Ernesto Balducci e l’Uomo planetario

Quello stesso 1992 che il 3 settembre vide morire di mafia ,in via Carini, il Prefetto di Palermo Carlo Alberto dalla Chiesa, sua Moglie e l’Agente di scorta, e che di lì a poco, avrebbe sottratto alla società civile  Giovanni Falcone e Paolo Borsellino,  in aprile si era portato via padre Ernesto Balducci.
La notizia arrivò a Firenze mentre il mese faceva scorrere i suoi ultimi giorni e la Pasqua  era  passata da appena una settimana, lasciando tutti sgomenti:  padre Ernesto aveva avuto un terribile incidente stradale a Faenza e rischiava di spegnersi all’Ospedale di Cesena.
Un amico fiorentino, Franco Gentile, che, ha avuto la fortuna di essere accompagnato, per lungo tratto di vita, dall’eco della voce di Balducci e dal calore del suo vero e spesso nascosto affetto, in occasione del ventennale, ha scritto per www.stamptoscana.it un articolo, che mi consente di pubblicare anche qui.
Lo ringrazio di cuore.

      Il 25 aprile di venti anni fa, moriva Ernesto Balducci, lo scolopio di Santa Fiora che ha operato per decenni a Firenze. La sua lettura dei segni dei tempi l’ha portato a percepire la differenza tra cristianesimo e cristianità. Di quest’ultima “prima comprende i limiti e le contraddizioni con il Vangelo, poi sperimenta il suo lento esaurirsi e decadere”. Ciò nonostante, malgrado opposizioni ed incomprensioni, è rimasto testimone fedele alla sua vocazione ed alla Chiesa. Alla fine degli anni ’60 nella Chiesa muta il clima che aveva permesso al Concilio di aprire alcuni cammini di dialogo e confronto tra cristiani ed il “mondo”. Con l’inizio degli anni ’70 Balducci inizia un cammino sul quale le diffidenze da parte della gerarchia si fanno via via più forti ed estese per cui si convinse che una riforma della Chiesa – la sua speranza – era impossibile. Nel suo diario scrisse “Ritengo sommariamente chiusa la fase delle mie lotte ecclesiali” “Da allora sceglie di guardare all’umanità, di mettere l’uomo al centro della sua ricerca e testimonianza”. Questo antropocentrismo non determina in lui una riduzione della fede né una riduzione della centralità cristologica. Il suo impegno si concentra sulla rilettura globale della realtà contemporanea, all’interno di un paradigma culturale basato sullo sviluppo della cultura della pace.

A questo scopo le religioni sono chiamate al superamento della loro attuale forma storica ed al recupero del loro contenuto originario, al di là degli esiti delle culture e dei simboli che il tempo e la storia hanno determinato. In questo la riflessione di Balducci è in sintonia con il cristianesimo post-religioso di Bonhoeffer. Il rifiuto del “Dio tappabuchi”, la forte rivendicazione “dell’essere per altri”, la piena accettazione della responsabilità di questo mondo per l’adempimento dell’annuncio profetico di liberazione. La distinzione tra fede e religione, cara a Balducci, gli consente di indicare che il messaggio evangelico non coincide con la morale cattolica ufficiale, con le posizioni della Chiesa, il suo dottrinarismo e le sue leggi. La fede non è “religiosità superstiziosa” o “meschina proiezione dei nostri bisogni”. Per l’enciclica Pacem in Terris, “le istituzioni costruite nel passato devono subordinarsi alle attuali aspirazioni della Coscienza” in coerenza con “la suprema misura” che è la dignità della persona umana. Come affermava Einstein dopo Hiroshima: “o l’umanità cambia il suo modo di pensare o il suo destino è la catastrofe”. Quando si tocca una soglia che spinge la saggezza a richiedere la rottura con il passato e, quindi, con l’identità civica e culturale, base della nostra coscienza, c’è necessità di un salto di qualità verso ciò che ieri sembrava utopia. “Dobbiamo morire a noi stessi per rinascere”.
Tra la fine degli anni ’70 e la metà degli anni ’80 la situazione internazionale s’inasprisce e determina un riavvio del riarmo nucleare. In Italia si ha l’istallazione dei missili Cruise a Comiso.
Balducci, oltre all’impegno personale, avviò l’organizzazione dei convegni di Testimonianze, 1981-84 -se vuoi la pace prepara la pace-. In particolare rimproverava gli USA di voler arricchire gli arsenali nucleari per riaffermare la propria egemonia sull’intero pianeta. Condannava l’Italia che con l’accettazione dei missili a Comiso subiva “una violazione dell’articolo 11 della Costituzione ed uno svuotamento della sovranità statuale e della democrazia”. La cultura della pace, elaborata da Balducci, “da un lato si configurava come proposta di un nuovo pacifismo istituzionale e dall’altro dava luogo alla costruzione dell’idea dell’uomo planetario”. La complessità della realtà storica chiedeva un rinnovamento radicale del pacifismo e la costituzione di un soggetto politico capace d’inverare nella realtà “l’uomo planetario”. S’imponeva per Balducci un mutamento culturale assai radicale, capace di avviare una nuova condizione antropologica basata su un’adeguata visione delle interdipendenze planetarie. Rispetto al movimento evolutivo della realtà storica s’impone “un rapporto di collaborazione fra uomo ed uomo, fra civiltà e civiltà, fra cultura e cultura. La cultura della pace diventa così la modalità fondamentale di ogni cultura umana che voglia essere adeguata alla sfida storica attuale”.
A distanza di qualche decennio, per noi cittadini del 2012, si è attenuato il problema nucleare. Viviamo però in un contesto globalizzato su un pianeta che ha 7 miliardi di abitanti con “ significative” criticità rispetto alle quali la cultura “dell’uomo planetario” si presenta come la sola risorsa.

Franco Gentile

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