Per molti ma non per tutti

Nei giorni scorsi Benedetto XVI ha inviato una lettera alla Conferenza Episcopale tedesca nella quale comunicava un importante cambiamento riguardante la liturgia eucaristica: al momento della consacrazione il sacerdote non dovrà più dire “…versato per voi e per tutti…” bensì “…per molti…”. Ovviamente la cosa non riguarda solo i vescovi tedeschi ma tutti i vescovi del mondo; quelli italiani ne discuteranno nell’assemblea nel prossimo maggio quando saranno chiamati ad approvare il nuovo messale.
Benedetto XVI spiega la sua decisione con motivazioni di carattere esegetico. L’evangelista Marco (14,24) nel suo vangelo scrive upèr pollôn, Matteo (26,28) perì pollôn, Luca (22,19) upèr umôn. La vulgata latina traduce il testo di Marco e Matteo con pro multis e quello di Luca con pro vobis. Il messale latino in uso fino al Concilio Vaticano II diceva quindi pro multis cioè «per molti». Paolo VI nel 1969 volle sostituire il «per molti» con il «per tutti» per sottolineare l’universalità della salvezza; fu una decisione contestata che scatenò le proteste degli ambienti più tradizionalisti. Benedetto XVI ha voluto così ripristinare la formula preconciliare perché più aderente al testo originale greco e alla sua traduzione latina. La questione però è controversa; Gesù, infatti, parlava ai suoi discepoli in aramaico e molti esegeti ritengono che probabilmente avrà usato l’espressione la-rabbîm che significa «per le moltitudini» o anche «per tutti»; una espressione che nella cultura ebraica del tempo sta ad indicare una totalità, una universalità.
Benedetto XVI offre anche una spiegazione teologica e pastorale della sua scelta. La salvezza operata dal Cristo è sicuramente per tutti ma sono gli uomini a decidere se accettare la chiamata oppure no. Ecco perché il «per molti» va meglio del «per tutti»: per coloro, cioè, che vogliono rispondere alla chiamata. In sostanza, questa espressione sottolinea l’importanza della cooperazione del singolo fedele al raggiungimento della salvezza. Il «per tutti», invece, rappresenterebbe una sorta di banalizzazione, una salvezza offerta a buon mercato anche a chi non la chiede.
Inutile dire che la questione ha sollevato e sta sollevando molte polemiche. Dal punto di vista esegetico è stato osservato che se è per questo nei vangeli ci sono molte espressioni tradotte in maniera del tutto inappropriata (tanto per fare un esempio, il cammello che non passa per la cruna dell’ago) che però non sono state oggetto di analoga attenzione da parte del pontefice. Molte polemiche sono state sollevate anche riguardo alla spiegazione teologica addotta dal papa: questa traduzione si presta facilmente ad essere interpretata nel senso che la salvezza non è per tutti ma solo per un certo numero di eletti – secondo l’obsoleto ma mai definitivamente sepolto principio secondo il quale extra Ecclesiam nulla salus – tanto che lo stesso Benedetto XVI ha ammesso che i fedeli devono essere opportunamente catechizzati prima di introdurre questa novità nella liturgia. Ma soprattutto non è passato inosservato che il ritorno a questa formula preconciliare coincide con l’approssimarsi della chiusura delle trattative con i lefebrviani; questa precisazione circa la corretta traduzione del testo evangelico – della quale nessuno sentiva la necessità e l’urgenza – rappresenterebbe una ennesima concessione di Benedetto XVI in vista di una riconciliazione.
Cosa pensare di tutto ciò? Non saprei; so solo che con sempre maggior frequenza le decisioni del papa mi lasciano perplesso e che la situazione della nostra Chiesa cattolica mi sembra sempre più avvilente. Per consolarmi mi sono soffermato a rileggere una pagina di un libro dell’Abbé Pierre (Mio Dio … perché?, Garzanti, 2005) che a suo tempo mi aprì la mente e il cuore.

Gesù ha trovato una maniera straordinaria per rimanere presente in mezzo a noi nascostamente: attraverso la consacrazione del pane e del vino, che diventano per il credente presenza del suo corpo e del suo sangue.
Di tutti i sacramenti, l’eucaristia è il sacramento per eccellenza. È a un tempo il testamento di Gesù e l’attualizzazione della sua presenza in mezzo a noi. È il sacramento che più mi parla, che più mi tocca anche in modo sensibile.
L’eucaristia è veramente il sacramento della fede. Senza la fede, non è che un insignificante pezzo di pane. Con la fede, è di capitale importanza. Nella comunità cristiana ci sono diversi modi di concepire l’eucaristia. Per i cattolici, si tratta del Cristo realmente e misteriosamente presente. Teologicamente, si può parlare, seguendo san Tommaso d’Aquino, di «transustanziazione». La parola è un po’ barbara e significa che la sostanza del pane viene trasformata (dalle parole del sacerdote) nella sostanza di Gesù. All’estremo opposto, la maggior parte dei protestanti considera l’eucaristia come un simbolo: il pane consacrato non è il corpo del Cristo ma il simbolo della sua presenza fra di noi.
Personalmente, e come un certo numero di cattolici o di protestanti, mi colloco in una posizione di mezzo. Non mi preoccupo della «transustanziazione» ma unicamente della presenza. Io credo, senza sapere come, senza cercare di spiegarmi la ragione, che il Cristo sia misteriosamente presente nell’ostia consacrata. Poco importa il modo.

E poco importano, mi sento di aggiungere, le discettazioni esegetiche del papa: Cristo si è incarnato, è morto ed è risorto per tutti. Punto. Se così non fosse non avrebbe alcun senso la nostra fede.

Pietro Urciuoli

P.S.    La nuova edizione del Messale romano è già in uso dallo scorso novembre nei paesi di lingua inglese, dopo una contrastata elaborazione e non poche resistenze da parte di molti vescovi e teologi, contrari soprattutto a quelle scelte che hanno privilegiato un’aderenza formale e rigida all’originale latino, a scapito della comprensibilità e della scorrevolezza.  Il numero di maggio de “Il Regno” (5/2012) ospita una lunga e approfondita riflessione del biblista gesuita Nicholas King, docente di greco e di Nuovo Testamento all’Università di Oxford. Ne propongo di seguito la conclusione:

 Tradurre è un compito impossibile. La nuova versione non è riuscitissima ma la possiamo comunque assolvere dall’accusa di essere un tentativo sistematico di vanificare i passi avanti per la Chiesa compiuti dallo Spirito Santo nel concilio Vaticano II.

Credo comunque che proprio per la medesima ragione per la quale la Chiesa ha scelto il greco nel primo secolo, quando proclamava il Vangelo nei grandi agglomerati urbani ellenici, e il latino nel secondo secolo, dovremmo stendere i testi liturgici in un linguaggio che possa essere tradotto facilmente in altre lingue vernacolari.
Lascio alla fantasia di ognuno immaginare quale potrebbe essere un simile linguaggio fra cento anni: ma al momento l’unica possibilità è il linguaggio internazionale dei piloti d’aereo, la forma semplificata di inglese che al giorno d’oggi è ciò che una volta era il latino, un linguaggio comprensibile quasi ovunque nel mondo. Questa non è una conclusione che pretende un pronto assenso: ma è da molto tempo che il latino non adempie più a questa funzione.

Che dire? Lontano da Roma si pensa e si scrive meglio.

Un pensiero riguardo “Per molti ma non per tutti

  • 29 Aprile 2012 in 18:02
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    Il pensiero torna ancora ad alcune parole con cui padre Balducci (interrompendo le parole della Liturgia) si rivolse ai tantissimi che affollavano la chiesa della Badia Fiesolana in un pomeriggio estivo, pieno di sole, di 30 anni fa.
    A terra, due bare (una accanto all’altra) in cui erano stati posti i pochi resti di Enzo e Patrizia, due giovani Fidanzati, che erano morti abbracciandosi mentre un incendio aveva divorato una foresta della Corsica in cui avevano piantato la loro tenda. Solo quel che restava di un gettone telefonico aiutò ad individuare quel che fu ricomposto nella bare che erano tornate a Firenze.
    Lui, Enzo Micheli, era un giovane Consigliere comunale di Palazzo Vecchio, del PCI. Certamente questo, assieme alla vasta eco della tragedia, aveva fatto affluire alla Badia Fiesolana persone che, volevano continuare a stringersi vicine ad Enzo, a Patrizia e a chi aveva voluto loro bene, anche quando erano entrati, ancora una volta, in una chiesa, magari non da tutti abitualmente frequentata.
    Prima della Comunione, padre Balducci chiese scusa se –da lì a pochi istanti- vi sarebbero stati dei minuti in cui, apparentemente, alcuni gesti avrebbero potuto essere intesi come di “divisione” in quel corpo unico che stava vivendo le intense emozioni di quel pomeriggio. Rassicurò che non era così.
    Non spese tante parole, non ricorse a raffinate e colte esegesi, parlò in italiano e fu capito. Non da “molti”, ma da “tutti”.
    Posso non ricordare le parole esatte, ma il senso mi è ancora chiaro dopo trent’anni.

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