La morte non è un detersivo

Rosario Livatino, il "giudice ragazzino"

Anche i più distratti non hanno potuto non sapere della scomparsa di Francesco Cossiga. Premetto che io, da ragazzo, ho scritto su qualche muro il suo nome con la K e la doppia esse in stile nazista e, quindi, manco di una certa dose di imparzialità. Non si può, comunque, dimenticare ciò che è stato in vita l’ex Presidente. Vanno ricordate le sue interviste e le sue dichiarazioni sul Generale dalla Chiesa, che voleva ostinatamente iscritto alla P2 anche quando Gherardo Colombo e Giuliano Turone, i giudici incaricati delle indagini, confermarono l’estraneità del Generale a quella vicenda. Pur di vederlo massone, Cossiga disse che era stata strappata la pagina dove figurava l’iscrizione alla loggia massonica di dalla Chiesa. Non si può non ricordare l’atteggiamento che tenne nei confronti del CSM, da Capo dello Stato e quindi da Presidente di quell’organo, minacciando di farlo presidiare militarmente, essendo lui “Capo supremo delle Forze Armate”. Non si possono dimenticare i giudizi che diede dei “Giudici Ragazzini” che operavano in Sicilia, primo fra tutti Rosario Livatino: “Non affiderei a loro le chiavi della casa di campagna”.

Ecco, questo era Francesco Cossiga. Un golpista nato, un manovratore, un manipolatore di verità. La morte va rispettata, certo. Ma non è un detersivo e non può e non deve lavare la memoria:  altrimenti il mafioso appare Livatino e l’eroe Mangano.

3 pensieri riguardo “La morte non è un detersivo

  • 28 Agosto 2010 in 23:33
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    “Stato” (se scritto con la minuscola) è solo un participio passato.
    E’ dura veder degradare lo Stato a una forma verbale, del tipo: “Io sono stato….”.
    La persona di cui si parla, ad esser gentili, è stato un uomo.
    Proprio non mi pare che sia stato un Uomo di Stato.

  • 26 Agosto 2010 in 23:24
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    “Parce sepulto!” (“Risparmia, perdona a chi ormai è sepolto!”) rammentava la mia prof di latino, riecheggiando Virgilio. “Uno s… di meno!” mi è invece spontaneamente sgorgato dal cuore dopo aver appreso della morte di Cossiga da Radio 1: non dal conduttore ma dalla voce di un contrito Gianfranco Rotondi, che ne approfittava per ricordare un suo libro (suo, nel senso di proprio) e della sua (di lui, Cossiga) “etica profondamente cristiana”. E allora, poco cristianamente, l’esclamazione è sgorgata di suo, irrefrenabile. Tanto più che a Rotondi, faceva seguito un nutrito corteo di prefiche e campioni di etica chiamati a far da préfiche che non rammento qui perché ho cenato tardi e ho il timore di una “mala nottata”.
    “Cossiga non è morto, è stato disattivato” si legge con ruvida schiettezza in una vignetta di Ellekappa.
    Qualcuno potrebbe invocare per lui l’evangelico “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” Cossiga quello che faceva lo sapeva bene. E altrettanto bene sapeva (e taceva o depistava) quello che altri facevano o avevano fatto. Davide ha già ricordato molto. Ma c’è un episodio minore, più recente, altrettanto eloquente. E’ l’ottobre 2008. A Roma un pacifico corteo di studenti, in protesta contro la riforma Gelmini, viene sprangato dalle parti di piazza Navona da un gruppo di militanti di destra che si infiltrano nel corteo. La polizia sta a guardare, e interviene a botte già date (e già prese).
    Chiamato a commentare l’accaduto, il 23 ottobre Cossiga aveva dichiarato al Quotidiano Nazionale:
    «Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand`ero ministro dell`Interno».
    ovvero
    «Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città».
    «Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri».
    Nel senso che…
    «Nel senso che le forze dell`ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale.(…)»
    Sei giorni dopo . e due prima di aver confermato la sua tesi della pista palestinese per la strage di Bologna, durante il dibattito in senato per l’approvazione della riforma Gelmini, Cossiga afferma:

    ” Quando feci picchiare a sangue gli studenti che avevano contestato Luciano Lama, il gruppo del Pci in aula si alzò in piedi e mi tributò un applauso unanime, ma erano i tempi di Berlinguer, non di Walter Veltroni, di Natta, non di Franco Marini. Erano i tempi del glorioso Pci “.
    Un uomo di Stato, hanno sottolineato in molti.
    Di quale?

  • 18 Agosto 2010 in 11:26
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    Ho ancora nelle orecchie un preoccupante segnale del tentativo di coro sull’aria de “LA BELLA LAVANDERINA”: mi è capitato di accendere la radiolina (meno di un’ora fa), in auto.
    Su Radio 1 Rai, a quell’ora, c’è un programma dedicato alla musica leggera.
    Con tono di circostanza, pur incerto, il conduttore stava dicendo: “Ed ora avanti con Laura Pausini in una delle canzoni più amate dal Presidente Francesco Cossiga, UNA EMERGENZA D’AMORE”.
    Sì, temo proprio che si sia (oramai) al di là della pura emergenza.
    Quando potremo, nuovamente, riaccendere (se non la Televisione) per lo meno la Radio?

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