Senza vergogna

Lo confesso.

Quando ho letto della volontà di Marchionne di trasferire in Serbia la produzione del nuovo monovolume Fiat, ho avuto una reazione di pancia, alla Materassi: “Mo t’accatti tu e sòreta” (“Adesso te la compri tu e tua sorella”).

Accattoni. Accattoni davvero.

Dietro il paravento di piani industriali d’avanguardia, la verità è quella di sempre: Fiat corre a produrre dove qualcun altro ci mette i soldi di tasca. Lo ha fatto negli anni ’70 in Italia con i soldi dello Stato, via Cassa per il Mezzogiorno. Adesso va a farlo in Serbia, dove su 1000 milioni di euro di investimento, 450 ce li mette il governo locale. Negli anni ’80, fin quando l’Italia interessava ancora ai Torinesi  come mercato – che certi aborti li compravano solo i poveretti costretti a produrli e i loro compagni di censo-  per Fiat aveva ancora senso produrre in Penisola, non strizzare più di tanto il dipendente-acquirente e puntare periodicamente alla tempia di Pantalone per avere incentivi e guanti gialli. Ora che il mercato è invece globale – e quello italico è in parte perso e in parte marginale – si va  a produrre all’estero senza pietà: dove un calcio in culo si può dare più facilmente, la fame di lavoro è più alta e qualche oligarchia, pur di creare occupazione, è disposta a fare ponti d’oro e a metterci di cassa.

Ho smesso di comprare Fiat, come metà dei suoi vecchi clienti, nauseato dalla Duna, dalla Stilo, dal mancato sviluppo della Tipo e della 500: nella terra del primo monovolume e della prima minicar un gruppo di insipienti, arroganti e ben pasciuti, ci ha costretto a comprare Scenic dai francesi  e Smart dai tedeschi e dagli svizzeri. Ha brigato col peggio della politica, fatto e disfatto a piacimento e ora viene a farci lezione di economia e di valori. Di orgoglio e di attaccamento.

Vada veramente aff…

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