Benedetto XVII o Giovanni XXIV?

Bedetto XVI di spalledi Luigi Sandri

(Dopo Celestino V e i protagonisti del cosiddetto Scisma d’Occidente, 1417 ndr)  nessun altro papa, per quanto difficili fossero i tempi, e per quanto precarie le sue condizioni di salute, si è mai dimesso. La questione fece capolino dopo che, seguendo una raccomandazione del Concilio Vaticano II (1965), Paolo VI invitò fortemente vescovi e parroci a presentare le loro dimissioni a 75 anni; e dopo che papa Montini aveva stabilito che compiuti gli ottant’anni un cardinale perde il diritto di entrare in conclave. Queste norme non toccavano il pontefice e, tuttavia, da più parti ci si chiese: perché mai dovrebbe dimettersi, a 75 anni, il vescovo di una diocesi (poniamo New York, Milano o Trento), e non anche, a quell’età, il vescovo di Roma? E, ancora: se a 80 anni un cardinale è ormai troppo anziano per decidere lucidamente chi eleggere papa, come è possibile che qualcuno rimanga sul trono di Pietro avendo superato, e di molto, quell’età? A queste obiezioni Giovanni Paolo II rispondeva: “Cristo non si è dimesso dalla croce, e dunque il papa non si può dimettere”. Una scelta che lasciava irrisolto un grave problema: come poteva un papa anziano e malato controllare in modo adeguato la Curia romana, e troncare inevitabili manovre di palazzo? Questo sfondo storico – qui riassunto per flash – va tenuto presente per valutare il gesto clamoroso con cui ieri Benedetto XVI, nato il 16 aprile 1927, ha reso nota la sua rinuncia al papato (precisando bene “quando” si attuerà). Le motivazioni con cui egli ha informato i cardinali convocati da lui, formalmente, per un concistoro per l’annuncio di prossime canonizzazioni, assomigliano molto, ci pare, a quelle con cui otto secoli fa si dimise Celestino V. Pur nell’incolmabile diversità dei tempi, il problema era, ed è: come porre la Chiesa romana, a livello istituzionale, nella condizione migliore per rispondere ai problemi incombenti, e per annunciare credibilmente l’Evangelo? Il pontefice regnante ha risposto, per parte sua: “Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di vescovo di Roma (…)”.

Non è questo il momento per fare un bilancio del pontificato che si interrompe in modo così anomalo (ma, sia permesso il ricordarlo, su queste pagine l’ipotesi delle dimissioni era già stata messa in conto); nei prossimi giorni molti, e diversificati, saranno i commenti in merito. Il nodo di fondo è “come” Benedetto XVI abbia attuato il Concilio Vaticano II. A noi sembra – se è lecito sintetizzare un discorso complesso – che il papa tedesco abbia dato una interpretazione restrittiva di quella grande Assemblea e di quello straordinario evento; per certi aspetti egli sembra essere stato come bloccato dal persistente pensiero di arrivare ad una riconciliazione con i lefebvriani (i seguaci del vescovo tradizionalista Marcel Lefebvre, “nemico” del Vaticano II). È compito naturalmente di un papa cercare di sanare gli scismi; e, tuttavia, quando per riportare a Roma i lefebvriani (che però non sono tornati!) si manomette la riforma liturgica voluta dal Concilio, si apre una strada che rischia di portare ad un precipizio. E, ancora, la chiusura, sempre ferreamente ribadita da Ratzinger, ad un dibattito vero su molte questioni aperte nella Cattolicità (le conseguenze dell’affermato, in teoria, rispetto per la laicità dello Stato; la piena uguaglianza di uomini e donne nei ministeri; lo status del presbìtero; l’attuazione della collegialità episcopale e dell’affermazione conciliare della Chiesa come “popolo di Dio che cammina nella storia”; l’ammissione dei divorziati risposati all’Eucaristia; il pluralismo teologico; la povertà nella Chiesa…) ha lastricato di macigni la strada di una attuazione dinamica del Vaticano II. Riguardo poi al futuro personale di “padre Ratzinger” colpisce il fatto che egli abbia deciso di risiedere – dopo un provvisorio trasloco nella villa pontificia di Castelgandolfo – in un antico monastero di clausura all’interno della Città del Vaticano, e non in qualche abazia della natia Baviera. Una presenza che inevitabilmente peserà sul successore che potrebbe trovarsi in imbarazzo a fare scelte notevolmente differenti, su specifici problemi, da quelle prese in merito da Benedetto XVI. D’altronde, le dimissioni di Ratzinger – una decisione coraggiosa, gravida di conseguenze, per la quale il suo regno sarà ricordato nei secoli futuri – sono una “novità” che vede tutti novizi, all’interno della Chiesa romana come nel mondo laico, perché nessuno dei viventi ha mai dovuto affrontare direttamente, o commentare, questa situazione: un papa e un ex papa in contemporanea! Questa “novità” peserà in modo particolare sul Collegio cardinalizio che, in marzo, dovrà eleggere il Successore. Potrebbe mai, il prossimo conclave, scegliere un prelato critico rispetto al pontificato appena concluso? E, d’altronde, la scelta di una candidatura in piena continuità con Benedetto XVI, potrebbe rispondere alle sfide che attendono la Chiesa romana? Il dilemma è aspro, e ineludibile: un Benedetto XVII o un Giovanni XXIV?  

Il testo è la seconda parte dell’articolo pubblicato su “Alto Adige” il 12 febbraio 2013, a pag. 37, col titolo “Novità che peserà sul conclave”, leggibile in forma integrale a questo URL

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