Stare, avere, agire e patire

Che avverrebbe se tentassimo di definire il termine «Chiesa» secondo le categorie aristoteliche?

Le ricordate? Erano dieci: sostanza (la determinazione primaria dell’essere dell’ente, ciò che costituisce il suo «esser tale»), quantità, qualità, luogo, relazione, tempo, stare, avere, agire, patire. Rappresentavano i dieci modi generali (“i generi sommi di predicazione”) dell’essere. Esemplificando, Aristotele diceva che di Socrate (una sostanza) si può dire che è basso (predicazione secondo la quantità), è bianco (qualità), sta seduto (predicazione secondo il luogo), ecc. Aristotele diceva anche che la sostanza, dal canto suo, può intendersi in più modi: come materia (cioè come il substrato materiale), come forma (la sua funzione) e come l’unione o sinolo di entrambe; ma soprattutto come forma. Così nell’occhio (sostanza) distinguiamo una materia (la cornea, il cristallino, la retina…) e la forma (la funzione della vista); ma ciò che costituisce il suo «esser tale» è la sua funzione visiva, la forma; privato di essa, non sarebbe diverso dall’occhio di una statua.

E allora, finito il ripasso, che accadrebbe se provassimo a “predicare” aristotelicamente l’ente Chiesa (sostanza)?

 Quantità. Notoriamente la Chiesa è Una, a maggior ragione dopo la svolta accentratrice impressa da Giovanni Paolo II che ha praticamente azzerato le Conferenze Episcopali nazionali. «Una», quindi, non nel senso di «unita» ma nel senso di «una-e-basta».

Qualità. In questo caso gli aggettivi si sprecano: santa, cattolica, apostolica, ecc. Ma ci sarebbe da aggiungere anche madre e matrigna, vergine e prostituta, ecc.

Luogo. Roma; ma neanche: Oltretevere.

Relazione. A forza di assumere l’atteggiamento da cittadella assediata dal relativismo, dall’ateismo, dal laicismo, dall’agnosticismo e Dio solo sa cos’altro ancora, la Chiesa si sta condannando a un dorato autoisolamento.

Tempo. Quello che pesa non sono i due millenni di storia, quanto i secoli che ci sono voluti per riconoscere Galileo e quelli che ancora ci vorranno per riconoscere definitivamente Darwin.

Stare. Preoccupa l’immobilismo intellettuale delle gerarchie ecclesiastiche e la conseguente difficoltà di elaborare visioni un po’ più dinamiche dei concetti di laicità, etica, sessualità, ecc.

Avere. Un po’ troppo, specie se si considera il subdolo meccanismo dell’otto per mille, le esenzioni fiscali, gli affari con la cricca, lo IOR e via di seguito.

Agire. Il Catechismo ci dice di una Chiesa militante, purgante, trionfante. Ma rispetto all’agire politico dovremmo parlare piuttosto di “Chiesa connivente”, rispetto all’agire sociale, di “Chiesa esitante” e rispetto all’agire finanziario di Chiesa delinquente.

Patire.  Sono in molti a patire, fuori dalle mura vaticane. E forse anche dentro.

 Fin qui una possibile lista di “predicazioni”, tra il serio e il faceto. Ma Una domanda serissima si impone: quale sia la sostanza, la determinazione primaria della Chiesa, ciò che marchi il suo «esser tale». E’ una domanda di tale profondità che il solo tentare una risposta potrebbe sembrare presuntuoso. Preferisco allora riproporre, condividendola appieno, la definizione di un mio confratello del XIV secolo, fra’ Guglielmo da Ockham «la Chiesa non è il papa o la congregazione dei chierici ma è la comunità dei fedeli che comprende chierici e laici, uomini e donne».

Geniale, per suoi tempi ed i nostri.

Pietro Urciuoli

Un pensiero su “Stare, avere, agire e patire

  • 24 Marzo 2012 in 21:58
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    Lo (e mi) confesso: l’ultima, forte, emozione che mi ha dato un Papa (prima di quella che ciascuno, spesso silenziosamente, trasmette dal letto in cui soffre e muore) fu quella che seguì alle invettive, lanciate da Giovanni Paolo II ad Agrigento, contro la mafia.
    Prima di quest’ultima, occorre tornare a quando Papa Giovanni XXIII, si affacciò una sera alla finestra del suo studio e invitò chi era in piazza a guardare la luna e a portare ai propri figli “la carezza del Papa”.
    Fortunatamente (non sarei sopravvissuto, altrimenti, per tanto tempo) innumerevoli sono state, e sono, le occasioni in cui Uomini, Donne, Vecchi e Bambini mi hanno (anche se inconsapevolmente) dato e mi danno la certezza che fra i destinatari dell’Amore di Dio c’ero, e ci sono, anche io.

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