Ripartire dal bene. Don Ciotti ad Avellino (2a parte)

.“Un anno fa, ero a Torino, all’Ospedale delle Molinette a tenere la mano ad un ragazzo che stava morendo di leucemia. Non voleva morire solo. Finchè è spirato sono stato con lui a tenergliela stretta. Poi, entra una signora, che si presenta come una cugina. Al momento non l’ho vista in volto. Quella donna aveva un figlio di 23 anni, che lavorava in Polizia a Palermo con i commissari Montana e Cassarà. Nel 1985 ottiene per gravi ragioni di famiglia un trasferimento a Roma. Lì trova l’amore e si fidanza. Alla sua ragazza propone una vacanza a Palermo. Passa qualche giorno e viene ucciso Beppe Montana. Il giovane poliziotto innamorato si accorge che Cassarà non era abbastanza tutelato. Prende la sua ragazza e con lei compie un grande atto d’amore. Le chiede di sospendere la vacanza. Il ragazzo si chiama Roberto Antiochia: ha 23 anni e volontariamente rinuncia alla vacanza col suo amore e chiede di difendere il commissario. E’ il 6 agosto 1985 quando il commissario Cassarà e il giovane Roberto cadono sotto una raffica di mitraglietta, sotto 73 colpi. La madre, Saveria Antiochia, dice che quei colpi sono stati sparati anche su di lei, hanno colpito e ferito anche lei. Quei colpi sono stati sparati anche su di me e su di noi… Rendiamocene conto: quei colpi ci interrogano, ci chiamano a rispondere. E a farlo insieme con tenacia, senza mollare. Questa è la responsabilità, questa la condivisione nella continuità.
Prima della legalità c’è la responsabilità e prima ancora c’è la libertà. Noi siamo grati a chi ha lottato per la libertà e per la democrazia. Oggi la vita ci chiede di impegnarci per chi la libertà non ce l’ha. Per chi libero non è. Non è libero chi non ha lavoro. Non è libero chi non ha i mezzi per vivere con dignità. Oggi questa nostra libertà è in grande pericolo. I senza lavoro, i poveri e gli impoveriti, i non liberi sono sempre di più.
Nelle nostre famiglie e nelle nostre città dobbiamo educarci a cogliere le positività che ci sono. E’ su di esse che dobbiamo costruire. E dobbiamo difendere la nostra libertà ovunque, tagliare le radici alle mafie ovunque. Libera è presente oggi non solo in Italia ma in molti Paesi. E’ presente anche in Russia, dove siamo clandestini. I nostri referenti a Mosca sono i due figli della giornalista della Gazeta uccisi.
Stiamo lavorando perché l’uso sociale dei beni confiscati alle mafie diventi realtà in tutta Europa.
Poi c’è il ruolo della Chiesa, la responsabilità specifica che hanno i cristiani in quanto tali.
Quando i magistrati chiedono al suo assassino perché ha ucciso don Puglisi si sentono rispondere: “A Brancaccio era arrivato un prete che non era dalla parte dei mafiosi” Significa che da quella parte altri ce n’erano. “Era un prete che disturbava. Se si faceva i fatti suoi e predicava la Chiesa, campava cent’anni.”
25 giorni prima che don Puglisi fosse ucciso, il 15 settembre 1993, Francesco Marino Mannoia, in carcere, aveva chiesto di parlare con urgenza con un magistrato. La dichiarazione è a verbale: “Nel passato la Chiesa era considerata sacra e intoccabile. Oggi Cosa Nostra l’attacca perché si espone, non si fa i fatti suoi”.
La Chiesa ha il dovere di annunciare il Vangelo ed ha l’obbligo della parresìa, cioè di parlare senza ipocrisia. Sulla mafia, questo dovere, quest’obbligo era spesso rimasto lettera morta. Ma il 9 maggio di quell’anno c’era stata una novità. Proprio l’ultimo giorno della sua visita, il Papa è nella valle dei Templi, ad Agrigento. Si rivolge ai siciliani, dice messa, fa omelie e nessun riferimento alla mafia. Pronuncia la preghiera finale e ancora nessun riferimento. A un certo punto si ferma . Il suo volto cambia espressione, la sua voce si fa terribile: grida contro la mafia parole nettissime: ”La mafia non può uccidere, non può calpestare questo dirittimo santissimo di Dio. Nel nome di Cristo croceffisso e risorto, nel nome di Cristo, via , verità e vita, dico ai Responsabili: CONVERTITEVI! UN GIORNO VERRA’ IL GIUDIZIO DI DIO!” La risposta dei mafiosi non tarderà: le bombe a S. Giovanni in Laterano e l’assassinio di don Puglisi”. Ma cos’era successo per arrivare a questa svolta? Chi aveva incontrato il papa tra il seminario di Agrigento e la Valle dei Templi, quando il corteo papale si era fermato e il papa si era infilato in una porticina? A fare breccia nel cuore del papa e a cambiare la storia erano stati un papà e una mamma, colmi di dolore: il papà e la mamma di Rosario Livatino, il giudice ragazzino. Poche parole le loro: la lettura di una pagina del suo diario. Io non so quale pagina abbiano lettto. Posso dirvi però qul’è la pagina di quel diario che personalmente mi ha colpito di più: quella in cui Rosario annota: “Alla fine della vita, non ci sarà chiesto se saremo stati credenti, ma credibili”. Non basta dire di sì al Signore. Siamo chiamati alla responsabilità cristiana e insieme alla responsabilità di concittadini: a farci, insomma, davvero compagni di strada di ogni uomo…”

don Luigi Ciotti, Avellino, 25 maggio 2012, salone del Liceo d’Arte “Paolo Anania De Luca”.

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