FISCHI di amicizia, nella notte

Ho fatto passare qualche giorno.
Non pensavo, comunque, che avrei scelto questi momenti per fermare qualcuna almeno delle persistenti emozioni vissute nell’intensa partecipazione, qualche sera fa, al corteo che a Viareggio ha celebrato il secondo anniversario di quella terribile strage.
E, invece, ho tolto l’audio alle immagini che la TV trasmette da Siena e provo a sintonizzarmi su un lutto terribilmente più complesso di quello, pur rispettabile, che stanno vivendo i Contradaioli della Chiocciola, dopo la morte del Cavallo che la tratta aveva loro assegnato per il Palio di stasera.
In Piazza del Campo (anche se, ufficialmente, non lo si dice), il rischio è sempre un convitato.
E’ ben appostato, quasi rimpiattato, sotto le protezioni poste attorno ad ogni capitello, è ben disteso lungo il bordo esterno di tutta la curva di San Martino, è (beffando ogni norma di sicurezza) disseminato nei numerosissimi piccoli spazi che separano appena le une dalle altre le oltre 30.000 persone che, senza possibilità di fuga, sono accalcate in Piazza per ore ed ore.
Ogni tanto, come ieri, balza fuori, brandisce la falce e miete (normalmente fra chi corre a quattro zampe, stordito dal frastuono di una Piazza).
Qualcuno, magari un intero Popolo, piange (come ora quello della Contrada della Chiocciola).
Poi, possibilmente in fretta, il lutto viene elaborato e la Cultura offre percorsi connotati da un discreto fascino: “il Palio è una metafora della vita” ed anche la morte ne è un momento, non può esserne esclusa.
Ma quella sera del 29 giugno 2009, chi stava percorrendo un strada per tornare a casa in motorino, chi dormiva con accanto il bambolotto preferito, chi ancora si attardava a parlare cercando refrigerio in quei minuti verso la mezzanotte, forse ha appena sentito un forte rumore di ferraglie prima di scorgere, inattese (e, certamente, immeritate) alcune immagini che non potevano se non evocare il terrore dell’Inferno.
L’altra sera, era qualche familiare, o amico, delle 32 vittime apriva il corteo.
Ciascuno indossava una maglietta bianca, con la scritta: “VIAREGGIO NON DIMENTICA”; ma non sempre la si leggeva, perché ciascuno portava davanti a sé una grande foto di una persona sorridente, l’indicazione di un nome e una data (29 giugno 2009), uguale per tutti.
La cosa che più si sentiva era il silenzio, anche se i volti, dignitosi e talvolta dolenti, esprimevano molto altro ancora.
Era la pretesa di Giustizia.
Veniva declinata in modi diversi: dalla richiesta di dimissioni dell’Amministratore delegato delle Ferrovie, all’urgenza di dare risposte al bisogno di sicurezza.
“FERROVIERI PER LA SICUREZZA” era uno striscione dietro al quale sfilavano non più di una decina di uomini, quasi tutti in abiti borghesi ed in età da pensione. Degli anni del loro servizio attivo ostentavano solo la fierezza, appena sottolineata dai berretti che, con un numero variabile di greche argentate, portavano sui loro capi.
Una testimonianza fra le più solidali e dolenti, quasi a voler ricordare anche il dramma di quel collega che, due anni fa, conduceva quel treno maledetto e per primo ebbe la consapevolezza, buttandosi giù dal locomotore, di ciò che sarebbe accaduto da lì a pochi istanti e la terribile percezione della propria impotenza di fronte all’irreparabile.
Vien da pensare che lui stesso non abbia più potuto vivere come prima di quel suo passaggio dalla Stazione di Viareggio alle 22.38 di quella notte, in perfetto orario.
Forse, qualcuno dei Ferrovieri che partendo (o solo transitando) da quella stessa Stazione l’altra sera, mentre migliaia di persone tacevano, ricordavano, applaudivano e piangevano, ha azionato a distesa il fischio del treno che stava conducendo, pensava anche a lui ed alla sua pena.
La Solidarietà ha mille modi per esprimersi, anche mentre uno sta facendo bene il suo lavoro.
Quei fischi nella notte erano altrettante braccia tese, a testimoniare un’amicizia tra i treni e le città (grandi e piccole che siano) segnata solo da una rassicurante “linea gialla”, tratteggiata sui marciapiedi delle Stazioni.

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