Il Concilio ha 50 anni. Prima sessione, prime riflessioni

Pietro UrciuoliNato nel febbraio del ’64 non ho vissuto gli anni del Concilio e neanche quelli dell’immediato post-Concilio ma ho avuto familiarità con questo evento fin da ragazzo poiché lo statuto della Gioventù Francescana di cui facevo parte era costruito proprio sui testi conciliari; gli articoli dello statuto rimandavano continuamente alla Gaudium et spes, alla Lumen gentium, all’Apostolicam actuositatem e quindi posso dire che, sebbene in modo indiretto, ho avuto modo di assimilarne i contenuti principali. Oggi, tuttavia, col senno del poi, mi rendo conto che i frati deputati alla formazione di noi giovani francescani si limitavano a commentare i testi conciliari ma non ci aggiornavano su quanto, proprio sull’impulso di quei testi, avveniva all’interno della Chiesa: nessuno, in quegli anni, mi ha parlato dell’esperienza delle Comunità di base dell’Isolotto e di San Paolo Fuori le Mura, di Lercaro e Dossetti, di Congar e Chenu e io ero solo un ragazzo, troppo ingenuo per capire certe cose. Chiuso nel guscio rassicurante della mia fraternità e preso dai mille impegni che essa comportava non mi rendevo conto che vivevo come sotto una campana di vetro. Tante vicende spinose che hanno agitato la Chiesa del post-Concilio le ho scoperte molto tempo dopo, da solo, sui libri; l’Humanae vitae, il Catechismo olandese, la Teologia della Liberazione. C’è tutto un pezzo di Chiesa che mi sono perso, ricco di stimoli e fermenti, che, confrontato con il clima di conformismo e di apatia di oggi, sembra appartenere a un’epoca distante anni luce. Per un verso, ovviamente, me ne rammarico; per un altro, invece, mi sento stimolato a un maggiore impegno. Sono consapevole, infatti, di appartenere ad una generazione che ha il compito di riappropriarsi del patrimonio spirituale e culturale di quegli anni per trasmetterlo alle generazioni successive, perché niente vada perduto.

Anche io sto cogliendo l’occasione di questo cinquantesimo per chiedermi cosa ha cambiato il Concilio, nella Chiesa e nella società. E devo dire che la disputatio in corso tra i sostenitori di ermeneutiche varie non mi aiuta a fare chiarezza. Sicuramente però posso dire che mi pare del tutto campata per aria la pretesa di affermare a tutti i costi la continuità tra Vaticano I e Vaticano II. Dal punto di vista dogmatico questa continuità c’è stata, ma solo perché il Vaticano II di dogmatico non ha detto nulla di nuovo. Ma come si fa ad affermare che c’è stata continuità riguardo alla liturgia, all’accessibilità del popolo alla Sacra Scrittura, al rapporto con gli ebrei e con le altre confessioni cristiane, alla libertà di coscienza quale fondamento imprescindibile della dignità umana e via discorrendo? In tutti questi campi il Vaticano II ha rappresentato non solo una innovazione ma una svolta epocale, una vera e propria rivoluzione copernicana. La Chiesa, almeno nelle intenzioni, uscì profondamente rinnovata da quell’evento. E’ questo, più che le diverse ermeneutiche, il messaggio centrale da cogliere e da trasmettere alle nuove generazioni: l’importanza per noi cristiani di interrogarci, di rinnovarci, di aprirci fiduciosamente al dialogo con tutti gli uomini di buona volontà. E aver messo insieme il Concilio Vaticano II e il Catechismo della Chiesa Cattolica nell’unico contenitore dell’Anno della fede forse non ha giovato alla trasmissione di questo messaggio, distogliendo l’attenzione generale dalle rivoluzioni apportate dal Concilio e da quelle di cui oggi la nostra Chiesa ha urgentemente bisogno.

Del resto, limitarsi a dire che in questi cinquant’anni molto si è fatto ma che ancora molto c’è da fare non ha molto senso, è una evidente ovvietà. Ha un senso solo se si ha il coraggio di affrontare i problemi alla radice, mettendo a confronto a viso aperto le differenti opinioni. A mio parere uno dei problemi centrali è il modo con cui viene gestito il potere nella Chiesa sotto il duplice profilo del “chi” è chiamato a decidere e del “come” è strutturato il processo decisionale. Non condivido l’opinione di quanti, confidando nell’opera dello Spirito Santo, sostengono che si tratti di un problema marginale. Sicuramente lo Spirito Santo guida sempre e comunque la Chiesa, ma ciò non ci esime dal dovere di definire architetture istituzionali che lascino spazio più all’azione dello Spirito e che a quella degli uomini. Non è un caso se l’attuale disagio manifestato da varie componenti ecclesiali ad ogni latitudine – dai parroci austriaci, alle suore americane, al laicato di tutto il mondo – è legato a filo doppio con problematiche che cinquant’anni fa furono espunte dal dibattito conciliare e risolte d’imperio dalla Santa Sede a concilio finito, basti pensare a celibato obbligatorio, sacerdozio femminile, e sessualità coniugale. Si dice, ed è tristemente vero, che i Concili vanno e vengono mentre la curia vaticana resta. Io penso che il Concilio potrà essere foriero di nuove e profonde riforme soltanto se si avrà il coraggio di affrontare il nodo problematico della gestione del potere. Non certo per fare rivoluzioni; ma un conto è il fondamento divino del primato petrino, altro sono le istituzioni umane deputate a tradurre questo primato in termini di norme e prassi.

Pietro Urciuoli
ecclesiaspiritualis.blogspot.it

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