Una “camera” minuscola

Un tempo, di camere, nelle case della povera gente, ce n’era una sola. E se per un figlio non c’era spazio per un lettino (fosse pure estraibile) da piazzare in salotto, Babbo e Mamma dividevano con lui il loro spazio, sottraendolo alla propria intimità.
Più ancora della cucina, “la” camera sarebbe diventata il luogo per eccellenza della gioia di stare assieme, il posto in cui, rilassati, ci si poteva raccontare i fatti della giornata, consigliarsi, abbandonarsi agli affetti e al meritato riposo.
E se un giorno quel Figlio fosse arrivato all’Università, e magari avesse frequentato Giurisprudenza, avrebbe certo vissuto con emozione, e se ne sarebbe ricordato sempre, la sua prima visita in Parlamento, guidata da un Docente di Diritto.

Da qualche giorno, però, quella Camera (di solito la si scrive con la maiuscola), pur essendo deputata a rappresentare il luogo simbolo in cui i rappresentanti del popolo si parlano, si confrontano e decidono il da farsi, non appare nemmeno degna di apparire, nelle case degli italiani, “in fascia protetta”.
E non certo perchè urterebbe il “comune senso del pudore”.
E’ per lo SCANDALO che i Piccoli ne ricaverebbero.
Come spiegare ad un bambino che appena si sta aprendo all’amore per la Patria e la Bandiera, che proprio nella “Camera” in cui la bandiera dovrebbe sentirsi più “di casa”, siedono persone che,

– vorrebbero “buttarla nel cesso” – propugnano i respingimenti in mare e vorrebbero “foeura di bal”chi chiede aiuto stremato
– si infuriano se una Deputata (senza l’uso delle mani) chiede al proprio assistente di unirsi, in suo nome, a un applauso.

Tempi brutti, davvero.
Brutti come “330”di quelli che, stipendiati, siedono in una Camera che deve ormai – e sudando – riguadagnarsi il diritto alla maiuscola.

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