La Chiesa gerarchica e la Chiesa di Dio

Ieri sera, 17 ottobre, nella sala della Comunità Cristiana di Base di San Paolo a Roma, sulla via Ostiense, si è tenuta la presentazione del numero speciale di MicroMega (n. 7/2012) La Chiesa gerarchica e la Chiesa di Dio. Moderatore Valerio Gigante di Adista, interventi di Paolo Flores D’Arcais, Corrado Augias, Valerio Mancuso e Giovanni Franzoni: un dialogo sereno e franco tra intellettuali di grande spessore cui hanno assistito interessati i numerosi intervenuti.

Il dibattito è stato aperto da Flores che, in disaccordo con le posizioni sfumate di alcuni storici (tra cui Alberto Melloni), ha sostenuto che il processo di rinnovamento auspicato dal Concilio Vaticano II è stato arrestato già da Paolo VI: il Concilio, a suo dire, è morto con l’Humanae vitae (1968). Ma la parte più interessante del suo intervento è stata la constatazione che la cosiddetta “Chiesa del dissenso” – nata proprio in opposizione a questo processo di restaurazione operato dalla Chiesa gerarchica – è stata sconfitta in Italia più rapidamente che altrove: vivace, ricca di grandi risorse ma anche frantumata in mille realtà microscopiche, che non riesce ad avere alcuna visibilità ed è condannata a restare esclusa dai processi decisionali. Flores concludeva il suo intervento chiedendosi se in tutto ciò non vi fosse una sua precisa responsabilità.
Questa provocazione  ha condizionato tutto il dibattito successivo giacché tanto Augias che Mancuso, messe da parte altre questioni, hanno ritenuto di raccogliere il testimone e tentare una risposta. Augias ha osservato che sicuramente sono molteplici le cause di questa situazione e tra queste la congenita mancanza di reattività del laicato cattolico italiano: la secolare compromissione che vi è stata in Italia tra il potere secolare e il potere spirituale ha incanalato la spiritualità nelle istituzioni con l’effetto di anestetizzare il popolo, di renderlo passivo, remissivo; in altri Paesi europei, sosteneva Augias, i laici si fanno sentire molto di più. Anche Mancuso ha condiviso la constatazione di Flores ma ha sostenuto che non bisogna farsi condizionare troppo dalla questione della visibilità. Per Mancuso il processo di riforma conciliare ha sicuramente subìto più d’una battuta d’arresto in questi cinquant’anni, ma è anche vero che vi sono state innovazioni che oramai sono entrate nel vissuto del popolo cristiano (si pensi, ad esempio, alla libertà di coscienza, al rapporto con le altre confessioni religiose, cristiane e non, all’approccio con la Sacra Scrittura e con la liturgia). C’è ancora tanta strada da percorrere ma la coscienza individuale dei credenti è comunque cambiata e ciò si traduce in un miglioramento della testimonianza di vita personale.

Ma l’intervento più significativo, e personalmente anche più atteso, è stato quello di Giovanni Franzoni. Con il suo consueto atteggiamento, a un tempo pacato e risoluto, attingendo alla sua inesauribile riserva di ricordi e aneddoti, ha lanciato un chiaro monito ai presenti: occorre ritrovare la capacità di indignarsi e di ribellarsi alle logiche di potere che dalle stanze del Vaticano condizionano l’intera Chiesa universale. Non ci ha detto in concreto cosa fare ma credo che la sua stessa testimonianza di vita basti e avanzi per tracciare una strada che spetta a noi percorrere. omunità Cristiana di Base di San Paolo a Roma, sulla via Ostiense, si è tenuta la presentazione del numero speciale di MicroMega (n. 7/2012) La Chiesa gerarchica e la Chiesa di Dio. Moderatore Valerio Gigante di Adista, interventi di Paolo Flores D’Arcais, Corrado Augias, Valerio Mancuso e Giovanni Franzoni: un dialogo sereno e franco tra intellettuali di grande spessore cui hanno assistito interessati i numerosi intervenuti.
Il dibattito è stato aperto da Flores che, in disaccordo con le posizioni sfumate di alcuni storici (tra cui Alberto Melloni), ha sostenuto che il processo di rinnovamento auspicato dal Concilio Vaticano II è stato arrestato già da Paolo VI: il Concilio, a suo dire, è morto con l’Humanae vitae (1968). Ma la parte più interessante del suo intervento è stata la constatazione che la cosiddetta “Chiesa del dissenso” – nata proprio in opposizione a questo processo di restaurazione operato dalla Chiesa gerarchica – è stata sconfitta in Italia più rapidamente che altrove: vivace, ricca di grandi risorse ma anche frantumata in mille realtà microscopiche, che non riesce ad avere alcuna visibilità ed è condannata a restare esclusa dai processi decisionali. Flores concludeva il suo intervento chiedendosi se in tutto ciò non vi fosse una sua precisa responsabilità.
Questa provocazione  ha condizionato tutto il dibattito successivo giacché tanto Augias che Mancuso, messe da parte altre questioni, hanno ritenuto di raccogliere il testimone e tentare una risposta. Augias ha osservato che sicuramente sono molteplici le cause di questa situazione e tra queste la congenita mancanza di reattività del laicato cattolico italiano: la secolare compromissione che vi è stata in Italia tra il potere secolare e il potere spirituale ha incanalato la spiritualità nelle istituzioni con l’effetto di anestetizzare il popolo, di renderlo passivo, remissivo; in altri Paesi europei, sosteneva Augias, i laici si fanno sentire molto di più. Anche Mancuso ha condiviso la constatazione di Flores ma ha sostenuto che non bisogna farsi condizionare troppo dalla questione della visibilità. Per Mancuso il processo di riforma conciliare ha sicuramente subìto più d’una battuta d’arresto in questi cinquant’anni, ma è anche vero che vi sono state innovazioni che oramai sono entrate nel vissuto del popolo cristiano (si pensi, ad esempio, alla libertà di coscienza, al rapporto con le altre confessioni religiose, cristiane e non, all’approccio con la Sacra Scrittura e con la liturgia). C’è ancora tanta strada da percorrere ma la coscienza individuale dei credenti è comunque cambiata e ciò si traduce in un miglioramento della testimonianza di vita personale.
Ma l’intervento più significativo, e personalmente anche più atteso, è stato quello di Giovanni Franzoni. Con il suo consueto atteggiamento, a un tempo pacato e risoluto, attingendo alla sua inesauribile riserva di ricordi e aneddoti, ha lanciato un chiaro monito ai presenti: occorre ritrovare la capacità di indignarsi e di ribellarsi alle logiche di potere che dalle stanze del Vaticano condizionano l’intera Chiesa universale. Non ci ha detto in concreto cosa fare ma credo che la sua stessa testimonianza di vita basti e avanzi per tracciare una strada che spetta a noi percorrere.

Pietro Urciuoli

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