Ecumenismo, banco di prova per la chiesa di base

trasversaleLa Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani sollecita una riflessione sul tema dell’ecumenismo. Mi piace riprendere alcune interessanti considerazioni espresse dal prof. Paolo Ricca nel corso della conferenza tenutasi ad Avellino il 14 dicembre 2012, nell’ambito del ciclo di incontri sul Concilio Vaticano II organizzato dalla nostra Comunità della Piana (www.comunitadellapiana.it).
Secondo il pastore valdese gli elementi necessari per un fecondo dialogo ecumenico sono questi:
1. Coscienza dei propri limiti. Nessuna confessione cristiana rappresenta da sola la Chiesa di Cristo nella sua totalità. Le singole Chiese sono reciprocamente complementari, ciascuna esprime un aspetto particolare dell’identità cristiana; pertanto nessuna è autosufficiente ma tutte hanno bisogno l’una dell’altra per completarsi e migliorarsi.
2. Provvisorietà. Le nostre Chiese confessionali sono provvisorie; definitivo è solo il Regno di Dio. Noi stessi siamo provvisori nelle nostre identità di cattolici, valdesi, ortodossi, anglicani, ecc.; siamo nella condizione di un divenire più che di un essere. Non ha senso una identità chiusa, autoreferenziale ma al contrario occorre coltivare una identità aperta, permeabile.
3. Ridimensionamento del ruolo assegnato alla teologia. Le varie confessioni cristiane hanno tutte in comune lo stesso Vangelo ma sono divise sulle differenti interpretazioni teologiche che ne danno. È questa un’assurdità che va rimossa. Occorre abbandonare l’idea che l’interpretazione della Scrittura sia importante quanto o addirittura più della Scrittura stessa. Occorre ritornare ai primi tempi del cristianesimo quando per riconoscersi cristiani era sufficiente confessare la propria fede in Cristo Signore.
Condivido pienamente e mi permetto di aggiungere qualche mia personale riflessione.
A mio parere occorre distinguere un ecumenismo “di vertice” e un ecumenismo “di base”.
Il primo consiste nel mutuo e ufficiale riconoscimento dei rappresentanti istituzionali delle varie confessioni cristiane. Com’è noto questo tipo di ecumenismo – nonostante alcuni importanti progressi, come la Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione del 1999 o la Charta oecumenica del 2001 – non si è ancora realizzato; anzi, allo stato attuale sembra essere in una fase di stallo, come se ci si accontentasse del cammino già fatto e dei rapporti di buon vicinato ormai raggiunti. Personalmente sono piuttosto pessimista per il futuro ma in ogni caso questo ecumenismo di vertice non mi interessa più di tanto, per almeno due motivi. In primo luogo perché è un ecumenismo costruito a tavolino: i massimi rappresentanti delle confessioni cristiane che dopo decenni di approfondite discussioni filosofiche e teologiche firmano un documento ufficiale nel quale dichiarano solennemente di aver raggiunto un accordo sul sesso degli angeli. In secondo luogo perché mi da un po’ fastidio l’idea di essere un burattino nelle mani di altri: i capi religiosi si scomunicano reciprocamente e noi laici dobbiamo fare la guerra; poi, magari a distanza di secoli e senza che sia cambiato un granché, altri capi religiosi decidono di revocare le scomuniche e noi laici dobbiamo fare la pace.
Io ritengo che sia molto diffusa la tendenza a pensare l’ecumenismo direttamente in termini di ecumenismo “di vertice”, quando invece bisognerebbe pensarlo in termini “di base”. Ecumenismo è quando due cristiani si riconoscono reciprocamente come fratelli in virtù della comune fede in Cristo Signore indipendentemente dalla confessione di appartenenza. Quando ciò avviene siamo già di fronte a un ecumenismo pienamente realizzato: il fatto che i massimi rappresentanti della chiesa cattolica, ortodossa e protestante non abbiano ancora rimosso definitivamente tutti gli ostacoli dottrinali che impediscono l’unità è un fattore decisivo ma non risolutivo per la realizzazione dell’ecumenismo. L’ecumenismo è in primo luogo un cammino di conversione personale: all’ecumenismo ci si converte. È un comune sentire – individuale e quindi anche collettivo – che non può prescindere, ma neanche deve dipendere, da un riconoscimento di tipo istituzionale. Da questo comune sentire deve scaturire una Chiesa trasversale costituita da cristiani che pur rimanendo nelle proprie chiese confessionali sappiano sciogliersi da ogni vincolo di appartenenza che sia tanto marcato da ostacolare il dialogo e il confronto. Un cammino ecumenico siffatto – da costruire dal basso come comunione di singoli cristiani e non calato dall’alto come sintesi di dottrine – è un importante banco di prova per la nostra maturità di laici. Noi non abbiamo il problema di metterci d’accordo sulle interpretazioni teologiche, non abbiamo un prestigio e un potere da difendere; contiamo di meno, certo, ma in compenso siamo più liberi. E per tale motivo abbiamo anche il dovere di essere più intraprendenti e dinamici, più costruttivi e propositivi, più sensibili e disponibili al rinnovamento; certe cose, nella Chiesa, come possiamo dirle noi non le può dire nessuno.

Pietro Urciuoli
ecclesiaspiritualis.blogspot.it

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