Ripartire dal bene. Don Ciotti ad Avellino (1a parte)

“Il problema non è chi fa il male, ma chi si limita a guardare e lascia che si compia. Chiediamoci perché di mafia, di camorra e di ‘ndrangheta si parli ormai da secoli. Oggi c’è bisogno di un’assunzione di responsabilità.
Chi avrebbe mai detto che in provincia di Torino il prefetto avrebbe dovuto commissariare due Comuni per infiltrazione mafiosa? E così, in Liguria, centri importanti come Bordighera e Ventimiglia? Le radici delle varie mafie sono al Sud, ma i rami e i frutti sono ovunque. E particolarmente al Nord.
Oggi più che mai dobbiamo sconfiggere, lasciatemi usare il termine un peccato grave: l’assenza di profondità. Per diventare più responsabili bisogna conoscere. E conoscere in profondità.
Sono arrivato a Brindisi poche ore dopo la bomba. Mi sono chinato su quei quaderni bruciati e di uno, a caso, ho sfogliato le pagine. Quel quaderno parlava di Costituzione, di diritti, di uguaglianza, di responsabilità.

Mai si era attaccata una scuola…

Dopo il tritolo che aveva ucciso Chinnici, Antonino Caponnetto – il padre del pool antimafia di Falcone e Borsellino – ebbe a pronunciare parole che dobbiamo tenere ben scolpite davanti: “La mafia teme di più la scuola che la giustizia. L’istruzione taglia l’erba sotto i piedi della cultura mafiosa”. E’ davvero così. Ma per riuscirci fino in fondo abbiamo bisogno di tre “C”:

Continuità: i momenti emotivi da soli non bastano.
Condivisione: è il noi che vince, non l’azione isolata.
Corresponsabilità: la lotta contro le mafie, per la libertà e la democrazia non riguarda solo la magistratura, le forze dell’ordine e le istituzioni, ma ciascuno di noi.

Il problema, dicevo, è il silenzio complice. L’assistere e lasciar fare. Il pensare solo al proprio benessere e alla propria sicurezza. Dobbiamo pensare al bello, alla vita, ma doppiamo avere sempre un occhio a noi stessi e uno agli altri. Se non riconosciamo gli altri, non riconosciamo noi stessi. Ognuno di noi è diverso, è unico: la diversità è il sale, il sapore della vita. Non dobbiamo cedere alla paura dell’altro, al pensiero rozzo e sbrigativo che teme la diversità ed alimenta paure e pregiudizi.
Oggi, 2012, la presenza criminale è ormai dentro le fessure della nostra società. C’è un elenco interminabile di illegalità che fanno da viatico ai giochi e agli interessi dei mafiosi (dal traffico di rifiuti tossici, allo sfruttamento sessuale, alla corruzione). Ebbene, la società civile è diventata troppo tollerante verso queste forme di illegalità. Allora: forza! Diamo continuità e condivisione alle cose belle che fate a scuola, facciamole diventare vera corresponsabilità. Non perdete la forza e la passione che avete. Non venga meno il coraggio di gettare la vostra vita sempre un passo più in là. Dobbiamo sentire il morso del “più” e agire insieme. All’ “albero Falcone”, a Palermo, c’erano ieri 10.000 persone, venute da tutte le parti d’Italia. Ma mi sono chiesto: dov’è Palermo? Lo dico con affetto. Lì abbiamo una presenza radicata, tanta positività, ma ci sono troppi siciliani che sono ancora rassegnati. E così anche altrove: ci sono troppi che continuano a pensare che tocchi sempre agli altri.
All’indomani delle stragi di mafia ci siamo detti: “E’ “cosa nostra” la lotta alle mafie, non di altri, non solo della Sicilia”. E’ nata Libera: un cartello di 1600 associazioni, in continua crescita, attive e radicate sul territorio. Ecco: territori, scuola, cultura, gestione sociale di beni confiscati alle mafie sono i cardini della nostra azione. E tuttavia ci sono oggi 3500 beni confiscati alle mafie che non possono essere ancora utilizzati, perché sotto ipoteca bancaria. Bisogna sbloccare questi beni subito. Subito! Recuperare questi beni è fondamentale, sia per il valore etico e politico che anno, sia per il valore economico. Le cooperative che oggi operano sui terreni confiscati alle mafie sono non solo un simbolo, ma lavoro, vita e futuro. Migliaia di amministratori pubblici, per essersi impegnati in questo , hanno subito forti e terribili minacce. Essi sono la dimostrazione che non c’è solo la mala-politica! E’ bello che il Presidente della Repubblica abbia ora deciso che tutti i futuri rinìfreschi nel Quirinale utilizzino la mozzarella di Castel Volturno della cooperativa dedicata a don Peppino Diana e i vini delle cooperative siciliane dedicate ai martiri di mafia. Qui in Irpinia, a Lauro, ci batteremo tutti insieme per fare in modo che il maglificio lì aperto da Libera possa avere un bell’appalto di fornitura al Corpo forestale dello Stato o a qualche altro corpo dello Stato. Un mese prima che venisse ucciso, io ho incontrato don Peppino Diana. Era un uomo innamorato della sua terra e dei suoi ragazzi. E’ stato ammazzato perché saldava la terra con il cielo, il Vangelo e la Costituzione e, vivendo le Beatitudini, aspirava alla giustizia e alla pace.
La democrazia si fonda su due grandi doni: la giustizia e la dignità umana. La spina dorsale della democrazia è data dalla Costituzione e dalla responsabilità. “Responsabile”, etimologicamente, è “chi risponde”. Dopo quell’incontro con me, Peppino, parafrasando il Vangelo, scrisse un articolo in cui diceva: “ Dobbiamo risalire anche noi sui tetti ad annunciare parole di vita..
Le parole non siano solo celebrazione. Devono diventare motore di impegno. Le morti violente ci colpiscono, ci rendono fragili, ma di fronte a loro dobbiamo saper distinguere: sia dunque la memoria denuncia e proposta, impegno tenace nella responsabilità. Altrimenti tutto diventa retorica e vuota celebrazione.” (1a parte. Continua)

don Luigi Ciotti, Avellino, 25 maggio 2012, salone del Liceo d’Arte “Paolo Anania De Luca”.

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