Obiettori o Medici ?

Ho volutamente fatto trascorrere un po’ di tempo dall’ultimo atto della mai sopita crociata anti-aborto. Parlo dell’ennesimo fallimento  (giugno u.s.) sentenziato con la bocciatura della Corte costituzionale del ricorso presentato da un giudice tutelare di Spoleto, che ha così ribadito la costituzionalità della legge 194.

Difficile farsene una ragione, per gli ‘obbedienti’ amici di Medicina&Persona che anche questa volta si sono spesi, invano, nel diligente intento di boicottarla, forti del curiale mandàto e dell’ennesimo (loro) «dato/verità» che riassumo: i medici-obiettori sono giunti, oramai, all’80% !

Ne scrivo, tuttavia, per evidenziare ancora una volta la singolare ‘logica’ con la quale, sposato il modello Dottrina=Verità,  si arrivi a ‘giustificare/legittimare’ ogni tipo di tesi, facendola assurgere al ruolo di “verità”. Nello specifico, quella che equipara l’aborto all’omicidio.

Infatti, posta la dottrinaria norma/verità della «vita sacra» – affermazione tanto ovvia quanto impraticata, come insegna tutta la sanguinaria Storia dell’Uomo e della stessa Chiesa/Istituzione – è facile ricondurvi tutto ed il suo contrario, dunque anche identificare l’aborto (e non solo …) con l’omicidio e, di conseguenza, accettare tutto ciò che potrebbe contribuire a legittimare/ossequiare tale ‘norma’.

Riuscito l’intento di spostare l’attenzione dal vero oggetto della questione – la «vita»: “che cos’è”; “quando” si può parlare di “vita” e, soprattutto, di “vita umana” – impossibile  da ‘codificare’ nella sua completezza e complessità, si preferisce fare gran rumore con tutto ciò che può servire ad affermare l’inspiegabile norma/dottrina.

All’uopo, gli amici di Medicina&Persona hanno comunicato, soddisfatti, il (loro) «dato» – l’80% dei medici sono obiettori – che dimostrerebbe (!) che l’aborto è una piaga sociale, quindi non è un diritto (!), così confermando il (loro) «dato/verità»: aborto = omicidio. Dunque, la norma/dottrina è ossequiata. Amen!

La pervicacia è ammirevole. Così come la negazione/mistificazione della Realtà, come professato da certa Dottrina/Chiesa/Istituzione. Per rendersene conto, basti pensare al neologismo coniato negli ospedali per identificare gli ‘obiettori’: “personale sanitario che vive ai confini della procedura aborto”.

Dunque gli obiettori di coscienza – ginecologi, ostetriche, anestesisti e paramedici – vivono ai confini. Come gli avvoltoi.

Aspettando cosa? Che gli ‘altri’ – “i cattivi” di turno, i (presunti) «anti-vita» – pratichino, anche per loro, quello che dovrebbe essere la quintessenza della professione sanitaria, in genere, ma in particolare delle sopracitate ‘branche’: la compassione (cum+patire = soffrire con e non per).

Essere compassionevoli” equivale, dunque, ad essere e rendersi disponibili – senza calcoli, divieti o imposizioni – anche nelle/delle scelte dolorose, anche non condividendole, di altri esseri umani.

Praticare la compassione” è, dunque, cosa ben diversa dal tollerare con benigna o ipocrita indulgenza o dal giudicare o, peggio ancora, dal non-fare.

Fu Gesù a rendere la compassione – prima di lui, esclusiva pregorativa di Dio – «pratica umana», stigmatizzando anche la legalistica ipocrisia del sacerdote e del levìta (Lc 10, 25-36) e togliendo definitivamente all’Uomo (dunque anche al personale sanitario che vive ai confini della procedura aborto ?) ogni tipo di ipocrita alibi sia terreno (la Legge umana) che ultraterreno (la Legge di Dio), dietro cui è comoda prassi nascondersi.

E torniamo agli obiettori di coscienza di cui sopra e ad alcune domande che mi piacerebbe porre loro, in vista dei futuri scenari che si vanno delineando nei pubblici ospedali.

Prima domanda: ammettendo sia ‘giusto’ obiettare, cosa accadrà quando, in un ospedale pubblico, ci saranno solo obiettori e nessuno garantirà l’assistenza sanitaria alle Donne che chiederanno di abortire? Ad oggi, non ho ancora ricevuto una risposta ‘efficace’ dai miei interlocutori, nonostante concordino tutti, credenti o meno che siano, sulla drammaticità della situazione vissuta da ogni Donna.

Seconda domanda: sbaglio nel pensare di “chi obietta” che si arroga il diritto di decidere «cosa» sia la sofferenza, «chi» riguardi, «quanta ed in che dosi» sia giusto patirne e/o somministrarne e, soprattutto, «come» gestirla?

Terza domanda: e chi «patisce» quella situazione, la Donna, cosa dovrebbe fare? Vergognarsi? Chiedere perdono? Dovrà solo stare lì ad aspettare? Perché non potrà fare altro, senza nessuno che l’assista! “Altri”, salvata la propria coscienza, si saranno allontanati ai confini!

Io credo che, obiettando/non-agendo, il “personale sanitario che vive ai confini della procedura aborto” potrà «giustamente» voltare le spalle e tirare dritto per la sua strada, ma si comporterà alla stessa stregua degli evangelici sacerdoti e levìti di Luca. Ed esattamente come loro, «si sentirà nel giusto» ed «avrà diritto» a poter decidere cosa fare o non fare di e a quella donna che, diversamente dal viandante, essi non hanno trovato casualmente sulla loro strada, ma che si era rivolta ad una struttura pubblica solo per trovare assistenza!

Quarta domanda: ma siamo sicuri che la Dottrina sovrasti sempre la Legge dell’Uomo?

Non fu Gesù, venuto per annullare le Dottrine, ad aver detto: “chi fa la verità viene alla luce …” (Gv 3,21)?

Già, Gesù, ma chi era Costui?

Massimo De Vinco

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