Dell’essere “cani sciolti”

Noto con curiosità che negli ultimi tempi il blog sta dedicando molto spazio a riflessioni che si potrebbero definire – mi si perdoni il termine rozzamente generico, ma al momento non ne trovo un altro – a sfondo religioso. Ammettendo fin da ora la mia non brillante preparazione in materia, torno a scrivere su queste pagine dopo mesi fittissimi di impegni, per lanciare un personale invito alla discussione.

In un bell’articolo di pochi giorni fa, Pietro Urciuoli elaborava un breve ma intenso “manifesto” di quelli che chiamerei con un anglismo “mavericks” (“cani sciolti”) – categoria in cui io stesso credo di rientrare da tempo immemore. Ho trovato molto suggestiva la metafora dello stare “con i piedi dentro e la testa  fuori” riguardante, se ho ben capito, la posizione dell’autore rispetto al cattolicesimo ortodosso del Magistero della Chiesa. E’ un approccio che, almeno in parte, sembra condiviso da molti intellettuali ammirevoli, da Hans Kung a Vito Mancuso a Roberta De Monticelli e che io stesso ritengo tra i più soddisfacenti – se non altro per mancanza di vere alternative. Ad ogni modo, il tema dell’appartenenza e, quindi, dell’identità, presenta complicazioni che vanno tenute a mente – curioso, in tal senso, il fatto che il testo di Urciuoli sembri richiamare alcuni aspetti essenziali di un vecchio scritto di Jurgen Habermas sull’identità politica. Per esplicitare quello che ho in mente, esaminerò brevemente due difficoltà ulteriori che l’ essere mavericks in ambito religioso mi sembra generare.

1)Il confine tra una fede libera e criticamente pensata e la costruzione di un credo personale è molto labile e, come notava un paio d’anni fa da una prospettiva fortemente laica il celebre sociologo Ulrich Beck nel suo “Il dio personale”, viene oggi sempre più spesso valicato. Certo, nel caso del cattolicesimo il problema riguarda essenzialmente la fondatezza dei pronunciamenti delle gerarchie ecclesiastiche su temi scottanti – penso alla bioetica – alla luce dei contenuti e del messaggio della fede cattolica stessa, elemento che genera sempre più frequentemente una sorta di conflitto di interpretazioni che pone oggi quasi tutti i credenti al di fuori di una rigida ortodossia. Tale conflitto ha, schematizzando, una soluzione forte (l’imposizione gerarchicamente legittimata dell’ortodossia) ed una debole (la rinuncia, da parte anche delle gerarchie, a posizioni dogmatiche su materie controverse ed una diffusa libertà di coscienza basata sulla tolleranza come meta-valore). Per quanto largamente preferibile in politica, una soluzione del secondo tipo mal si presta all’ambito religioso, specie nel caso si abbia a che fare con dottrine complesse e strutturate – infatti, Engelhardt proponeva una strategia simile come risoluzione del fronteggiarsi nella sfera pubblica di “stranieri morali”, non certo per persone professanti la stessa fede. Storicamente,  è successo che il Magistero ha gradualmente evoluto le proprie posizioni su questioni più o meno “moderne”  – pensiamo al rapporto con la democrazia – in modo tale da adeguarle al comune sentire, tuttavia tale adattamento può essere legittimato solo o dalla gerarchia, come sopra, o dal comune sentire: questo crea più di un problema in sede filosofica.

2) Ogni approccio “eretico” si contrappone ad uno “ufficiale” per differenze che sono contenutistiche più spesso che metodologiche. Mi spiego: le eresie – pensiamo al protestantesimo – arrivano o a diventare abbastanza influenti da considerarsi come ortodossie concorrenti con la precedente (con una tendenza alla repressione del dissenso che rimane quasi immutata), o a scomparire, o ad essere inglobate in qualche altra ortodossia – tramite un processo che, ancora una volta, non può che essere legittimato gerarchicamente. Davvero alternativa sarebbe un’eresia relativistica (sia pure in senso metodologico e non normativo), che asserisse come unico principio procedurale la tolleranza e considerasse “prospettivisticamente” ogni tipo di contenuto. Di nuovo: si può discutere di un tale approccio in sede politica, ma come la mettiamo con la religione?

Qui mi fermo, ma la questione è complessa e si potrebbe sviluppare. Chiudo sperando di avviare una discussione stimolante con autori e lettori di questo blog su un problema di cui io stesso non conosco la soluzione. Nell’attesa, riparto da una domanda: meglio essere un cane sciolto che uno al guinzaglio, ma per andare dove?

Un pensiero riguardo “Dell’essere “cani sciolti”

  • 5 Settembre 2012 in 1:28
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    Caro Franco, il dibattito su temi “religiosi” – hai ragione il termine è rozzo e fa istintivamente alzare difese ed antenne ai frequentatori di Lucrezio e della sua “religio” – diciamo l’interrogarsi su temi che riguardano la scommessa su Dio,la fede, l’essere chiesa, appartengono al DNA di questo blog, per il quale ti rimando alla pagina INSIEME PER FARE RETE, subito sopra la testata, una sorta di comune manifesto ( https://lnx.rete3.net/blog/?page_id=1011 ) Appartengo personalmente alla categoria che preferisco definire degli “speranti”, più che dei credenti (fuggo come la peste dagli uomini dalle certezze incrollabili) e pratico tra mille domande e infiniti ritorni una fede fragile, com’era fragile il Dio della Natività e del Calvario, che si interroga e interroga, che si commuove e cerca la condivisione, che si apre al dialogo e propone l’accoglienza, ed offre come unica identità non un fortino di dogmi da difendere, ma il sentiero incerto del farsi prossimo, sull’esempio di Gesù di Nazareth e nella speranza della sua resurrezione. “Dentro ciascuno di noi – ha detto nel 1987 il cardinal Martini nel discorso inaugurale della “Cattedra dei non credenti – un credente e un non credente dialogano e si inquietano a vicenda. E’ malsano mettere a tacere l’uno o l’altro. Dobbiamo mettere l’altro in cattedra, se vogliamo essere noi stessi”. E Paolo di Tarso, in maniera assai confortante scriveva ai Corinzi (I 13,12) «Adesso vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; solo allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto». Su questi temi torneremo spesso, quest’anno, 50° del Concilio Vaticano II. Io e Pietro (ma l’invito è a tutti voi) saremo a Roma il 15 per il convegno dell’EUR nell’Auditorium dell’Istituto Massimo ( http://www.cdbitalia.it/2012/08/27/chiesa-di-tutti-chiesa-dei-poveri ), su cui vi ragguaglieremo, come tappa alla serie di incontri che organizzeremo ad Avellino tra l’autunno e la prossima primavera.

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