Quel che resta di Madonna Povertà

Con questo post entra a far parte della famiglia di rete3 Pietro Urciuoli, avellinese, classe ’64, autore di Francesco d’Assisi. Giullare non trovatore (1)

Il noto medievista francese Jacques Dalarun sostiene che lo studio delle origini di un ordine religioso non può limitarsi alla storia del suo fondatore e che non si può considerare il suo punto di vista come unico parametro di riferimento. Assumere questa prospettiva appare assolutamente doveroso nel caso dell’Ordine dei Frati Minori che conobbe nei suoi primi decenni di vita uno sviluppo tumultuoso e disordinato durante il quale molti tra i suoi caratteri distintivi, come appunto la povertà, subirono sensibili modificazioni.

Dal mio punto di vista per cogliere il senso della povertà francescana occorre far riferimento a un arco temporale che va da Francesco d’Assisi a Guglielmo da Ockham.

Francesco era una persona intuitiva, diretta, concreta; non era nelle sue corde un approccio speculativo alle cose, ai problemi, alle persone. Per lui la povertà era l’atteggiamento naturale dell’uomo che liberatosi dal peccato attraverso un cammino di conversione interiore riesce finalmente a riconoscere in Dio un padre che ha cura dei suoi figli. Nulla necessita veramente all’uomo se non Dio solo; sarà Lui a nutrirlo come nutre gli uccelli del cielo, sarà Lui a vestirlo come veste i gigli dei campi.

Ma quella che per Francesco era stata la più alta delle virtù divenne il più gravoso dei problemi per i suoi frati; subito dopo la sua morte, infatti, nell’Ordine si formarono due fazioni fieramente contrapposte che elaborarono concezioni differenti in merito alla interpretazione teologica della povertà e alla sua pratica regolamentazione. In questo passaggio, per un verso, la povertà perse sicuramente quel carattere spirituale, mistico, utopistico e sognante proprio di Francesco. Per altri versi, però, guadagnò spessore e concretezza, acquistò nuovi contenuti: contenuti giuridici, filosofici, ecclesiologici, teologici, politici.

La prima interpretazione della povertà francescana risale alla bolla Quo elongati del 1230 di Gregorio IX, un’interpretazione giuridica basata sulla differenza tra il concetto di usus e quello di proprietas. Questo documento, per usare una felice espressione di Giovanni Grado Merlo, segna il passaggio da una povertà vissuta a una povertà pensata; d’ora in avanti l’attenzione dell’Ordine sarà sempre meno rivolta ai poveri e sempre più alla povertà. Ma la questione della povertà trattata nella Quo elongati si innestava su una questione ancora più importante e cioè il conflitto tra Regola e Testamento, documenti dai quali trasparivano due modi diversi se non addirittura antitetici di concepire il francescanesimo: doveva essere l’ordo clericale che voleva Gregorio IX o la fraternitas laica che voleva Francesco? Inutile dire che il pontefice risolse il conflitto a favore della prima opzione negando ogni valore giuridico al Testamento da intendersi solo come esortazione morale.

Nei decenni successivi i migliori francescani, consapevoli del valore strategico della povertà e delle sue implicazioni, continuarono e approfondirono la riflessione sul tema; basti pensare all’opera di Pier Giovanni Olivi e alla sua teorizzazione dell’usus pauper o a Bonaventura da Bagnoregio, per quanto l’opera di quest’ultimo abbia un carattere più che altro apologetico.

Al vertice di questo percorso si colloca sicuramente Guglielmo da Ockham che consolidò la teologia francescana della povertà durante gli anni che videro l’Ordine impegnato in un aspro conflitto con il papato avignonese, determinandone un impressionante allargamento di orizzonti. La visione francescana della povertà che sino a quel momento aveva rappresentato l’elemento culminante di una dialettica tutta interna all’Ordine dei Frati Minori assunse con Ockham una funzione decisiva nella definizione dei rapporti di questo con la Chiesa istituzionale. Ma non basta, giacché il Venerabilis inceptor spinse la sua riflessione sino a concepire teorie del tutto originali sulla nascita della proprietà privata, sulla differenza tra legge naturale e legge positiva, sulla libertà dell’individuo e del cristiano, sulle prerogative del pontefice rispetto all’assemblea dei fedeli, sui rapporti tra papato e impero.

Per quanto la riflessione di Ockham abbia rappresentato il momento più alto della riflessione della scuola francescana sulla povertà non mancarono nei secoli successivi ulteriori e importanti specificazioni e approfondimenti; determinante, ad esempio, è l’opera di Bernardino da Siena che sviluppa la sua analisi nel senso della equa ripartizione della ricchezza e quindi sulla funzione sociale del commercio, stigmatizzando con violenza impressionante nelle sue famose omelie il diffuso fenomeno dell’usura.

Che cosa resta ai nostri giorni di tutta questa ricchezza di temi e prospettive? Ben poco, a mio parere. Oggi la povertà è prevalentemente declinata o in senso spirituale – il fiducioso abbandono a sorella Provvidenza – o in senso etico – l’impegno a condurre uno stile di vita sobrio e distaccato. Della povertà francescana intesa come autocoscienza laica di un Ordine coattivamente clericalizzato dalle gerarchie ecclesiastiche, come chiave ermeneutica del rapporto dialettico tra potere civile e potere religioso o come possibile modello alternativo agli squilibri economici e sociali sembrano essersi perse le tracce; temi dibattuti tra una ristretta cerchia di accademici in seminari e conferenze ma che non permeano più la riflessione e la prassi quotidiana dei singoli francescani e delle singole fraternità locali del primo, secondo o terzo Ordine. Un vero peccato.

(1) Una ricca sintesi delle riflessioni dell’autore su Francesco d’Assisi a questo link

 

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.