Liberi e basta?

Nonostante tagli e diserbanti,  la scuola pubblica è ancora capace di far sbocciare qualche fiore. Franco Palazzi frequenta la II D del Liceo Classico “E. Duni” di Matera.  E’ il suo primo post su rete3:

“Pur essendo liberi non sono liberi in tutto: sta sovrana sopra di loro la legge, che essi temono molto più di quanto i tuoi temano te”. Questo dice il greco Demarato al persiano Serse nelle Storie di Erodoto, riferendosi ai propri compatrioti. La legge veniva vista dai greci come qualcosa di sacro, con cui interloquire quasi come con un dio.

La Costituzione è la legge fondamentale di uno Stato moderno, e l’assemblea di oggi sarà dedicata alla nostra. La Costituzione italiana è un documento attuale, di grande valore. E’, in breve, qualcosa che forse non meritiamo.

Essa oggi continua a parlarci, in modo non meno incalzante e tragico delle leggi che si rivolgevano a Socrate nel Critone (1). Ci parla di libertà, la libertà attiva dei cittadini che possiedono dei diritti e si impegnano a difenderli, non quella passiva dei servi, eternamente in balia degli umori di qualche padrone capriccioso (2).

Quel testo ha rappresentato un lampo folgorante nella storia di un Paese in cui fino a quel momento di legge ne esisteva una sola: “la voce del più forte”, come la definì Gaetano Salvemini (3).

La Costituzione non solo restituì giuridicamente la dignità di essere umani a milioni di persone che in un’Italia feudale prima e fascista poi se l’erano vista negare, ma tracciò, come aveva capito Calamandrei, le linee di un vero e proprio programma politico.

Basta leggerne alcuni articoli per accorgersi che la nostra carta costituzionale non si riduceva a mero catalogo dell’esistente, a puro inventario della realtà. Pensiamo ad esempio alla seconda parte dell’articolo 3: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Non è casuale, l’uso del verbo “rimuovere” (4): significa che quegli ostacoli c’erano e, a ben vedere, continuano ad esserci. E ancora, l’articolo successivo, il numero 4, “riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro”, il 33 sancisce che “Enti privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”, il 32 recita “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”. E’ per questo che è importante conoscere il documento che è il presupposto del nostro Stato: per accorgerci di quanti spunti in esso contenuti debbano essere ancora realizzati e per difendere quelli che sono ritenuti intoccabili.

La Costituzione è patrimonio di tutti, cittadini e non, e che nessuno pensi di poterla usare come proprio strumento, o di venire esentato dalle norme fondamentali che essa contiene: “Le leggi – ci insegna Diderot – sono vane se non comandano ugualmente a tutti; sono vane se vi è un solo membro della società che possa violarle impunemente”.
La legge, sta scritto nelle aule dei nostri tribunali, è uguale per tutti, quasi a ricordaci che per lungo tempo è stata un po’ più uguale per qualcuno e un po’ meno per qualche altro. Ormai sembra una formula vuota, quasi uno slogan, ma cosa succederebbe se domani quella frase venisse cinicamente sostituita dal motto nietzschiano “Non ci sono fatti, solo interpretazioni”? (5)

I diritti fondamentali di ogni uomo esistono indipendentemente dalle norme, ma se non vengono riconosciuti e tutelati dalla legge, rischiano di essere calpestati come foglie (6).

Ecco allora che ancora oggi, a più di sessant’anni di distanza, quel testo resta più che mai attuale, non solo come qualcosa da preservare o da continuare a realizzare, ma anche come uno dei pochi punti di riferimento per noi in un presente difficile e sempre più incerto. “Quando sento la parola cultura, impugno la mia pistola” diceva il gerarca nazista Goebbles (7). Quello che noi dovremmo dire è che, quando sentiamo le pistole, imbracciamo la nostra cultura, e quella carta costituzionale che ne è alla base, scritta col sangue di migliaia di uomini che per il nostro Paese hanno dato la vita.

E’ importante ricordarlo soprattutto in tempi bui come questi, in cui molti credono che celebrare, domani, i centocinquanta anni dell’unità d’Italia, sia una perdita di tempo o, peggio, il festeggiamento di una sconfitta. I padri costituenti, i partigiani, così come i pensatori e i politici unitaristi un secolo prima, erano settentrionali e meridionali, venivano dal centro, dal Nord e dal Sud. Credevano che valesse la pena vivere – e morire – per un’ Italia unita, e hanno dato, nelle straordinarie parole scritte da Carlo Rosselli poco prima di venire ucciso dai fascisti “[un esempio] puro, perfetto, incontaminato, [che] servirà a dimostrare che c’è stato qualcuno che ha saputo seguire, malgrado tutto, una linea di moralità, di intransigenza assoluta” (8).

Probabilmente, se ci fermassimo un attimo, troveremmo i resti di questa idea sotto le suole delle nostre scarpe.

Abbiamo il dovere – non il diritto, ma il dovere civico – di conoscere e difendere la Costituzione: magari adottandone un articolo (…), magari in altre forme, essendo solidali, riconoscendo quei diritti che quel documento garantisce a noi, anche ai diversi, agli stranieri, a chi è più debole e che, nel tentativo spesso vano di scavalcare quegli ostacoli che non ci preoccupiamo più di rimuovere, a volte inciampa e non ha più la forza di rialzarsi.

“Tra gli italiani – profetizzava Montanelli (9) – la solidarietà non esiste, esiste la complicità”. Sarebbe bello, un giorno, dirgli che si era sbagliato.

Franco Palazzi, II D, Liceo classico statale “E. Duni”, Matera

 

1)Platone, “Critone”, traduzione, introduzione e commento di Giovanni Reale, Editrice La Scuola, 2009 (prima edizione 1961), pp. 61 – 72;
2)Si veda Maurizio Viroli, “La libertà dei servi”, Anticorpi Laterza, 2010;
3)Citato in Roberto Scarpinato, “Don Rodrigo e la Costituzione”, Micromega 5/10, p. 88;
4)Devo anche questa riflessione ad uno dei celebri interventi di Piero Calamandrei;
5)Qui mi sono servito dell’appunto ironico (ma non solo) che Maurizio Ferraris ha fatto nel suo “Documentalità – Perché è necessario lasciar tracce”, Laterza, 2009, p. 79;
6)Zygmunt Bauman, “Amore Liquido”, Laterza, 2004, p. 175 (Bauman a sua volta si rifà a Edmund Burke, “Reflections on the Revolution in France” (1790) ed a Hannah Arendt, “The Origins of Totalitarism” (1951), Andre Deutsch, London 1986, pp. 300, 293 );
7)Citato in Slavoj Zizek, “In difesa delle cause perse”, Ponte Alle Grazie, 2009, p. 574;
8)In “La libertà dei servi”, cit. , pp. 121 – 122 (La fonte utilizzata da Viroli è “I Rosselli. Epistolario familiare 1914 – 1937, a cura di Zeffiro Ciuffoletti, Mondadori, 1997, p. 332);
9)Indro Montanelli, “I conti con me stesso – diari 1957 – 1978”, a cura di Sergio Romano, Rizzoli, 2009, p. 30.

Un pensiero riguardo “Liberi e basta?

  • 3 Aprile 2011 in 15:03
    Permalink

    Carissimo Franco,
    ho frequentato, nella mia città, una “Seconda D” 48 anni prima di te e questo mi autorizza a confidare che tu possa levarti la soddisfazione di dire a Montanelli che aveva sbagliato, circa mezzo secolo dopo di quando mi sarà dato di abbassare lo sguardo, incrociando il suo.
    Temo, anche se mi costa, di dover iniziare a pensare che la mia generazione debba portare l’onta di aver fatto partire i giovani di oggi, senza nemmeno l’abbrivio della serenità che i nostri Padri potevano vantare quando (lo si leggeva nei loro occhi) erano certi che noi avremmo vissuto in un mondo migliore di quello che loro avevano attraversato.
    Forza, Franco.
    Forza, ragazzi!

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