Bocca, la Lega e i Meridionali

“Parce sepulto” ci intimava la prof. di greco del ginnasio. “Rispetto e pietà per i morti”.
Ho spesso disatteso al precetto. Credo che l’onestà e la franchezza dovuta al giudizio sui vivi sia ancora più doverosa nel caso dei morti. In nome della pietà ho spesso ascoltato menzogne omertose e disillusi silenzi. E non ho mai potuto approvarli.
Di Giorgio Bocca sono state scritte cose belle e toccanti in questi giorni. E’ stato ricordato l’uomo franco e rude, il narratore spiazzante, il capo partigiano che ha preferito continuare la milizia da giornalista piuttosto che da più comodi scanni.
Non ho letto da nessuna parte, però, un ricordo della sua inquietante infatuazione per la Lega Nord, nei primi anni ’90. Un’infatuazione per Bossi e il bossismo (come quella giovanile per il fascismo e quella adulta per il craxismo) che mi parve ingiustificabile, assurda. Negli anni in cui le energie migliori del Paese si mobilitavano per riscattarlo dall’oppressione mafiosa e invocavano un nuovo impegno unitario, l’atteggiamento del vecchio capo partigiano mi sembrò una “diserzione”, un’intollerabile sbandata . In quell’atteggiamento ho poi letto, con più serenità, la conseguenza di un disgusto acre per il bizantinismo corrotto dei palazzi romani e la disillusione stizzosa per l’incapacità dei partiti della I Repubblica di rinnovare se stessi, recuperando i valori di riferimento. Ma anche anche lo strisciante effetto di un certo antimeridionalismo viscerale, da positivista ottocentesco, lombrosiano – alla Brera, verrebbe da dire – le cui ragioni un meridionale come me può arrivare persino a giustificare e in parte a condividere, ma non è disposto a consentire in maniera tranchant a chi sia nato in terre più fortunate e lontane.
Ognuna di quelle infatuazioni di Bocca  affonda le sue motivazioni in un’ansia di rinnovamento e di pulizia, nell’odio per ciò che si sentiva incancrenito ed irriformabile. Da uomo onesto, Bocca ha saputo quasi sempre ricredersi e voltare pagina. Ai Meridionali ha spesso teso la mano, ma da vecchio piemontese se ne è spesso ritratto disgustato. E’ indelicato farne memoria?
Ricordare le note stonate di un grand’uomo,credo, non solo non toglie rispetto,  ma può aggiungere qualcosa alla sua umanità.

2 pensieri riguardo “Bocca, la Lega e i Meridionali

  • 20 Marzo 2012 in 21:11
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    Commento su: “Bocca, la Lega e i Meridionali”

    Egregio Direttore di “rete3.net”,

    soltanto ora mi è capitato di leggere sul Suo giornale l’articolo scritto il 28 dicembre 2011 su Giorgio Bocca, dopo solo tre giorni dalla sua morte.
    Lo scrittore ha espresso il suo pensiero contestando, giustamente, gli apprezzamenti, gli elogi e gli incensamenti che tante persone importanti hanno avuto nei confronti del defunto Bocca.
    Ho sempre ritenuto oltremodo ipocrita chi parlando di un defunto lo soprannomina “la buonanima”, qualunque cosa egli avesse fatto in vita di bene o di male. Condivido pertanto la critica che l’autore dell’articolo ha palesato nell’esprimere un giudizio “obiettivo” su Giorgio Bocca anche se avvenuto dopo la sua morta.
    Di certo non si può dire che Giorgio Bocca non sia stato un “protagonista” sul palcoscenico della storia italiana di quasi un secolo. Il suo “trasformismo”, nella sua movimentata e lunga vita, l’ha portato a vari cambiamenti ideologici e politici, anche in forte contrapposizione tra di loro.
    Quando nel passato qualche giornalista ha informato che Bocca a venti anni era un fervido attivista fascista, per poi diventare partigiano, socialista, comunista e persino simpatizzante della Lega, alcuni hanno risposto sostenendo che all’epoca la stragrande maggioranza dei giovani simpatizzavano per Mussolini, o comunque erano tesserati fascisti. Ma un conto era essere iscritto e far parte di quel movimento, vuoi per la novità, vuoi per una forma di goliardia e quasi di avventura ed un conto era quello di essere un esponente attivo del fascismo, tanto da collaborare nella stesura del “Documento della razza” e nel 1938 il suo nome comparve accanto ai firmatari delle leggi razziali fasciste. Inoltre da giornalista fascista pubblicò nel 1942 un articolo sul giornale “La Provincia Granda” nel quale imputa il disastro della guerra alla “congiura ebraica” scrivendo tra l’altro <>
    Appena ventitreenne e già segretario della Guf (Gioventù Universitaria Fascista) di Cuneo, l’8 gennaio 1943, scrivendo un articolo sul precitato giornale con il titolo “la sberla… e la bestia” si vantò di aver schiaffeggiato e denunciato alla polizia fascista, il 5/1/1943, un anziano signore che viaggiava sullo stesso treno perché si era permesso di dire ad alcuni reduci dal fronte russo che la guerra era ormai perduta.
    Ed ancora: nel 1971 fu uno dei firmatari del documento pubblicato su l’Espresso nel quale il Commissario Calabresi veniva definito “commissario torturatore” e “responsabile della fine di Pinelli”. E nel 1975 sostenne che l’esistenza delle Brigate Rosse fosse in realtà una favola raccontata agli italiani dagli inquirenti e dai servizi segreti.
    Chissà quanti ammiratori di questo “idolo” resteranno delusi ! Questa è la vita.
    Martino Pirone
    Arcisate, 16 marzo 2012

  • 31 Dicembre 2011 in 1:01
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    I miei Genitori erano nati da Famiglie di contadini, della Bassa Veronese.
    Era il 1938, quando nel viaggio di Nozze, prima che alla loro meta (Roma), sostarono a Firenze dove uno Zio di mio Padre era morto due anni prima; la Zia era rimasta sola.
    Nella Portineria dello stabilimento in cui lei viveva, c’era posto anche per loro e la prospettiva di “entrare a lavorare” nello stesso posto che era stato dello Zio, convinse gli allora giovani Sposi (25 anni lui e 22 anni lei) che il loro desiderio di lasciare la campagna avrebbe potuto concretizzarsi proprio in quella prima città che avevano visto (posso provare ad immaginare i loro occhi), ancor prima di Roma.
    Non ci fu, certo, bisogno di grandi cambiamenti in quella Portineria, da lì a poco tempo, per potervi sistemare (assieme ai “ragazzi”) ciò che avrebbero portato con sé in una valigia di cartone ed un paio di fagotti: al massimo due reti da letto, da sistemare una accanto all’altra, in una stanza che le conteneva appena.
    Mio Padre, che aveva perso la Mamma quando aveva 10 anni, aveva appena iniziato a rivolgersi alla Zia Olga (maggiore di lui di 17 anni) con il termine di “Mammina”, quando la Guerra piombò su quella speranza di nuova Famiglia e, così, colei che io avrei chiamato “Nonna” rimase nuovamente sola.
    Lino ed Agnese furono richiamati: lui alle armi e lei dagli affetti dei propri Genitori, Fratelli e Sorelle, in un paesino della campagna veneta.
    Ma la terribile guerra, fortunatamente, non spazzò via i progetti di ricostruire quella “famiglia”, che, anzi, crebbe.
    Stando al Foglio matricolare di mio Padre, lui rientrò da due anni di prigionia in Germania, esattamente nove mesi prima di quel “46H04” che, anni dopo, un algoritmo che accompagnò la Riforma tributaria dei primi anni ’70 dello scorso secolo avrebbe scritto nel mio Codice fiscale.
    Ricordo tutto questo, quasi a voler sottolineare il fatto che ho nelle vene, certamente, ancora tracce di sangue formatosi fra l’Adige ed il Po, pur diluito da oltre un sessantennio passato in riva all’Arno.
    Pasquale, al contrario, può vantare (per le sue origini) anche la legittimazione ad avvertire altre ragioni “specifiche” del vulnus che porterebbe alla biografia di Giorgio Bocca chi oggi tacesse (vie da pensare, per “pudore”) le passate simpatie de “il Provinciale” per l’allora nascente Lega Nord.
    Se avessi tempo, andrei a ricercarmi i suoi scritti degli anni ’80.
    Sarei pronto a scommettere che non vi potrei trovare niente che mi potrebbe indurre a pensare che se la sua penna avesse resistito, indomita, ancora qualche settimana, oggi avrebbe tessuto l’elogio di quell’ex Ministro delle Riforme (!) il cui vilipendio al Capo dello Stato potrebbe essergli imputato “a mero scopo pedagogico”, e non già perché Napolitano, assieme a qualche decina di milioni di Italiani, pensasse veramente di sentirsi offeso da chi gli si rivolge con un “terùn!”.
    Forse –lo dico con il beneficio dell’inventario (che lo Storico potrebbe, o potrà, offrire)- la Lega suscitava, allora, in chi ne avvertiva il fascino, sentimenti che non avrebbero dato né per scontato il percorso successivo, né quel suo sempre più piazzaiolo ruolo di “lotta” che l’avrebbe caratterizzata quando si è pensato che esso potesse convivere con il suo cibarsi di “governo” e con la sua fame di Banche.
    Ma, qui, capisco che le sensibilità sono diverse e che niente può, né deve, impedire a chi si cimenta nello stendere “coccodrilli” di far velo sull’una o sull’altra “simpatia” che Giorgio Bocca si è trovato, con convinzione, nel tempo, ad esprimere.
    Sarebbe come se io (non fumatore) mi sentissi di dover prendere le distanze dalla mai sopita passione che mio Padre aveva per le sigarette. Mi piace, semmai, ricordare che le ha sempre fumate come (credo) abbia “gustato” quelle che si era trovato ad estrarre e ad accendere dal primo pacchetto che lui, povero, aveva potuto acquistare da giovane.
    Per ogni pacchetto di sigarette, gli serviva quasi una intera scatolina di cerini; accendeva la sigaretta, ne tirava due, o tre, boccate e poi la spegneva fra le dita prima di riporre nella tasca il mozzicone, pronto a riavvertire dopo un po’ di tempo di nuovo la soddisfazione di riaccendersi quel che ne era rimasto.
    Quasi a perpetuare il gusto di accendersi un’altra sigaretta, anche se, al pari del vestito della Mamma di Lucio Dalla, essa diventava “ogni (volta) più corta”.

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