Le scuole, i ragazzi, il territorio.

Il folklore, certo. Il presepe fuori stagione con Erode, le guardie e il magistrato “tenda e sacco a pelo”. L’ultras che, davanti al cancello chiuso, come il cane di Pavlov, non sa trattenersi e lo scavalca; la folla inferocita…

L’indomani è il tempo della conta: di chi, come Giuliana, per troppa civiltà, ha visto il figlio escluso dagli eletti e di chi invece, ( l’avvocato P., il paziente Zero) va pure a raccontare in giro di aver mandato la moglie ad iniziare la fila non alle 5 di notte, come i tonni , ma alle 5 di pomeriggio del giorno prima. E’ il tempo dei nervi ancora tesi. Della preside che dà addosso al cronista-genitore de il Mattino che io stesso avevo rimproverato per il quadretto troppo buonista.

Due giorni dopo, placata la stizza per aver gettato via giornate intere attorno a una faccenda che ne meritava dieci, di minuti, il problema resta e non da poco.

Non mi riferisco all’arbitrarietà di regole-non-regole prima imposte e poi in parte disattese, ma a problemi più seri, come il rapporto tra scuola e territorio, la mobilità urbana sostenibile, la qualità della vita, il diritto-dovere, tradito dall’Ente Locale, di affrontare e gestire i processi.

Immaginiamo il caos anarchico di un luogo in cui ciascuno porti i figli a studiare dall’altra parte della città o addirittura della provincia, come accade già a livello di scuole medie.

Premessa: la Cocchia non è Oxford. E’ una scuola che funziona bene, anche per merito della sua preside, e che fruisce di un edificio non modernissimo, ma nemmeno tra i più critici, in tema, per esempio, di antisismicità.

Ma nulla più. E’ una scuola che abdica al suo legame col quartiere. Che, in nome della libertà di scelta, si compiace di lusingare  le iscrizioni comunque, anche di chi abita molto lontano.

Premessa seconda . A 100 metri in linea d’aria dalla Cocchia c’è la Scuola Primaria “Palatucci”, per iscriversi alla quale vale invece un rigido criterio di territorialità: può presentare l’iscrizione anche chi vive fuori quartiere, ma la domanda viene evasa positivamente solo dopo aver soddisfatto le richieste dei residenti.

Terza premessa: Avellino pur piccola, ha seri problemi di inquinamento, dovuti al clima umido e poco ventilato di fondovalle e alla scarsa fluidità della sua circolazione automobilistica. Non potrebbe tollerare – scatterebbe il blocco della circolazione – un’ulteriore impennata di traffico, tanto più che il rilievo, il clima e le carenze del trasporto pubblico incoraggiano l’uso dei mezzi privati.

Se il diritto di scelta è sacrosanto, lo è altrettanto e di più il diritto a frequentare la scuola del quartiere: concede più tempo per la relazione e il riposo ai ragazzi e alle famiglie, non è impattante per l’ambiente, è di buon senso, è auspicato dalla legge, migliora consapevolezza e responsabilità verso il territorio di appartenenza. E se aggiungiamo che a pagare la gestione delle scuole Primarie e delle Medie è principalmente il Comune proprietario degli stabili, e dunque i cittadini suoi contribuenti, la priorità per i residenti appare non solo come giusta, ma anche come un anello importante nel rapporto di controllo tra amministrati e amministratori.

Ancora oggi il comune di Avellino è sfornito di uno stradario e di una anagrafe scolastica. L’amministrazione ignora con esattezza dove e quanti siano i ragazzi in età scolastica e di quale classe d’età. Non può programmare, non può controllare pienamente l’assolvimento dell’obbligo scolastico, non può stabilire le zone di competenza territoriale delle singole scuole.

Si apre un vuoto di indirizzo nel quale la pur indispensabile autonomia delle singole scuole fa il resto.

Rafforzare il legame delle scuole col proprio territorio, significherebbe per esse non solo radicarsi meglio e assicurare il proprio futuro, ma offrire un valido baluardo (anche con l’apertura ad attività pomeridiane) alla dispersione scolastica, alla devianza e alla carenza di socialità. Il sale per la qualità della vita, la democrazia e la partecipazione.

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