COME ripudiare la guerra

Abbiamo tutti trepidato per le piazze del Cairo e di Tunisi. Abbiamo sofferto fin nelle viscere quando i manifestanti venivano picchiati, assassinati a colpi di spada da cammellieri prezzolati o travolti ed uccisi da camionette di regime impazzite. Abbiamo contato i giorni che passavano  e le piaghe di popoli sfiniti che invocavano giustizia, dignità e  speranza, possibilità di decidere da sè, in democrazia, del proprio futuro. Abbiamo sperato che l’Occidente democratico alzasse la voce per davvero, fuori dalla retorica. E si decidesse a spezzare i cordoni che lo legavano a dittatori corrotti, gendarmi di una  pax del petrolio che impediva ogni voce molesta.
A Tunisi la polizia ha fraternizzato coi manifestanti. Al Cairo, il milione di piazza Tarhir, dopo una iniziale neutralità – anzi dopo un pilatesco consenso alla violenza – ha trovato una sponda nell’esercito nazionale, ma anche la voce grossa di Obama a dettare il tempo scaduto della fine di Mubarak.
I giovani manifestanti di Bengasi, di Misurata e  di Al Zawiya  non hanno avuto la stessa fortuna. Per almeno una settimana non c’è stata nemmeno una telecamera a raccontarne la protesta, i pianti e la rabbia. E a documentare la brutalità della repressione. Si è persino dubitato che esistesse e si è agitato per loro lo spettro fondamentalista. Lo ha fatto Gheddafi, lo hanno fatto, all’unisono con lui, La Russa, Frattini, Berlusconi e Bossi. Si è agitato anche il fantasma di un’onda barbarica di profughi pronta a sommergere l’Europa. Che si facessero ammazzare a casa propria, che morissero di stenti, o di sete, ma lontano dagli occhi, nella sabbia del confine tunisino, lontano dalle telecamere e da  giornalisti comunisti.
Quando poi la rivolta è sembrata dilagare e vincere facile, ecco tutti a saltare sul tram della democrazia e della libertà. Proprio tutti, dagli utenti di Facebook, ai ministri del Bunga Bunga. Via Gheddafi e la sua corte dei miracoli, via le sue armi assassine: poco importa se quella corte era stata accolta a braccia aperta e inondata di armi fatte in casa. Poi, inatteso, ecco il buffone di Tripoli riprendere fiato, riemergere dalle canzonette rap in cui era stato sepolto troppo  alla svelta, aggrapparsi con le unghie a un esercito non ancora dissolto e a fedeli legati a filo doppio al suo fanatismo e al suo portafogli. E in un colpo di coda inatteso,  rialzare la cresta, riprendere il sopravvento, riordinare avanzate e massacri nel tentativo di schiacciare col terrore i “ratti”, i “cani”, gli “animali,  i nemici cui sottrarre umanità e con essa la dignità e i diritto alla vita . Quarantott’ore ancora, diceva, e Bengasi sarebbe caduta, e i “ratti” schiacciati. Francesi, Italiani e Occidentali, avrebbero pagato l’affronto.
A Misurata, ad al Zawiya, nei sobborghi di Bengasi si ricominciava a morire. Stavolta in Televisione, sotto gli occhi delle telecamere di mezzo mondo.

Il ricco e timoroso Occidente intanto faceva i conti, più che con la Libia, con i propri fantasmi. Con la paure di vedere minacciati i propri interessi e insieme con la necessità di non urtare la sensibilità dei governi e dell’opinione pubblica araba. Con il grido di dolore dei rivoltosi e la paura di imbarcarsi in un nuovo Iraq e un nuovo Afghanistan, stavolta alle porte di casa.

Sui puttanieri voltagabbana non val la pena di spendere parole. E nemmmeno su La Russa, o su Bossi: l’uno ansioso di rimettersi la mimetica, l’altro ragioniere meschino di affari e di vite che non gli interssano. Africani, neri, mussulmani: i Libici valgono per Bossi solo nella misura in cui riescono a tenere a bada, non importa come, degli africani più neri e mussulmani di loro.

Parliamo invece della sinistra. Parliamo di noi. Siamo tutti pacifisti. Odiamo la guerra. La riteniamo, e giustamente, un odioso residuo di bestialità. Che si sa dove incomincia, si sa che che fa morire  indifferentemente i buoni e i cattivi,  e quasi mai risolve, lasciando strascichi d’odio e di rancore e vittime innocenti, e ferite impossibili da rimarginare.
Noi di sinistra odiamo la guerra. Ma odiamo anche gli indifferenti. Persino a Sanremo ce lo hanno ricordato. E amiamo la lotta per la democrazia, il grido dell’oppresso, l’impegno di chi si batte per la giustizia e aborre i tiranni. Amiamo Gandhi e auspichiamo la non violenza. Ma siamo cresciuti al culto di Pisacane, di Mazzini e  dei mazziniani, di Garibaldi e di Che Guevara. (E qualcuno anche dei marinai della Potiomkin, di Lenin, di Mao e di Ho Chi Min). E abbiamo studiato (e ricordato in questi giorni) che le armi (sì, le armi) e il sacrificio ed il sangue e la morte di tanti giovani generosi con la camicia rossa o anche dei partigiani che cantavano “Bella Ciao” non avrebbero potuto liberare nessuno senza l’aiuto decisivo, anche militare, di qualche alleato lontano (e spesso interessato). Gli Inglesi per Garibaldi ed i Mille. La Francia, a S. Martino e Solferino. La Germania, per liberare Venezia. La Triplice e gli Alleati nelle due guerre mondiali. Allora, forse, alla vita non si dava ancora il giusto valore che ha oggi. E Gandhi non era nato ancora. Ma se abitassimo oggi a Bengasi o a Misurata, che faremmo? Piegheremmo la testa al tiranno o ci batteremo per la dignità, la libertà e la giustizia? E invocheremmo l’aiuto dal mare o aspetteremmo di essere uccisi e incarcerati dagli sgherri di un dittatore pagliaccio?

Si può ripudiare la guerra solo se si sono messi in campo tutti gli strumenti per evitarla, ben prima che scoppi.

Con Gheddafi l’Italia non si è limitata a fare affari e a comprare petrolio (il petrolio si compra da chiunque:  meglio di Gheddafi non son certo i despoti del Bahrein o dell’Arabia, o il “democratico” Chavez o Putin o il dittatore Kazhaco) Gli si è venduto un bel mucchio di armi (gliele avrebbero venduto altri, al posto nostro, e il lavoro è lavoro, gli affari, affari). Lo si è adulato fino a lucidargli le scarpe (ma non si lesinano pacche neppure ai Cinesi e agli sceicchi, se è utile).
Il problema è che gli si è consentito per anni di schiacciare ogni diritto umano – dei libici come degli immigrati – senza battere ciglio, tutt’altro: anzi, compiacendosene in segreto se serviva a stabilizzare il paese e a blindare le frontiere. E si è voluto aspettare il bagno di sangue prima di assumere una posizione che fosse (quasi) comune e credibile. E comunque ognuno per sè, in una gara continua di visibilità e di propaganda ad uso tutt’interno.   L’Europa politica è purtroppo un feto minuscolo, che rischia l’aborto spontaneo ad ogni crisi internazionale.
Ripudiare la guerra si può, allora, davvero, solo se si costruiscono istituzioni internazionali forti, condivise, democratiche ed eticamente credibili, non dominate da interessi di parte. Se per decidere sull’energia e sul clima e sulla fame e la salute non c’è bisogno di aspettare catastrofi.
Se non si dà modo ai tiranni di guadagnare, indisturbati, spazi di impunità.
Ripudiare la guerra si può solamente in tal modo. Altrimenti, esporre la bandiera della pace su Facebook non laverà le coscienze di nessuno.

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