto di fede – è un cattolico che non esiste. E questa è una cosa fondamentale, che vale per  qualunque rapporto umano; solo così che si può costruire un rapporto vero e duraturo. Quindi per me il Concilio è stata la scoperta del cattolicesimo ma anche per i cattolici – parlo dei padri conciliari – è stata la scoperta del protestantesimo. Voi dovete sapere che molti vescovi italiani, ma non soltanto italiani, hanno visto il primo protestante in S. Pietro, in occasione del Concilio. Il prof. Cullmann mi ha detto di aver sentito dei vescovi che borbottavano, che protestavano perché questi osservatori delegati nella basilica di S. Pietro erano collocati in un posto privilegiato accanto al trono papale: protestavano perché vedevano degli eretici collocati in una posizione più favorevole della loro. Il Concilio, insomma,  è stata una scoperta reciproca; per molti vescovi è stata la scoperta che gli eretici in realtà sono dei cristiani e cioè checi sono dei cristiani fuori dalla Chiesa cattolica. Che non sono dei “non cristiani”. Per molti è stata un’autentica rivoluzione culturale e spirituale.

Terzo punto: le speranze. Il Concilio Vaticano II ha avuto la grandissima funzione di generare tante speranze.

Quali speranze dal mio punto di vista non si sono realizzate? Ne elenco tre.

La prima è la collegialità episcopale. Come sapete il tema della collegialità è stato il grande tema teologico del Concilio Vaticano II. Un tema nuovo nella storia del cattolicesimo recente, ma anche antico perché è un tema classico di tutta la dottrina cristiana. Quale era l’idea alla base della collegialità episcopale? Quella di equilibrare il ruolo del primato del papa affermando la collegialità di tutti i vescovi cattolici. Il Concilio Vaticano II voleva ribadire il dogma del primato ma contestualizzarlo in  maniera nuova e cioè nel contesto della collegialità episcopale. A tal proposito il documento fondamentale del concilio è la Lumen Gentium nella quale si afferma che questo primato papale si colloca nel quadro del collegio dei vescovi. Effettivamente la speranza era che la collegialità episcopale riuscisse a rileggere il dogma del primato in luce nuova, meno assolutista e, se posso adoperare questo termine, meno solitaria; cioè che leadership della Chiesa cattolica fosse sì sempre presieduta e governata dal papa, primo e infallibile, ma nello stesso tempo che ci fosse una partecipazione dell’episcopato mondiale cattolico. Allora si pensava che il primato sarebbe stato reinterpretato o ricontestualizzato alla luce della collegialità e invece è il successo il contrario: è stata la collegialità episcopale che è stata riorganizzata a partire dal dogma del primato. Per cui la struttura che è stata creata da Paolo VI come espressione della collegialità episcopale, di tutto l’episcopato mondiale, e cioè il Sinodo dei vescovi, è una struttura che è stata purtroppo privata di poteri decisionali, ha soltanto poteri consultivi, cioè è un organo di sola consultazione per il papa. Quindi la collegialità episcopale secondo me è la prima speranza delusa perché l’organo che doveva realizzarla ha poteri soltanto consultivi.

Un’altra speranza delusa, almeno parzialmente delusa, è quella dei laici perché il Concilio Vaticano II con una decisione storica importantissima, nel documento sulla Chiesa ha anticipato il cap. 2 sul popolo di Dio rispetto al cap. 3 sulla struttura gerarchica. Questo lasciava prevedere, o avrebbe potuto dar luogo, se posso dire così, a una declericalizzazione della Chiesa cattolica, a una forma di Chiesa, a una esistenza di Chiesa in cui il protagonista, tra virgolette, è il laico;  gli altri, dal sacerdote fino al papa, sono ministri, cioè servi dei laici. Sono loro il soggetto della missione della Chiesa, sono loro i protagonisti della testimonianza cristiana nel mondo. C’è stata una valorizzazione nel cap. 4 che in larga misura è anche poi stata attuata ma il rapporto di emancipazione del laico rispetto al ministro mi sembra che non si sia realizzato o si sia realizzato molto poco.

Una terza speranza non realizzata è il riconoscimento delle Chiese evangeliche come vere Chiese di Cristo e invece, benché il Concilio abbia detto delle cose straordinarie mai dette prima e poco dette dopo (come quella secondo cui le Chiese evangeliche sono strumenti di salvezza di cui lo spirito di Cristo non disdegna di servirsi per compiere la sua opera; dunque delle affermazioni di un valore spirituale teologico enorme), secondo il Concilio le Chiese evangeliche non sono propriamente Chiese. Ciò è stato ribadito anche dall’attuale pontefice quando era Prefetto della congregazione per la dottrina della fede: non si possono considerare propriamente Chiese. Questo è peccato perché il Concilio ha detto delle cose stupende, inaudite nel senso che non sono mai state udite e però malgrado questo manca ancora questa accettazione dell’altra comunità cristiana come comunità cristiana.

Ci sono però delle speranze che sono state realizzate. Ne indico tre.

La prima è la liturgia, la grande rivoluzione che è avvenuta con l’introduzione delle lingue del popolo nella liturgia, con una partecipazione del popolo potenzialmente straordinaria nel senso che ogni messa vissuta realmente è una concelebrazione con il sacerdote. Non solo, ma c’è stato un grande riequilibrio nella impostazione complessiva della Messa nel senso che resta naturalmente l’altare e l’eucarestia al centro della celebrazione ma ha acquistato un grande peso la lettura della Bibbia, l’omelia, quello che il Concilio chiama la “mensa della parola di Dio”. Quindi dal Concilio in poi la liturgia cattolica si compone di queste due mense e il popolo è effettivamente protagonista in tutti e due questi momenti della celebrazione liturgica.

L’altra speranza realizzata è la Bibbia. La Bibbia è entrata nella vita dei credenti cattolici, è stata messa nelle mani dei laici. Nel passato non era così, ci voleva il permesso del vescovo anche solo per possedere la Bibbia. Invece oggi i cattolici hanno la Bibbia nelle loro mani, la leggono, la amano, se ne nutrono e per quello che posso constatare mi sembra che tutto questo accada nella libertà e nella responsabilità; cioè non c’è un controllo del Magistero su quello che i cattolici laici pensano quando leggono la Sacra Scrittura. Io credo che nella misura in cui la Bibbia entrerà più profondamente nella coscienza, nel linguaggio, nell’immaginario dei cattolici la fede stessa avrà un altro spessore, diventerà più biblica, e quindi più autentica. Quindi io penso che questo fatto, questo sdoganamento della Bibbia nelle mani dei laici, è il frutto più importante di tutto il Concilio Vaticano II e credo sia quello che porterà i frutti migliori nelle prossime generazioni.

E poi c’è una terza speranza realizzata che è quella ecumenica. Il fatto che io stia qui a parlare in una Chiesa cattolica ne è la migliore dimostrazione. Sicuramente ci sono delle cose da migliorare però l’apertura ecumenica della Chiesa Cattolica che è stata voluta e decisa del Concilio Vaticano II è un fatto di enorme portata e significato e ha praticamente aperto un orizzonte nuovo per la Chiesa Cattolica e per tutte le altre Chiese. E’ un fatto di straordinaria importanza e anche i papi successivi hanno detto che questa scelta di apertura ecumenica è una irreversibile.

Quarto punto. Vi voglio leggere tre importanti affermazioni del Concilio Vaticano II su temi che ci riguardano molto da vicino e di cui si parla continuamente ai nostri giorni. Una è questa, sull’ateismo. Voi sapete che l’Europa che qualcuno continua a chiamare cristiana è il continente più ateo di tutti. Non c’è nessun continente in cui l’ateismo è più diffuso che nella nostra Europa. Bene, il Concilio sull’ateismo ha detto un paio di frasi che a me sembrano molto belle. Intanto il Concilio non ha condannato l’ateismo, cosa contraria a tutta la tradizione precedente, non c’è neanche la menzione della famosa condanna di Pio XII del 1949 quando condannò il comunismo. Quella scomunica non è neanche menzionata. Tutte le scomuniche dei papi precedenti sono menzionate – in una nota a piè di pagina – ma questa non è neanche menzionata. Invece si fa un altro discorso. Il Concilio Vaticano II ritiene che le ragioni degli atei “debbano meritare un esame più serio e più profondo”. Cioè il cristiano deve capire e conoscere le ragioni dell’ateo perché meritano un esame più serio e più profondo. Non solo, ma il Concilio riconosce che nella diffusione dell’ateismo “anche i credenti hanno una certa responsabilità”. Anche questa è una affermazione molto seria, molto profonda.

Vi leggo un’altra frase, bellissima, sul primato della coscienza. L’espressione “primato della coscienza” non è del Concilio, l’ho messa io, però sentite cosa dice il Concilio. “La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo dove egli si trova solo con Dio la cui voce risuona nell’intimità della persona”. Questa è una frase che qualunque protestante potrebbe avere scritto, una frase kierkegaardiana addirittura, perché si parla di coscienza, non di coscienza cristiana o altro, si dice che nella coscienza l’uomo è solo con Dio quindi non c’è mediazione di nessun pastore, di nessun prete, di nessun papa, niente, sei solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità della persona. Una frase di questo genere merita di essere conosciuta e meditata.

E poi vi voglio leggere quello che il Concilio ha detto sul dialogo interreligioso perchè anche questo è un discorso che mi sembra molto bello. Sentite cosa dice il documento Nostra aetate. “La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni [le grandi religioni del mondo]. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che quantunque in molti punti differiscano da quanto essa crede e propone tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini”. Una visione irenica, non polemica dei rapporti con le altre religioni, questi rapporti devono essere coltivati per mezzo del dialogo e della collaborazione. Afferma, inoltre, che il dialogo e la collaborazione devono servire a far progredire i valori spirituali, morali e socioculturali che si trovano nei seguaci delle altre religioni. Qui c’è un atteggiamento irenico, di rispetto, un atteggiamento per il quale il cristiano deve far progredire i valori che si trovano nei seguaci delle altre religioni. Dunque un atteggiamento molto bello, che in un tempo come il nostro di fondamentalismi e di violenze mi sembra che sia proprio una parola degna di essere conosciuta, meditata e praticata.

Ci sarebbero naturalmente tante altre cose da dire sul Concilio ma voglio concludere dicendo che per molti aspetti il Concilio Vaticano II è ancora avanti a noi e non dietro, un compito largamente ancora da svolgere e spero che la nostra generazione – e quelle che verranno – saranno in grado di svolgere questo compito che ci precede. Vi ringrazio per il vostro ascolto.”

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