Perché l’economia è anche etica

(Posto il mio intervento all’assemblea studentesca di stamattina del Liceo Duni di Matera, che ha avuto come ospite l’economista Nino D’Agostino).

“Sì, ho trovato una pecca nel modello che consideravo la struttura di funzionamento cruciale che definisce come va il mondo”. Con queste parole Alan Greenspan, ex presidente della banca centrale americana, spiegava ad una commissione del parlamento l’esplosione della peggiore crisi economica degli ultimi ottant’anni, della quale era tra i principali responsabili.

“Una pecca”, un’ imperfezione nei modelli. Sembra sconvolgente che si possa descrivere una catastrofe di enorme portata con un termine così asettico, così scarsamente emotivo, eppure in quella parola c’è tutto il problema. Quella parola ci fa capire che siamo stati vittima di una truffa colossale: ci avevano raccontato che l’economia non era che una sezione un po’ particolare della matematica, che con un pugno di formule quasi magiche si poteva ottenere qualunque cosa.

La crisi finanziaria del 2007 ha posto fine ad un’amnesia collettiva, affiancando nuovamente due termini, “economia” ed “etica”, che non eravamo più abituati a leggere insieme. Ci siamo resi conto che parlare di soldi significa anche parlare di giustizia, di uguaglianza, di democrazia. Milioni, miliardi di persone comuni, che niente sapevano dei CDO, dei CDS o dello spread si sono ritrovate a pagare le conseguenze della follia di pochi incoscienti, che nella maggior parte dei casi si sono salvati aprendo paracadute dorati un attimo prima che fosse troppo tardi.

Ma davvero la crisi ci ha cambiato la vita? In fondo, come ha detto qualcuno, i ristoranti continuano ad essere pieni, i biglietti aerei prenotati. Nessuno di noi è finito in mezzo ad una strada. Possibile, allora, che il disastro esista solo negli occhi di chi lo vuole vedere?

In casi del genere è meglio dare la parola ai numeri. Dall’inizio della crisi nel mondo ci sono 35 milioni in più di disoccupati e almeno 40 di lavoratori a rischio. Solo in Italia, diverse decine di imprenditori si sono tolti la vita, in molti casi per la vergogna di non riuscire più a pagare i propri dipendenti;  i suicidi per motivi economici sono stati 198 soltanto nel 2009. Nonostante questo, le principali vittime non siamo stati noi, abitanti dei Paesi più ricchi della Terra. Mentre qui lo scoppio della bolla immobiliare statunitense metteva in grave difficoltà l’economia,  i Paesi in via di sviluppo subivano gli effetti della speculazione finanziaria sui costi dei generi alimentari di prima necessità: in un solo anno il numero delle persone affette da malnutrizione è salito di cento milioni. A questo, visto che oramai quasi tutte le economie del mondo sono fortemente interconnesse, si sono sommati i contraccolpi della nostra crisi: 750 miliardi di dollari persi, il che vuol dire che nei prossimi cinque anni moriranno tra il milione e mezzo e i 3 milioni di bambini a causa della “pecca” di Alan Greenspan.

Tutto questo avveniva una manciata di mesi fa, e dopo poco tempo già ci troviamo immersi in una nuova crisi, diversa dalla prima ma collegata: quella del debito pubblico. Il motivo per cui il capo del governo è diventato improvvisamente un distinto signore con gli occhiali ed un umorismo molto inglese è che abbiamo corso il serio rischio di finire come in Grecia, dove cittadini comuni scendono in piazza a tirare sassi in direzione del parlamento perché sono stati licenziati, si sono visti dimezzare gli stipendi o negare la pensione. Ancora una volta, è una questione di etica: è giusto che chi presta dei soldi ad uno Stato sottragga ai cittadini di quel Paese la possibilità di decidere democraticamente che ne sarà del loro futuro? Dal governo dei tecnici ai veti della Germania, ci stiamo abituando a considerare la democrazia come un contrattempo, un elemento che apporta solo confusione, al massimo un lusso da tempi d’oro . Ma siamo davvero sicuri che mettere le nostre vite in mano ad un pugno di politici europei di cui a stento ricordiamo i nomi potrà essere, a lungo andare, la scelta vincente? E’ possibile che il modo migliore di difendere i nostri interessi sia far sì che altri decidano arbitrariamente quali dovrebbero essere, quegli interessi?

Non dobbiamo avere l’ingenuità di rispondere stamattina a tutti questi interrogativi, la cui complessità troppo spesso ci sovrasta. Quello che, forse, faremmo bene a fare è capire che stiamo parlando di noi, uomini e donne di domani, del mondo che ci ritroveremo senza averlo meritato. Se non sapremo costruire un ponte tra economia ed etica, tra giustizia e profitto, tra egoismo e sostenibilità, saremo condannati a vivere scenari ancora peggiori. La scelta da fare è molto semplice: possiamo scegliere di provare a capire cosa sta accadendo tutto intorno a noi, di affrontare termini difficili e discorsi complicati per fare in modo che il nostro avvenire sia il migliore possibile, oppure possiamo rassegnarci ed imparare le stesse cose a nostre spese, quando probabilmente sarà troppo tardi.

A ben vedere, è una scelta obbligata.

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